26 Luglio 2026, domenica
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Calzature italiane, tra mercati in affanno e l’incognita dei dazi USA

Il settore chiude un primo semestre in difficoltà, con export in frenata e produzione in calo. A preoccupare le imprese sono le tensioni commerciali con Washington e la debolezza di Far East e area CSI. Al Micam di Milano la filiera cerca segnali di rilancio

Il primo semestre del 2025 si conferma complesso per l’industria calzaturiera italiana, storicamente trainata dalle esportazioni e fiore all’occhiello del made in Italy. La fotografia scattata dal Centro Studi di Confindustria Moda per Assocalzaturifici, alla vigilia del Micam – il Salone Internazionale della Calzatura che aprirà domenica 7 settembre a Fiera Milano Rho – restituisce un quadro ancora segnato da flessioni, seppure in parte attenuate nel secondo trimestre.

“L’analisi dei dati – sottolinea Giovanna Ceolini, presidente di Assocalzaturifici – mostra nel cumulato gennaio-giugno un calo del fatturato pari al -5,6% tra le imprese associate partecipanti alla rilevazione e un arretramento della produzione industriale del -9,5% secondo l’indice Istat. Solo nel periodo aprile-giugno si osserva una riduzione tendenziale del -7,5%. L’export resta positivo nelle paia vendute, ma arretra in valore, risentendo soprattutto delle difficoltà nei mercati del Far East e dell’area CSI”.

Export: quantità in crescita, valori in calo

Nei primi cinque mesi del 2025 le esportazioni hanno raggiunto 4,89 miliardi di euro, in calo del -2,7%, a fronte di 84,5 milioni di paia, pari a un +3,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il prezzo medio per paio è sceso a 57,82 euro (-5,7%). Si tratta di un dato che riflette la debolezza diffusa, anche nelle fasce premium e nel lusso, colpite dalla congiuntura negativa avviatasi nella seconda metà del 2023 dopo il rimbalzo post-pandemico.

A livello geografico, i mercati comunitari hanno mostrato maggiore tenuta (+1% in valore e +6,1% in volume complessivo). In particolare, la Germania ha registrato un recupero significativo (+12,4% in valore e +15,8% in quantità), mentre la Francia, pur restando la prima destinazione, ha segnato un -5,5% in valore, con un lieve aumento nelle paia (+1,3%). Andamenti positivi si sono registrati anche in Spagna, Polonia, Belgio e Austria.

Decisamente più complessa la situazione extra-UE, che nel complesso ha segnato un -6,5% in valore e un -3,2% in volume. L’intero Far East ha registrato un pesante -23%, mentre tra i Paesi dell’ex blocco sovietico calano Russia (-14,4%), Ucraina (-3,8%) e Kazakistan (-2,5%), quest’ultimo in frenata dopo anni di espansione.

Sul fronte opposto, spiccano i progressi negli Emirati Arabi (+26,6%) e in Turchia (+13,5%), che confermano un trend favorevole.

Import e consumi interni

La crescita dell’attività di pura commercializzazione ha spinto l’import (+18,2% in quantità), con un balzo dai Paesi asiatici (+45%). Oltre alla Cina, anche Vietnam, Indonesia, Cambogia e Birmania hanno rafforzato la loro presenza sul mercato italiano. Di conseguenza, il saldo commerciale, pur restando positivo, è sceso a 2 miliardi di euro (-15,8% rispetto a gennaio-maggio 2024).

Il mercato interno resta debole: i consumi delle famiglie sono scesi del -1,9% in volume e del -0,7% in valore. L’unico segmento in lieve crescita è quello delle calzature sportive e delle sneakers, con un +1,2% in spesa.

L’incognita dei dazi americani

Tra i fattori di incertezza maggiore per la filiera vi sono le tensioni commerciali con gli Stati Uniti. L’accordo con l’Unione Europea ha introdotto, dal 7 agosto, un dazio del 15% come baseline. Un provvedimento dichiarato illegittimo da una Corte d’appello federale americana, ma che sarà oggetto di giudizio definitivo da parte della Corte Suprema a ottobre, dopo il ricorso della Casa Bianca.

“Le conseguenze effettive di questa misura – osserva Ceolini – si potranno quantificare solo con i dati autunnali. La crescita dell’export verso gli USA in aprile (+1,9% in valore) e maggio (+1,8%) va interpretata con prudenza: è probabile che molti operatori abbiano anticipato gli ordini temendo dazi ancora più gravosi. Non possiamo quindi trarre conclusioni definitive”.

Gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato in valore per l’export calzaturiero italiano, con quasi 1,4 miliardi di euro a consuntivo 2024. Un peggioramento delle condizioni di accesso al mercato rischierebbe di intaccare la marginalità delle imprese, costrette a scegliere se trasferire i maggiori costi sulla clientela americana o assorbirli, con un impatto diretto sui bilanci.

Occupazione e imprese in sofferenza

La congiuntura negativa ha ripercussioni anche sul tessuto produttivo e occupazionale. Nel primo semestre 2025 si stimano -81 imprese in meno rispetto a dicembre scorso (-2,4%) e un calo degli addetti pari a -1.392 unità (-2%), scesi a 69.449.

L’utilizzo degli ammortizzatori sociali rimane elevato: nel secondo trimestre le ore di cassa integrazione autorizzate dall’INPS per le aziende della filiera pelle sono calate del -28,1% rispetto allo stesso periodo del 2024, ma il cumulato gennaio-giugno segna comunque un +12,8%. A livello territoriale, Toscana (+97%), Marche (+27%) ed Emilia-Romagna (+32%) hanno visto un incremento delle ore di cassa integrazione autorizzate.

Prospettive di fine anno

Le attese per la seconda metà del 2025 restano improntate alla prudenza. L’assenza di segnali di inversione sul piano economico internazionale e le tensioni legate ai dazi USA limitano le prospettive di recupero. Oltre la metà degli imprenditori intervistati (58%) ritiene che chiuderà l’anno con risultati inferiori al 2024.

Il settore calzaturiero italiano si presenta dunque al Micam di settembre con molte incognite sul futuro: la capacità di reggere l’urto delle sfide globali e di difendere la competitività del made in Italy sarà decisiva per le sorti di un comparto che continua a rappresentare uno dei simboli del saper fare artigianale e industriale del Paese.

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