Dopo innumerevoli rinvii – si parla di circa un centinaio – è scattato all’alba di oggi lo sfratto del centro sociale Leoncavallo di Milano, uno degli spazi occupati più noti d’Italia. La polizia, affiancata dall’ufficiale giudiziario, ha dato esecuzione all’ordine di rilascio dell’immobile di via Antoine Watteau, zona nord-est della città, dove il collettivo si era insediato nel 1994, dopo aver abbandonato l’originaria sede di via Leoncavallo, da cui il nome del centro.
La notizia dell’operazione ha avuto un’eco immediata, rilanciata dagli stessi attivisti tramite i propri canali social: “Ci stanno sgomberando, accorrete numerosi in via Watteau”, si legge nei messaggi pubblicati già dalle prime ore del mattino. Un appello diretto alla rete di sostenitori, che negli anni ha accompagnato l’esperienza del “Leonka”, simbolo dell’autogestione e del movimento antagonista cittadino.
Il provvedimento di sfratto si colloca in un contesto giuridico ben definito. A novembre dello scorso anno, il Ministero dell’Interno era stato condannato a risarcire con 3 milioni di euro i fratelli Cabassi, proprietari dell’area, proprio per il mancato sgombero dell’immobile. Una sentenza che ha probabilmente accelerato l’iter esecutivo, ponendo fine a una situazione sospesa da oltre trent’anni, tollerata e al centro di un acceso dibattito politico cittadino e nazionale.
Il Leoncavallo non è solo uno spazio fisico. Nato nel 1975 in via Leoncavallo, nel cuore del quartiere Greco, il centro sociale ha rappresentato per decenni un punto di riferimento per una vasta comunità giovanile, culturale e politica. Concerti, iniziative solidali, dibattiti, attività mutualistiche e politiche: lo spazio è stato per anni crocevia di controcultura e militanza, protagonista di una stagione che ha segnato profondamente la sinistra radicale italiana. Dopo lo sgombero della sede storica nel 1989 e anni di peregrinazioni, l’approdo in via Watteau nel 1994 aveva sancito un nuovo capitolo, ancora aperto fino a oggi.
Nei mesi scorsi, l’associazione Mamme del Leoncavallo – realtà legata al centro – aveva manifestato interesse per un immobile comunale in via San Dionigi, possibile sede alternativa, ma al momento non risultano accordi formali o soluzioni condivise tra le parti. La trattativa con Palazzo Marino, da anni interlocutore istituzionale del collettivo, è rimasta sospesa, anche alla luce delle tensioni legate alla questione legale con i proprietari dell’area occupata.
Non è mancato, come prevedibile, il commento politico. Il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, ha accolto con favore l’operazione della polizia, scrivendo su X: “Decenni di illegalità tollerata, e più volte sostenuta, dalla sinistra: ora finalmente si cambia. La legge è uguale per tutti: afuera!”. Un’affermazione che suona come un epilogo per un’esperienza spesso al centro del confronto ideologico tra chi ne ha sempre rivendicato il valore sociale e culturale e chi ne ha contestato l’illegalità.
Lo sgombero di oggi rappresenta un passaggio simbolico nella storia recente di Milano. Non solo per ciò che il Leoncavallo ha rappresentato, ma anche per le domande che lascia aperte: sul destino degli spazi autogestiti in città, sull’uso del patrimonio immobiliare dismesso, sulla possibilità – o meno – di mediazione tra istituzioni e movimenti.
In attesa di sviluppi, il centro sociale ha già fatto sapere che l’attività collettiva non si fermerà. Dove e come, resta per ora da scrivere.
