8 Luglio 2026, mercoledì
HomeItaliaPoliticaRetribuzioni sotto attacco: l’emendamento Pogliese sfida la Costituzione

Retribuzioni sotto attacco: l’emendamento Pogliese sfida la Costituzione

La denuncia di Maria Cecilia Guerra (PD): un emendamento al decreto Ilva mina il diritto a una retribuzione equa e dignitosa. Sul banco degli imputati la destra di governo e il silenzio della ministra Calderone.

Con un intervento durissimo, Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro nella segreteria nazionale del Partito Democratico, accende i riflettori su un emendamento inserito nel decreto Ilva che rischia di produrre effetti dirompenti sul piano dei diritti del lavoro. Il provvedimento, proposto da Salvo Pogliese, relatore di Fratelli d’Italia, viene descritto come un vero e proprio attacco alla Costituzione e, in particolare, all’articolo 36, che sancisce il diritto di ogni lavoratore a una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro” e “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Secondo Guerra, l’emendamento avrebbe l’effetto di indebolire significativamente le garanzie retributive per i lavoratori, imponendo una lettura restrittiva del principio costituzionale. In particolare, si introdurrebbe una soglia più elevata per l’intervento del giudice sul salario, che non potrebbe più basarsi su una semplice inadeguatezza della retribuzione, ma dovrebbe riscontrare una condizione di “grave inadeguatezza”. Un aggettivo tutt’altro che neutro, che di fatto alza l’asticella della tutela giuridica, limitando la possibilità per i magistrati di correggere situazioni salariali ingiuste.

Ma non è tutto. L’emendamento, così come formulato, impedirebbe che un’eventuale sentenza favorevole al lavoratore possa produrre effetti retroattivi: niente arretrati, niente recupero di quanto indebitamente trattenuto o non corrisposto nel tempo. Una scelta che – sottolinea Guerra – ridurrebbe il ricorso alla giustizia a un esercizio sterile, privo di reale efficacia e potere deterrente.

Al centro della critica anche le nuove condizioni per far valere i propri diritti in sede giudiziaria. Il testo, denuncia la dirigente dem, rende ancora più arduo per il lavoratore agire contro il proprio datore di lavoro, imponendo tempi più stringenti e modalità più complesse. In sostanza, si chiede a chi subisce un’ingiustizia salariale di esporsi subito, in contesti dove spesso prevale il timore di ritorsioni o del licenziamento.

“Altro che salario minimo”, afferma Guerra. “Questa maggioranza non solo lo rifiuta, ma tenta di svuotare anche le minime garanzie oggi offerte dalla Costituzione. È una destra che non vuole lavoratori tutelati, ma manodopera sottomessa. Una destra che, dietro l’apparenza di una modifica tecnica, mostra un progetto politico chiaro: smantellare progressivamente ogni vincolo alla libera – e incontrollata – compressione dei salari”.

Di fronte a quella che viene definita una “manovra truffaldina, tanto nel metodo quanto nel merito”, Guerra lancia un appello diretto alla ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone. Il suo silenzio – ammonisce – rischia di trasformarsi in complicità. “La ministra si lascerà aggirare da un emendamento parlamentare che stravolge i principi fondanti del diritto del lavoro o sceglierà finalmente di assumersi le proprie responsabilità?”, domanda retoricamente.

Il nodo, quindi, non è solo tecnico-giuridico ma profondamente politico. L’emendamento Pogliese, che arriva all’interno di un decreto dedicato a tutt’altro tema, introduce una torsione nel rapporto tra Costituzione, giurisprudenza e mondo del lavoro, incidendo su una delle poche tutele rimaste in un mercato segnato da precarietà e bassi salari. In gioco, conclude Guerra, non c’è soltanto una norma: c’è l’idea stessa di dignità del lavoro.

Sponsorizzato

Ultime Notizie

Commenti recenti