16 Agosto 2026, domenica
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Israele nella morsa della protesta: tensioni a Gerusalemme e attacco ai caschi blu in Libano

Manifestazioni a oltranza per la liberazione degli ostaggi, scontri sotto la residenza di Netanyahu. Droni israeliani colpiscono il contingente Onu oltre confine

Monta la tensione in Israele, dove la “Giornata di disordini” indetta per chiedere la liberazione degli ostaggi e la fine immediata delle ostilità ha acceso la miccia di nuove e clamorose proteste nel cuore della capitale. Gerusalemme si è risvegliata all’alba tra le fiamme, con decine di manifestanti che hanno dato alle fiamme i cassonetti intorno alla residenza ufficiale del primo ministro Benjamin Netanyahu, creando quello che i presenti hanno definito “un anello di fuoco” a ridosso di uno dei simboli del potere israeliano. Uno degli incendi ha raggiunto una distanza di appena cento metri dalla dimora del premier, a testimonianza della determinazione e della rabbia che animano la piazza.

Le proteste, scattate spontaneamente alle 6:30 del mattino (5:30 ora italiana), portano la firma delle madri di alcuni degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas: Anat Engerst, madre del rapito Matan, e Vicky Cohen, madre di Nimrod, sono oggi i volti di un movimento che reclama risposte e rifiuta ogni forma di attendismo. Il programma della mobilitazione prevedeva un presidio alla Knesset, il parlamento israeliano, atteso per mezzogiorno, ma la pressione popolare si è manifestata ben prima, esplodendo in una serie di azioni dimostrative sotto uno dei luoghi più sorvegliati del Paese.

Parallelamente, la giornata è stata segnata anche da un grave episodio oltre il confine settentrionale. In Libano, la forza di interposizione delle Nazioni Unite (Unifil) ha denunciato un attacco condotto da droni israeliani contro le proprie unità: quattro granate sono state sganciate nei pressi degli operatori di pace impegnati nella rimozione di blocchi stradali che ostacolavano l’accesso a una postazione Onu. Si tratta, secondo la stessa Unifil, di uno degli attacchi più gravi subiti dal contingente internazionale dalla ripresa del cessate il fuoco, a novembre. L’incidente ha immediatamente suscitato allarme tra le diplomazie e rilancia il dibattito sulla sicurezza nell’area di confine, già teatro di crescente instabilità negli ultimi mesi.

Non meno complesso il quadro internazionale che si va componendo intorno alla crisi. La missione della Global Sumud Flotilla, iniziativa umanitaria volta a sostenere la popolazione di Gaza, si è trovata nuovamente bloccata a Barcellona: cinque delle trenta imbarcazioni coinvolte sono state costrette a rientrare in porto a causa del mare mosso, per la seconda volta in due giorni, rallentando ulteriormente i tentativi di consegna degli aiuti.

Nel frattempo, il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato un duro monito nei confronti delle autorità israeliane, mettendo in guardia contro qualsiasi “offensiva” o tentativo di “annessione” di nuovi territori, sottolineando come simili iniziative non possano fermare il movimento internazionale per il riconoscimento di uno Stato palestinese. Macron ha ribadito la necessità di una soluzione politica e di un ritorno al dialogo, in un quadro che vede l’Europa sempre più coinvolta nella questione mediorientale.

Non si è fatta attendere la reazione del ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben-Gvir, che ha condannato in termini durissimi la recente decisione del Belgio di riconoscere uno Stato palestinese alle Nazioni Unite. “I Paesi europei che si abbandonano all’ingenuità e si arrendono alle manipolazioni di Hamas – ha dichiarato Ben-Gvir – finiranno per sperimentare il terrore in prima persona”. Parole che riflettono il clima di crescente isolamento e tensione nei rapporti tra Israele e una parte significativa della comunità internazionale.

La situazione rimane dunque fluida e carica di incognite, con le piazze israeliane sempre più protagoniste e le tensioni regionali che rischiano di aprire nuovi fronti. L’opinione pubblica, guidata anche dal dolore e dalla scelta di rendere personale la mobilitazione attraverso il ruolo delle famiglie degli ostaggi, si mostra determinata a non arretrare di fronte alle risposte evasive dell’esecutivo. E mentre la diplomazia internazionale tenta di trovare un punto di equilibrio, il rischio di una nuova escalation resta concreto, sia all’interno dei confini israeliani sia nel teatro libanese, dove la presenza dei caschi blu continua a rappresentare una fragile barriera tra le parti in conflitto.

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