8 Luglio 2026, mercoledì
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Dazi Usa al 15% su auto, farmaci e semiconduttori: tensioni tra Bruxelles e Washington

L’accordo transatlantico non ferma l’inasprimento tariffario. L’Ue verserà dazi maggiorati su settori chiave. Critiche dal Pd: “Meloni e Von der Leyen si scusino con imprese e lavoratori”.

Washington rilancia la pressione tariffaria su alcuni dei settori industriali più sensibili dell’export europeo.
Secondo quanto emerge da una nota ufficiale diffusa dalla Casa Bianca, gli Stati Uniti applicheranno una tariffa del 15% sulle importazioni dall’Unione Europea di autoveicoli e componenti, prodotti farmaceutici e semiconduttori. L’annuncio, contenuto in una scheda informativa sull’accordo commerciale recentemente raggiunto con Bruxelles, segna un passaggio rilevante nelle relazioni economiche transatlantiche, soprattutto in un momento in cui il contesto geopolitico e industriale impone una riflessione su approvvigionamenti, sovranità tecnologica e competitività industriale.

I dazi esistenti su acciaio, alluminio e rame, settori già da tempo nel mirino dell’amministrazione statunitense, resteranno invariati al livello attuale del 50%. Le due parti, tuttavia, si sarebbero impegnate ad aprire un tavolo di confronto dedicato alla sicurezza delle catene di approvvigionamento in questi ambiti strategici. Resta dunque aperta la questione più strutturale di una cooperazione industriale fondata su regole stabili e non su misure protezionistiche a scadenza variabile.

Dossier dazi, si infiamma il fronte politico interno

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. In Italia, dove il comparto automotive, quello farmaceutico e quello dell’elettronica avanzata rappresentano snodi industriali di rilevanza strategica, la linea del governo guidato da Giorgia Meloni è finita nel mirino dell’opposizione.

Alessandro Zan, eurodeputato e membro della segreteria nazionale del Partito Democratico, ha parlato senza mezzi termini di un “accordo disastroso” per l’industria europea, e italiana in particolare:

“Meloni dice che i dazi al 15% sono sostenibili. Ma per chi, esattamente? Lo vada a spiegare a imprese e lavoratori che rischiano di perdere competitività e occupazione. Per mesi si è proposta come ponte tra Roma e Washington, ma oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia è stata sacrificata senza ottenere nulla in cambio.”

Zan ha inoltre ricordato che, nelle scorse settimane, lo stesso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva definito “insostenibile” un livello di dazi superiore al 10%. Un’uscita che, letta alla luce delle nuove misure imposte da Washington, sottolinea le crepe interne all’esecutivo e l’assenza di una strategia coerente.

Anche Peppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria Pd, è intervenuto con parole durissime:

“Di fronte a una scelta cruciale, si poteva reagire con fermezza o accettare supinamente le condizioni americane. Meloni e Von der Leyen hanno scelto di capitolare. Ora almeno abbiano la dignità di non esultare e si scusino con chi, in Europa, ne pagherà le conseguenze.”

Tra industria e geopolitica: un equilibrio instabile

L’accordo annunciato dagli Stati Uniti si inserisce in un quadro più ampio di riorientamento strategico, dove la competizione tra grandi potenze si riflette sempre più direttamente su dazi, sussidi e barriere regolatorie. L’Unione Europea, che punta a rafforzare la propria autonomia tecnologica e produttiva, si ritrova così a dover negoziare da posizioni non sempre paritarie.

Le prossime settimane diranno se il confronto su acciaio e metalli critici aprirà spiragli per una revisione più ampia delle relazioni commerciali, oppure se l’accordo attuale segnerà un ulteriore arretramento delle ambizioni europee. Di certo, le reazioni interne testimoniano quanto la partita dei dazi non sia più un tema tecnico da addetti ai lavori, ma una questione politica centrale, destinata a incidere su consenso, filiere produttive e politiche industriali dell’intero continente.

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