Roma – Il caso Almasri continua a scuotere il panorama politico italiano e si conferma una delle vicende più controverse e divisive dell’attuale legislatura. Al centro delle polemiche, l’espulsione e il rientro in Italia di Mohammed Almasri, cittadino egiziano con una condanna per abusi sessuali su minori, trasferito con un volo di Stato e accolto sul territorio nazionale da uomo libero.
La vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Chiara Appendino, è intervenuta nuovamente con toni durissimi, puntando direttamente il dito contro la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che secondo l’ex sindaca di Torino avrebbe avuto un ruolo attivo e consapevole nella gestione dell’intera operazione.
In un lungo post diffuso sui suoi canali social, Appendino accusa il governo non solo di aver occultato la verità, ma di aver messo in atto un vero e proprio “depistaggio di Stato”, con regia diretta di Palazzo Chigi. Le sue parole sono nette: “Per la prima volta da quando è esploso lo scandalo Almasri, Giorgia Meloni non mente. Ci hanno propinato le bugie di Nordio, le contraddizioni di Piantedosi, i cento cambi di versioni per confondere e coprire, ma finalmente ora la Presidente del Consiglio ammette ciò che noi diciamo dal primo giorno: sapeva tutto”.
Un’accusa politica pesante
Il nodo centrale della denuncia avanzata da Appendino riguarda il coinvolgimento diretto della Presidenza del Consiglio nella decisione di riportare Almasri in Italia con un volo ufficiale, e in condizioni tali da garantirgli di fatto la libertà, nonostante la gravità della condanna a suo carico. “Meloni sapeva dell’espulsione di Almasri, sapeva del volo di Stato pagato dai cittadini italiani, sapeva che stavano rimandando a casa da uomo libero un criminale stupratore di bambini. E ha lasciato fare. Anzi: ha deciso”, scrive l’ex sindaca.
Non si tratta, dunque, di un’accusa generica o retorica: Appendino afferma che la Presidente del Consiglio non solo era al corrente della vicenda in ogni sua fase, ma ne sarebbe stata l’artefice politica, smentendo così la narrativa iniziale del governo che parlava di un “errore tecnico” o di decisioni prese da altri livelli dell’amministrazione.
Dalle contraddizioni all’ammissione
Secondo Appendino, l’intero governo avrebbe fornito versioni mutevoli e contraddittorie, nel tentativo di coprire le responsabilità politiche dietro il rientro di Almasri. Vengono citati in particolare i ministri Carlo Nordio (Giustizia) e Matteo Piantedosi (Interno), accusati di aver contribuito alla confusione pubblica sulla vicenda con dichiarazioni non coerenti.
Il cambio di passo, a giudizio della vicepresidente 5 Stelle, sarebbe avvenuto proprio con le più recenti dichiarazioni della stessa Meloni, che avrebbero lasciato intendere un’assunzione di responsabilità, almeno parziale, sulla gestione del caso. Per Appendino, si tratta della prima ammissione implicita di una verità sempre negata, e cioè che l’esecutivo fosse consapevole delle implicazioni giuridiche e morali del rientro di Almasri.
“I ministri dicano la verità. Basta immunità”
La dichiarazione di Appendino si chiude con un appello che ha il sapore di una richiesta formale: “I ministri dicano tutta la verità e non osino nascondersi dietro l’immunità. Gli italiani hanno il diritto di sapere se il nostro Paese era sotto ricatto di un criminale e la nostra sicurezza nazionale è stata messa in pericolo, e chi ha insabbiato questa vergogna deve rispondere”.
L’uso della parola “ricatto” lascia trasparire un ulteriore elemento di inquietudine: che dietro la scelta di far rientrare Almasri potessero esserci pressioni o compromessi di tipo politico-diplomatico, con ricadute potenzialmente gravi sulla sicurezza nazionale. Si tratta di un’ipotesi estremamente delicata, sulla quale l’opposizione chiede ora chiarezza assoluta.
Una questione che travalica il diritto
L’affaire Almasri non è soltanto una questione giudiziaria o amministrativa: ha assunto i contorni di una frattura politica e istituzionale, destinata a lasciare il segno. In gioco non ci sono solo le responsabilità personali di funzionari o ministri, ma la credibilità dell’intero esecutivo, e più in generale, la trasparenza con cui vengono gestite questioni cruciali come l’espulsione o l’accoglienza di individui condannati per reati gravissimi.
La forza delle accuse rivolte da Chiara Appendino – e condivise da ampi settori dell’opposizione – impone un chiarimento istituzionale. L’ipotesi che Palazzo Chigi possa aver agito consapevolmente per garantire l’impunità a un soggetto condannato per crimini sessuali contro minori pone interrogativi non solo sul piano etico e politico, ma anche sul rispetto dello stato di diritto e sull’equilibrio tra poteri dello Stato.
Una crepa nella narrativa sovranista
Infine, la vicenda si scontra frontalmente con la retorica sovranista cara al governo Meloni, che ha fatto della lotta contro l’immigrazione clandestina, la tutela dell’ordine pubblico e il rigore penale alcuni dei suoi principali cavalli di battaglia. Il fatto che un uomo condannato all’estero per pedofilia sia stato accolto in Italia senza che fosse assicurato alla giustizia rischia di minare la coerenza della narrazione politica dell’attuale maggioranza.
Se il governo ha davvero preso questa decisione in nome di un presunto interesse superiore — diplomatico, strategico o geopolitico — sarà chiamato a spiegarlo con chiarezza, al Parlamento e all’opinione pubblica. In caso contrario, dovrà rispondere dell’accusa ben più grave di aver coperto consapevolmente una violazione delle leggi e dei principi dello Stato.
La pressione politica cresce, e con essa la necessità di un confronto pubblico trasparente. Sul caso Almasri non basteranno formule generiche o dichiarazioni reticenti: le opposizioni chiedono responsabilità, il Paese chiede verità.
