Dopo il rifiuto ufficiale di Hamas all’ultima proposta di tregua avanzata dagli Stati Uniti e sostenuta da Israele, si profila una nuova, drammatica escalation nella Striscia di Gaza. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha dichiarato che “è giunto il momento di entrare a Gaza con tutta la forza disponibile”, segnalando l’imminente avvio di un’operazione militare su larga scala.
Il piano, noto come “nuova proposta Witkoff”, prevedeva un cessate il fuoco temporaneo e il rilascio progressivo degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, incontrando i familiari degli ostaggi, aveva espresso il proprio sostegno all’accordo, affermando: “Israele lo accetta. Ma la nostra lotta proseguirà fino a quando Hamas non sarà completamente annientato e ogni ostaggio non sarà tornato a casa”.
Le autorità di Hamas, contattate dalla BBC, hanno però confermato l’intenzione di respingere l’accordo, ritenendolo inaccettabile nei suoi termini politici e umanitari. La posizione del gruppo armato ha congelato nuovamente i negoziati, facendo tornare lo spettro di un’invasione terrestre su tutta la Striscia.
Sul fronte internazionale, si inaspriscono le tensioni tra Israele e alcune capitali europee. Il Regno Unito ha condannato con fermezza l’annuncio di nuove costruzioni israeliane in Cisgiordania, definite da Londra come “un deliberato ostacolo alla pace”. La mossa, considerata una provocazione anche in ambito ONU, rischia di compromettere ulteriormente ogni tentativo di mediazione diplomatica.
Nel frattempo, l’intero scacchiere mediorientale resta altamente instabile. Libano, Siria, Iran e Yemen continuano a gravitare attorno al conflitto con scontri a bassa intensità e una crescente minaccia di allargamento regionale.
Con le diplomazie in stallo e le armi pronte a parlare, la Striscia di Gaza si prepara a vivere un nuovo, devastante capitolo del conflitto.
