2 Maggio 2026, sabato
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Dentro la Voce Narrante. Un’intervista a Matteo Nerbi

Dietro la toga dell’avvocato civilista e l’amore viscerale per il blues, c’è un autore che indaga con sguardo disarmato e sensibilità acuta l’intimità dell’animo umano.

Matteo Nerbi, alla sua opera narrativa d’esordio “Utrum e altri racconti di Voce Narrante”, si è già affermato nel panorama letterario nazionale attraverso una sorprendente costellazione di premi, riconoscimenti e menzioni d’onore, che confermano la forza narrativa e la densità tematica della sua scrittura.

Nato tra le aule del Liceo Classico e maturato tra il diritto della crisi d’impresa e la riflessione poetica, Nerbi ci offre in questa raccolta quattro racconti lunghi che parlano di introspezione, solitudine, identità e fragilità — ma anche di resistenza, empatia e silenziosa rivolta. La sua Voce Narrante non è soltanto uno stilema, ma un vero e proprio personaggio narrativo che attraversa, accompagna, interroga. Sempre in punta di metafora. Spesso con una colonna sonora a farle da guida.

Questa intervista in dieci domande nasce con l’intento di entrare nel laboratorio interiore e artistico dell’autore, interrogando non solo le scelte stilistiche e narrative che animano Utrum, ma anche le tensioni, le ispirazioni e le domande che lo muovono. Un dialogo che cerca il filo tra diritto e letteratura, tra fragilità umana e rigore della parola, tra la vita vera e quel suo riflesso, a volte distorto ma più nitido, che si chiama racconto.

“Utrum e altri racconti di Voce Narrante” è una raccolta che esplora l’interiorità, il dubbio, le ferite spesso invisibili dell’esistenza. Da dove nasce l’idea di dare voce a questi mondi sommersi?

Io dico sempre, di me stesso, del mio ruolo di autore, che sono un “galileiano convinto”.

Con questa affermazione, che vuol suscitare curiosità, intendo che il mio approccio al narrato non è mai frutto di un qualcosa che sia stato prima studiato a tavolino, progettato, e poi realizzato.

Al contrario, in tutto quello che scrivo c’è una sorta di “saggezza emozionale” che deriva dall’aver colto un vissuto, magari non un vissuto mio, ma un vissuto d’altri, che ho posto come punto di partenza di quel tentativo cinestetico di comprendere un patire altrui, appicciandolo sulla mia stessa pelle.

Questa premessa mi serve per spiegare che, fondamentalmente, non ho seguito alcun concept per la costruzione di Utrum, non ho cercato di mettere in scena nessun mondo sommerso; forse, prima di scrivere, non li avevo neppure ben presenti questi mondi sommersi: io non ho fatto altro che aprire il mio cuore al “sentire” emozioni forti e mi sono dato a navigare con questa “bussola”.

Ed è stato così naturale imbattermi in certe vicende, in certe condizioni correlate, e nelle emozioni umane che ne scaturivano, il cui risentire è quello che ho messo in scena nei miei racconti.

Insomma, sono quei mondi sommersi che mi hanno cercato, nel momento in cui io mi sono aperto a “patire sulla mia pelle” le emozioni altrui.

Nei racconti, spesso la voce narrante osserva con distacco, ma con profonda empatia. Chi è, per lei, questa Voce Narrante? Un alter ego? Un testimone? Un giudice?

Mi sento di dire che Voce Narrante non sia nessuna delle tre cose, eppure correttamente la domanda suggerisce una pluralità di interpretazioni di Voce Narrante stessa, per cui, per spiegarne il ruolo nelle mie pagine, ho dovuto io per primo accettare l’idea che Voce Narrante dia vita a cose differenti, in momenti diversi.

In alcuni casi interviene approfondendo riflessioni, aldilà del pensiero dei personaggi principali, con un ruolo simile a quello del Coro, nel Teatro greco di Eschilo, arricchendo la vicenda di riflessioni che esprimono il pensiero di una certa collettività.  

In altre occasioni, invece, Voce Narrante esprime ciò che il personaggio non è riuscito a esprimere agli altri, “quel non detto” che si annida negli anfratti più reconditi del “segreto dei suoi pensieri”.

In questa diversa direzione, citando ancora lo storia dell’Arte Teatrale, posso dire che Voce Narrante integra il momento di pausa della narrazione, durante lo svolgimento dell’opera teatrale, dedicato al monologo tra l’attore (la maschera, o la “persona” nella lingua Latina Antica) e il pubblico (dove l’attore racconta al pubblico ciò che non dice alle altre maschere).

