15 Luglio 2026, mercoledì
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Chamila strangolata da De Maria, foglie in bocca come un rituale: l’autopsia conferma il femminicidio

La barista dell’hotel Berna uccisa dal detenuto-lavoratore, poi suicida. Indagini su omissioni nel percorso carcerario e sulle minacce ignorate

MILANO – Chamila Wijesuriya è stata uccisa per strangolamento. A mani nude. Lo ha confermato l’autopsia sul corpo della 50enne barista originaria dello Sri Lanka, trovata senza vita nel Parco Nord di Milano. Un omicidio brutale, con elementi inquietanti che evocano scenari rituali: nella bocca della vittima sono state rinvenute delle foglie, un dettaglio su cui gli investigatori stanno concentrando le loro analisi. A compiere il delitto sarebbe stato Emanuele De Maria, detenuto in semilibertà e impiegato nello stesso albergo della donna, l’hotel Berna, nel cuore del capoluogo lombardo.

De Maria, 35 anni, si è tolto la vita poco dopo l’omicidio. Un suicidio che ha chiuso tragicamente una vicenda che ora scuote l’opinione pubblica e solleva pesanti interrogativi sulla gestione del suo percorso detentivo.

Il precedente del 2016 e l’ombra della recidiva

Non è la prima volta. De Maria era già stato condannato per un altro femminicidio, commesso nel 2016 con modalità che oggi sembrano tragicamente riecheggiare: violenza estrema, tracce di ritualità, impulso ossessivo. Anche allora una donna fu uccisa con modalità che ora sembrano trovare un tragico riflesso nel corpo di Chamila. Le ferite da taglio alla gola e ai polsi della vittima – spiegano fonti vicine all’inchiesta – sarebbero state inflitte post mortem, quasi come un macabro corollario a un gesto già compiuto.

La relazione tossica e le minacce taciute

Nel corso delle indagini coordinate dal pm Francesco De Tommasi, sta emergendo il profilo di una relazione segnata da violenza psicologica, controllo e minacce. Secondo la testimonianza di una collega ascoltata dagli inquirenti, De Maria era “ossessivo e possessivo”. Chamila viveva nel terrore. Aveva confidato di temere per la propria vita. Aveva raccontato di ricatti economici, di pressioni continue, persino della minaccia di diffondere video intimi. Eppure, nulla di tutto questo è mai stato formalmente segnalato.

Un silenzio inquietante, forse decisivo. I magistrati stanno passando al vaglio le relazioni di psicologi ed educatori del carcere, per verificare se vi siano state omissioni o sottovalutazioni. Si indaga anche sul ruolo del datore di lavoro dell’hotel, che avrebbe potuto – e forse dovuto – segnalare comportamenti preoccupanti osservati sul posto di lavoro.

In attesa dei test tossicologici

Mentre si attende l’esito degli esami tossicologici per stabilire se De Maria avesse assunto droghe prima del delitto, l’inchiesta si concentra ora su una doppia linea: da un lato l’accertamento della dinamica e delle motivazioni dell’omicidio, dall’altro un’indagine interna che punta a capire come un soggetto con una condanna per omicidio alle spalle, già noto per comportamenti violenti, abbia potuto tornare a colpire.

Un femminicidio annunciato? La risposta a questa domanda potrebbe richiedere non solo giustizia, ma anche una profonda revisione delle modalità di reinserimento e monitoraggio dei detenuti in regime di semilibertà.

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