Il Medio Oriente brucia e la politica italiana si divide sulla risposta del governo. La recente condanna da parte dell’Italia, insieme ad altri 20 Paesi occidentali, del nuovo piano di insediamenti israeliani in Cisgiordania, definito una “violazione del diritto internazionale”, non placa le critiche sul fronte interno. A infiammare il dibattito è l’europarlamentare del Partito Democratico Alessandro Zan, che accusa la premier Giorgia Meloni di “propaganda” e immobilismo di fronte alle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza.
“L’Italia condanna la decisione israeliana di autorizzare nuovi insediamenti in Cisgiordania. Tale decisione è contraria al diritto internazionale e rischia di compromettere definitivamente la soluzione dei due Stati e, in generale, una prospettiva politica per giungere a una pace giusta e duratura”, ha dichiarato Meloni nelle scorse ore, allineandosi al contenuto di una dichiarazione congiunta firmata da 21 Paesi, tra cui Francia, Regno Unito, Germania, Canada e Australia.
Ma per Zan, responsabile diritti nella segreteria nazionale del Pd, queste parole non bastano: “Mentre l’Idf avvia l’occupazione totale della Striscia di Gaza e ogni giorno vengono uccise decine di civili innocenti, Giorgia Meloni si erge a paladina della legalità e dello stato di diritto sullo sgombero del Leoncavallo. Ma le sue parole sono pura propaganda e un tentativo di distrarre l’opinione pubblica da quello che sta avvenendo in Medio Oriente”, attacca in una nota ufficiale.
Il riferimento polemico è al recente commento della premier sullo sgombero del centro sociale milanese Leoncavallo, definito da Meloni “un atto dovuto nel rispetto della legge”. Per Zan, però, si tratta di “una doppia morale”: “Se davvero ha a cuore la legalità, perché il Governo è immobile di fronte alle gravissime violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Netanyahu? Il silenzio dell’Italia è vergognoso”, prosegue.
Nel frattempo, la situazione nella Striscia di Gaza continua a peggiorare. L’esercito israeliano ha avviato all’alba una nuova operazione nella città di Gaza, facendo registrare almeno 40 vittime, secondo fonti locali. I raid, che avvengono mentre sono in corso negoziati internazionali per una possibile tregua, segnano una nuova fase del conflitto. Il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che “Israele prenderà Gaza anche se si raggiunge un accordo sulla tregua”, confermando l’intenzione di procedere con l’occupazione anche in caso di cessate il fuoco.
L’escalation militare ha spinto le autorità israeliane a chiedere a ospedali e organizzazioni umanitarie di prepararsi a nuove evacuazioni dal settore nord della Striscia, sollevando ulteriori allarmi umanitari. Le condizioni dei civili restano drammatiche: mancano medicine, cibo, acqua potabile e la rete sanitaria è al collasso, mentre il numero delle vittime civili continua a crescere.
In questo contesto, la condanna degli insediamenti in Cisgiordania – in particolare del progetto per l’area E1, tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim – rischia di apparire come una presa di posizione isolata, priva di reali conseguenze politiche. La zona E1, infatti, è considerata strategica perché se edificata renderebbe impossibile la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese, compromettendo definitivamente la soluzione dei due Stati, ancora formalmente sostenuta dalla comunità internazionale.
La tensione resta alta anche in Europa. Diversi osservatori denunciano una crescente dissonanza tra le dichiarazioni diplomatiche e l’inerzia politica nel fronteggiare la crisi in corso. “Invece di sproloquiare sullo Stato di diritto che smantella ogni giorno da quando è prima ministra – conclude Zan – Meloni faccia qualcosa di concreto per fermare il piano criminale di occupazione di Gaza”.
Il governo italiano, al momento, mantiene una linea di prudenza. Ma il crescente isolamento europeo sul dossier Gaza, unito alle accuse di complicità silenziosa rivolte da una parte dell’opposizione, rende sempre più difficile per Palazzo Chigi evitare una presa di posizione più incisiva. La questione, ormai, è diventata non solo diplomatica, ma anche politica interna.