Insomma, in queste situazioni Voce Narrante esprime ciò che i personaggi sono, e sentono, aldilà del proprio ruolo, oltre la propria maschera, come se si trattasse (secondo gli archetipi junghiani) di un momento in cui il personaggio lascia che si esprima la “parte più interna della propria maschera”, quella più vicina al proprio “Io”, a nudo di ogni necessità di adeguamento a stereotipi (altrettante maschere, in realtà) di natura collettiva, che sono imposti dalla convivenza e consuetudini sociali.  

Manca però la quadratura del cerchio: come ho potuto io, come autore, riuscire a far esprimere la “faccia interna” della maschera dei miei personaggi? Ho potuto farlo, soltanto, “un po’ caricandoli di me stesso”.

A conclusione della riflessione di “cosa rappresentasse per me Voce Narrante, nella sua spontanea realizzazione”, posso dire che mi sono così reso conto, soltanto dopo aver riletto i miei scritti, che “nei miei personaggi, in realtà, c’era molto più di me stesso di quanto io avessi compreso, scrivendo”.

Si può dire, in conclusione, che Voce Narrante è stato un banale e inconsapevole piccolo esperimento di autoanalisi.

I suoi protagonisti sono spesso uomini fragili, disorientati, in difficoltà nel comprendere sé stessi e gli altri. È una scelta letteraria o anche un modo per riflettere sulla condizione maschile contemporanea?

Anche a questa domanda posso rispondere soltanto con delle considerazioni retrospettive, poiché, come ho detto, il mio lavoro di narrativa non nasce da un concept prestabilito prima, ma è un esperimento a carattere “induttivo”.

Su queste premesse, mi è venuto naturale farmi trasportare dalla mia “bussola” verso “luoghi dell’Anima”, intesa in senso psicologico, che spesso non sono trattati e affrontati, ma sono schivati da un senso comune fondato su quell’archetipo maschile che predomina nel nostro contemporaneo e non ammette l’idea di un certa fragilità.

Non credo di poter trarre delle conclusioni definitive di questo mio percorso, perché forse è stata semplicemente la prima tappa di un viaggio.

Mi sento però di dire che la “timidezza” in generale, come ogni personalità distonica rispetto all’idea dell’uomo “forte”, sia qualcosa che vada visto come l’opportunità di “scavare per cercare tesori nascosti”.

In molti passaggi emerge una sensibilità particolare nel raccontare l’universo femminile. Che ruolo ha la figura della donna nella sua scrittura?

Vi dirò la verità, ogni volta che ho affrontato la figura femminile nella mia narrativa, anche se l’ho fatto in quel modo spontaneo all’insegna “dell’immaginare un vissuto come se l’avessi vissuto in prima persona”, ero animato anche dalla pretesa la pretesa di “riconoscere una certa giustizia” all’universo femminile nel nostro contemporaneo, se vogliamo, con la volontà di riuscire a scrivere un qualcosa “che fosse anche un pochino femminista”.

Ho capito che questa era una pretesa troppo ambiziosa, in quanto uomo, ma ridimensionando la mia aspirazione sono convinto di aver immaginato un qualcosa di utile: ho scritto del rapporto maschile-femminile fondandomi su di una sincera “autocritica di essere uomo”.

Alcuni racconti toccano con delicatezza temi complessi come la neurodivergenza, il disagio psichico, l’emarginazione. Cosa l’ha spinta ad affrontare queste realtà?

Come ho detto, addentrarmi nelle “periferie”, nei terreni inesplorati, è stata la direzione indicata naturalmente dalla mia “stella polare”, una direzione che quindi mi è risultata spontanea, animata soltanto dal desiderio di “rendere giustizia all’Anima”, per trattarne laddove non mi pareva che se ne fosse scritto a sufficienza.

Insomma, pensando a ciò che è utile nel contemporaneo, animato dal mio bagaglio culturale, dalla “pasoliniana ricerca nelle periferie”, il mio viaggio senza meta mi ha portato a navigare nelle “periferie dell’anima”, in quei sobborghi negati, schivati, osteggiati da questo contemporaneo mondo velocissimo, fondato sull’obbiettivo del successo materiale, e ontologicamente inadatto agli ultimi.

Il rapporto tra parola e musica sembra fondamentale nel suo percorso creativo. In che modo il pianoforte, e la musica in generale, influenzano la sua scrittura?

Il mio rapporto con la musica si riflette anche in tutta la mia attività letteraria, in modo per “espresso”.

Basta ricordare come il mio “Utrum e altri racconti di Voce Narrante” (GFE Edizioni) è pensato anche come una sorta di sceneggiatura, dove la colonna sonora è sempre espressamente indicata, e anche posta a disposizione immediata del lettore, mediante link tramite QrCode.

Il mio rapporto con la musica è qualcosa di viscerale, di profondo, lo considero il frutto di un super-senso, il risultato di una sensibilità che nasce con l’udito e per arrivare sino al profondo del cuore.

