TEL AVIV – Nelle ultime ore le forze armate israeliane hanno compiuto un nuovo passo nella progressiva offensiva terrestre all’interno della Striscia di Gaza. I carri armati dell’esercito sono entrati nel quartiere Sabra, una delle aree centrali di Gaza City, accentuando la pressione militare nel cuore dell’enclave palestinese. La mossa arriva in un contesto politico e operativo sempre più carico di tensioni: al centro dello scontro, il destino della popolazione civile ancora presente nella città, i tempi e i metodi di evacuazione, ma anche lo scontro crescente tra l’alto comando militare e i ministri della destra più radicale del governo Netanyahu.
L’avanzata nel quartiere Sabra
Secondo quanto confermato da fonti militari, le forze israeliane hanno preso posizione nel quartiere di Sabra, situato nel settore centro-occidentale di Gaza City. Si tratta di un’area densamente popolata e altamente urbanizzata, la cui penetrazione segna un ulteriore consolidamento dell’assedio israeliano attorno alla capitale amministrativa e simbolica della Striscia. I movimenti dei carri armati sono stati preceduti da pesanti bombardamenti di artiglieria e da raid aerei, finalizzati – secondo l’esercito – a colpire infrastrutture di Hamas e impedire l’organizzazione di imboscate o resistenze armate all’interno dell’area.
La presenza dei mezzi blindati nel cuore di Gaza City rappresenta uno sviluppo rilevante nell’offensiva israeliana in corso, iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 e proseguita senza tregua, con fasi alterne, da oltre 10 mesi. Tuttavia, l’operazione in corso solleva questioni umanitarie e strategiche sempre più urgenti, legate alla presenza di decine di migliaia di civili che, nonostante gli ordini di evacuazione, non hanno lasciato la città.
La frattura ai vertici: Zamir contro Smotrich e Ben Gvir
A sollevare l’attenzione in queste ore è anche lo scontro interno alle istituzioni israeliane. Durante un incontro riservato, diventato rapidamente di dominio pubblico, il Capo di Stato maggiore delle Forze di Difesa israeliane (IDF), generale Eyal Zamir, si sarebbe opposto con fermezza alla linea imposta da alcuni ministri del governo, in particolare Bezalel Smotrich (Finanze) e Itamar Ben Gvir (Sicurezza nazionale), entrambi esponenti dell’ultradestra religiosa e nazionalista.
Zamir avrebbe espresso dubbi sulla fattibilità di un’evacuazione rapida della popolazione civile da Gaza City, sottolineando la complessità logistica e l’alto rischio di provocare ulteriori vittime non combattenti. Secondo quanto trapelato, il generale avrebbe spiegato che le IDF non possono garantire una rimozione totale e immediata dei civili senza compromettere sia gli obiettivi militari sia l’immagine internazionale di Israele.
Una posizione che ha provocato l’ira dei ministri radicali. In particolare, Smotrich avrebbe risposto con parole durissime, che hanno fatto rapidamente il giro dei media: “Vi abbiamo ordinato un’operazione rapida. Secondo me, potete assediarli. Chi non evacua, non lasciate che se ne vada. Senza acqua, senza elettricità, può morire di fame o arrendersi. Questo è ciò che vogliamo e voi siete in grado di farlo.”
Parole che hanno provocato allarme in ampi settori dell’opinione pubblica israeliana e internazionale, oltre a suscitare nuove critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani. La linea espressa da Smotrich configura una strategia di assedio totale, già in parte messa in atto nei mesi precedenti, ma ora ribadita con una chiarezza e un cinismo che alimentano i timori di un ulteriore deterioramento della crisi umanitaria nella Striscia.
Smotrich e Ben Gvir: il pressing sul governo
Il confronto tra vertici militari e leadership politica non è un episodio isolato, ma riflette un confronto sempre più acceso dentro la compagine governativa guidata da Benjamin Netanyahu. Smotrich e Ben Gvir, leader rispettivamente di Sionismo Religioso e Potere Ebraico, rappresentano le anime più intransigenti della coalizione e hanno ripetutamente invocato misure drastiche nei confronti della popolazione palestinese di Gaza. Il loro pressing sul governo mira a impedire qualsiasi apertura negoziale, a ostacolare ogni ipotesi di tregua e a sostenere una linea che punti a “ripulire” Gaza dalla presenza di Hamas e, in parte, anche da quella civile.
Le loro posizioni trovano però ostacoli non soltanto nel mondo diplomatico internazionale, ma anche all’interno della stessa macchina militare israeliana, che teme le conseguenze pratiche e politiche di una gestione estrema del conflitto. Le IDF sono infatti chiamate a bilanciare l’efficacia operativa con la necessità di contenere le perdite civili e i danni all’immagine di Israele, già ampiamente compromessa da mesi di bombardamenti e dallo stallo nelle trattative per un cessate il fuoco.
Una crisi umanitaria sempre più grave
Nel frattempo, la situazione a Gaza continua a peggiorare. L’assedio, il blocco totale di energia e acqua, la distruzione delle reti infrastrutturali e la paralisi dei soccorsi umanitari hanno generato una crisi sanitaria e alimentare senza precedenti. Le Nazioni Unite parlano di oltre due milioni di persone a rischio, con livelli di malnutrizione infantile mai registrati prima nella regione.
Le parole di Smotrich – “può morire di fame o arrendersi” – suonano, in questo contesto, come un’esplicita minaccia alla sopravvivenza stessa dei civili rimasti nella città. Un’impostazione che contrasta con il diritto internazionale e che alimenta la crescente pressione su Israele da parte di diversi governi occidentali, finora cauti nel prendere posizioni pubbliche troppo critiche nei confronti di Tel Aviv.
La posizione del governo Netanyahu
Benjamin Netanyahu, per ora, continua a mantenere una posizione ambigua. Se da un lato ha garantito appoggio alle forze armate e ribadito il diritto di Israele a difendersi “con ogni mezzo necessario”, dall’altro non ha preso formalmente le distanze dalle dichiarazioni incendiarie dei suoi alleati di governo. Una linea che gli consente di tenere compatta una coalizione eterogenea e fragile, ma che aumenta il peso delle responsabilità politiche sulla gestione di una guerra che si trascina senza una strategia d’uscita chiara.
Le incognite del futuro
Mentre i carri armati avanzano nei quartieri centrali di Gaza City e i civili restano intrappolati senza vie di fuga, Israele si trova davanti a un bivio. Continuare sulla linea dell’assedio totale, come auspicato da Smotrich e Ben Gvir, potrebbe significare una vittoria militare a costo altissimo in termini umanitari, morali e diplomatici. Al contrario, un’eventuale apertura a una tregua – anche solo umanitaria – rischierebbe di destabilizzare il già fragile equilibrio interno del governo.
Il confronto tra vertici militari e politici, ormai uscito dalle stanze riservate, racconta di uno Stato in guerra che fatica a definire i suoi confini etici e strategici. E mentre Gaza brucia, la tensione si sposta sempre di più anche sul fronte interno.
