5 Ottobre 2026, lunedì
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Morandi, le scuse che arrivano tardi: la nuova Autostrade rompe il silenzio alla vigilia della sentenza

Otto anni dopo il crollo di Genova e dopo 284 udienze, l’ad Arrigo Giana firma una lettera di scuse: “Un’esigenza morale”. Un gesto che segna la discontinuità con il passato, ma riapre il nodo del tempo perduto

A otto anni dalla tragedia del ponte Morandi, la parola più attesa arriva quando il tempo giudiziario sta per compiersi. Alla vigilia della sentenza di primo grado, dopo un processo lungo 284 udienze, Autostrade per l’Italia rompe un silenzio durato anni e affida a una lettera firmata dall’amministratore delegato Arrigo Giana un gesto che pesa quanto la sua assenza: le scuse.

È un passaggio che sorprende per tempistica e contenuto. Perché interviene ora, quando il percorso giudiziario si avvia alla conclusione, e perché riconosce esplicitamente una mancanza originaria: non aver chiesto scusa subito, nel pieno dello shock collettivo che seguì il crollo del 14 agosto 2018, costato la vita a 43 persone.

Nella missiva, Giana ricostruisce una memoria condivisa, quasi privata e insieme pubblica: “Tutti noi ricordiamo quella mattina”, scrive, evocando le immagini televisive e lo sgomento diffuso. Ma il cuore del testo sta in un interrogativo che suona come un atto di accusa retrospettivo: “Come è stato possibile non chiedere immediatamente scusa?”. Una domanda che riconosce nel silenzio di allora una ferita ulteriore, aggiunta al dolore già incancellabile delle vittime e delle loro famiglie.

Le parole scelte non cercano scorciatoie giuridiche. Al contrario, rivendicano una dimensione etica autonoma rispetto all’accertamento delle responsabilità: le scuse, si legge, sono “un’esigenza morale che va al di là del corso della giustizia”. Un tentativo di separare il piano umano da quello processuale, pur sapendo che per molti quella distinzione resterà difficile da accettare.

La lettera insiste anche su un altro punto: la discontinuità. Autostrade per l’Italia, oggi sotto controllo pubblico e con una nuova governance, si presenta come un’azienda “profondamente cambiata”, impegnata nel monitoraggio della rete, nella pianificazione degli interventi e nella prevenzione dei rischi. Un racconto che mira a costruire fiducia, mentre il passato continua a pesare come un monito.

“Rompiamo il silenzio”, scrive Giana, sottolineando l’impegno dei diecimila lavoratori del gruppo affinché una tragedia simile non si ripeta. E conclude con parole che riconoscono il limite del gesto: nessuna scusa potrà cancellare il dolore.

Il confronto con il passato, inevitabilmente, amplifica la portata di questo cambio di tono. All’indomani del crollo, la linea della vecchia proprietà fu improntata a una cautela che molti lessero come distanza. “Il silenzio è un segno di rispetto”, disse allora Gilberto Benetton. Una posizione che non riuscì a contenere le polemiche, anzi contribuì ad alimentarle.

Nei mesi e negli anni successivi, le dichiarazioni della famiglia Benetton furono spesso percepite come difensive. “Siamo parte lesa”, affermò Luciano Benetton, suscitando la reazione dei familiari delle vittime. Solo nel 2022, con Alessandro Benetton alla guida di Edizione, arrivò un primo riconoscimento esplicito: “Avremmo dovuto subito chiedere scusa”.

La lettera di Giana si inserisce in questa traiettoria, ma prova a segnare un punto di svolta definitivo. Non solo perché arriva da una nuova gestione, ma perché assume su di sé il peso simbolico di ciò che non fu fatto allora. È un atto che guarda al passato, ma parla al presente: alla vigilia di una sentenza attesa, e dentro un Paese che, su quella tragedia, non ha mai smesso di interrogarsi.

Resta però una domanda, inevitabile: quanto valore hanno delle scuse quando arrivano così tardi? La risposta, probabilmente, non sarà univoca. Per alcuni sarà un gesto necessario, per altri insufficiente. Per tutti, comunque, è un segnale: che il silenzio, a un certo punto, non è più sostenibile. E che anche le parole, quando arrivano, devono fare i conti con il tempo che è passato.

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