Talvolta, mi sembra di annusare il profumo di certa musica.

In sostanza, è un modo di apprezzare la vita, di vivere compiutamente, accompagnando i mie passi sempre con la compagnia emozionale della musica.

Da qui, l’idea che la mia narrativa potesse fondarsi su di una esperienza polisensoriale, con un linguaggio polisemico che facesse uso della “metafora musicale”, ovvero, dell’invocazione di metafore in musica capaci di descrivere più compiutamente gli stati emotivi di cui voglio scrivere.

Avete mai ascoltato e “assaggiato” qualcosa di più dolce del Preludio, Opera 28, Numero 7, di Chopin, suonato da Arthur Rubinstein?

Lei è avvocato di professione. Come convivono nella sua quotidianità la razionalità del diritto e la libertà della narrazione?

A questo domanda risponde direttamente una grande opera della letteratura moderna, ovvero, “Lo Zen e l’arte di manutenzione della motocicletta” di Pirsig, con il suo mettere in scena lo “spirito classico” e lo “spirito romantico”, la coscienza fondata sulla razionalità e quella intese come fondate su altri presupposti, come accade in certe lontane culture orientali, o anche semplicemente nella cultura Africana, fondata sul suo riconoscere l’essere umano come creatura immanente alla natura, che nella natura deve sempre cecare l’essenza della cose, senza che intelletto e sapere della mani conducano su altri sentieri, lontani dalla natura.

Sarebbe però facile affermare che come Avvocato civilista vivo la coscienza secondo “spirito classico” e come Autore invece secondo “spirito romantico”

D’altronde la stessa opera di Pirsig, in fondo, ci dimostra come la “compiuta coscienza de sé” si può realizzare soltanto cercando di compenetrare entrambe le cose.

D’altronde, aggiungo ancora, come potrei mai coniugare professione, famiglia, arte, senza la bussola della razionalità? E al tempo stesso, come potrei mai svolgere egregiamente la mia professione, in disparte dal grigiore della banalità, e con l’efficacia delle idee, senza la bussola dello spirito romantico?

Un Avvocato deve avere fantasia, per trovare la soluzione giusta alla fattispecie concreta.

La sua scrittura è insieme sobria e lirica, capace di scavare nel profondo senza mai appesantire. Come ha costruito questo stile? A quali autori si sente vicino?

Ho avuto la fortuna di vivere in un contesto familiare depositario di grande cultura, quindi, soprattutto nell’adolescenza, ho avuto modo di leggere tanti classici, Orwell, Poe, Marquez, Pirsig, Pasolini, sono quelli che mi vengono immediatamente a mente e questo bagaglio costituisce la mia formazione.

Non mi sento davvero di fare paragoni di stile tra i miei piccoli racconti e le opere fondanti della nostra letteratura moderna, posso soltanto dire che fanno parte di quella “bussola”, cui ho fatto cenno sopra, che mi è fonte di ispirazione, anche nel senso che la narrativa deve comunque avere un messaggio sottocutaneo che apra riflessioni antropologiche o sociali.

Senza questi messaggi sottocutanei, mi verrebbe da considerarla vuota, come una sorta di occasione persa. 

La raccolta ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Quanto contano, per lei, questi segnali di apprezzamento?

Devo essere sincero non mi sarei mai aspettato che il mio Utrum, dal momento della sua uscita a febbraio/marzo 2024, potesse raccogliere 17 premi letterari in tanti luoghi e manifestazioni differenti.

L’ho considerato un punto di partenza, perché sin dalla prima occasione in cui ho avuto il piacere di essere convocato in una cerimonia, aldilà della soddisfazione di ricevere un riconoscimento, qualunque fosse, ho soprattutto costruito rapporti umani, conosciuto persone meravigliose, con cui mi sono confrontato, che mi hanno lasciato un po’ della loro arte appiccicata addosso, affinché io avessi nuovi stimoli e spunti per il mio percorso.

La cosa più importante è che scrivere, essere letti da altri Autori, leggere altri Autori, confrontarsi, significa sentirsi parte di un mondo culturale che, anche se non è quello della grande editoria, forse schiude un “fermento ancor più genuino e fecondo”.

Per adesso, a me ha restituito la voglia di leggere poesia, comporre in versi, un’esperienza nuova che, istintivamente, dal primo momento, ho cercato di integrare nella mia opera di narrativa.

Sta già lavorando a un nuovo progetto? Rivedremo presto la “Voce Narrante” in azione?

“In absentia e altri racconti di Voce Narrante” è il titolo della mia nuova opera di narrativa, logicamente e emozionalmente il seguito di Utrum, e che ho già sottoposto alla giuria di alcuni concorsi, come raccolta inedita. Ne ho ricavato già vari riconoscimenti, un primo posto, e forse ci sarà anche un altro podio, chissà!

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