A cura del Prof. Avv. Giuseppe Catapano
Il mondo confida di poter affidare il suo destino, mai così incerto, al primo Pontefice statunitense della storia, ma non in odore di trumpismo. È presto per esprimere un giudizio compiuto sull’indirizzo politico di Leone XIV e il peso che avrà nelle dinamiche planetarie. Tuttavia, la sua storia personale, l’affiliazione a Sant’Agostino e le prime parole che ha pronunciato inducono a pensare che – sempre sul piano politico, non è questa la sede per valutazioni relative alla dimensione teologica e pastorale – che si tratti di un uomo colto e cultore della complessità, quindi per nulla incline, diversamente dal suo predecessore, al populismo e alla semplificazione banalizzante. La pace universale è e resta la stella polare, ma perseguirla concretamente richiede la consapevolezza che non basta invocarla, perché ci sono politiche – anche militari – che vanno in quella direzione e altre, magari finto-pacifiste, che percorrono la strada opposta. Per capirci, è sperabile che Leone, al contrario di Francesco, non chieda a un popolo invaso e minacciato nella sua sovranità, come quello ucraino, di “alzare bandiera bianca”. E se così sarà, il suo contributo ad una “pace giusta” e non purchessia, si rivelerà prezioso. E avrà ragione chi ha accolto la sua elezione dicendo che “Prevost sta a Trump e Putin come Wojtyła stava al Cremlino”.
Segno di un felice sussulto della coscienza democratica di tanti cittadini, il vento cambiato per fortuna in Occidente come dimostrano le straordinarie vittorie elettorali di Carney in Canada e di Albanese in Australia. Figlie, queste come le elezioni tedesche di febbraio che hanno fermato l’ascesa al potere dei neonazisti di Afd, di una grande affluenza alle urne.Ecco, in Italia, dove si sono raggiunti livelli minimi di affluenza al voto davvero preoccupanti non fosse altro per la bassa legittimazione politica (quella giuridica non è in discussione) di chi è eletto, se si pensa di riconquistare alla partecipazione gli astenuti con quanto sta passando il convento, ci si sbaglia di grosso. Da un lato si criminalizza moralmente chi decide di esprimere il suo dissenso alle ragioni dei referendum astenendosi, mentre è cosa del tutto legittima per come sono regolate le consultazioni popolari – basso il numero delle firme di convocazione, alto il quorum da raggiungere – Dall’altro lato, s’intende proporre, come sembra voglia fare il governo o comunque Fratelli d’Italia, una legge elettorale che si definisce proporzionale ma poi introduce un premio di maggioranza per la coalizione che raggiunge il 40% dei consensi, che le consente di ottenere il 55% dei seggi. Ebbene, potete stare certi che con questi sistemi si otterrà l’effetto esattamente opposto a quello auspicato, inducendo un numero sempre maggiore di elettori (ormai siamo a oltre la metà) a restare a casa.
L’impressione è che da noi – ed è cosa che non riguarda solo la politica – ci sia uno stacco netto tra la percezione della realtà che ci circonda, che dovrebbe indurci a riflessioni profonde e orientarci a scelte coraggiose, e gli orientamenti che si manifestano. Prendiamo le reazioni – stupide – che ha suscitato il fatto che in Germania il nuovo cancelliere Merz ha inaugurato il suo mandato con una vistosa macchia sul vestito, quella di essere stato eletto solo alla seconda votazione perché impallinato nella prima da un manipolo di franchi tiratori, anzi di “Franz tiratori”, come nelle sceneggiature italiote. Una cosa senza precedenti in Germania, che ha fatto godere molti in Italia, all’insegna del “mal comune” o, peggio, del “mors tua vita mea”. Come se quel che accade a Berlino fosse cosa che non ci riguarda o addirittura che ha a che fare con un paese nemico. Un sentimento scioccamente provinciale sempre, ma che per molti versi diventa autolesionista nella specifica circostanza. Intanto, perché fa passare in secondo piano il fatto che il nuovo cancelliere abbia prontamente smacchiato la patacca con un fulmineo viaggio a Parigi come primo atto del suo mandato, che gli ha consentito di rianimare il vecchio asse franco-tedesco, assolutamente decisivo per l’Europa in una fase in cui gli Stati Uniti di Trump mettono in discussione le fondamenta della solidarietà euro-atlantica.
Noi, da un lato, dovremmo tifare e gioire per la sintonia tra Parigi e Berlino, e dall’altro sarebbe logico che riflettessimo sull’opportunità di agganciare Roma a quell’asse, premessa per acquisire credibilità in Europa e un ruolo primario nella “coalizione dei volenterosi”, anziché inseguire la chimera della “very special relationship” con l’America di Trump, del tutto effimera oltre che controproducente. Invece, per un verso coltiviamo un’avversione che risparmia ben pochi verso Macron, manco fosse uno Zidane che ci attacca a testa bassa, fino ad arrivare alle puerili gelosie per il ruolo che il presidente francese si è conquistato nelle dinamiche geopolitiche. E per l’altro verso, ci ritroviamo a darci di gomito per l’inciampo di Merz, senza comprendere che tutto ciò che danneggia la credibilità tedesca è un danno per l’intera Unione europea, e dunque anche per noi. Arriviamo a compiacerci della crisi economica che mina le fondamenta del modello di sviluppo plasmato da Angela Merkel, fatto di alti surplus commerciali ed energia a basso costo reperita soprattutto dalla Russia – un modello che prima Putin con la guerra in Ucraina e la Cina con la concorrenza sull’automotive, e ora i dazi di Trump, hanno messo irrimediabilmente in discussione – senza cogliere il nesso che c’è tra lo sforzo che la Germania deve compiere e il nostro interesse di paese che più di ogni altro è dotato delle filiere che si collegano alle industrie tedesche.
Dovremmo compiacerci che Merz, seppur da cancelliere in pectore, abbia avviato scelte di portata storica, come la modifica costituzionale che ha posto la parola fine al mito tedesco dell’austerità, stabilendo la deroga al tetto per l’indebitamento per le spese militari e di difesa, e il piano da quasi mille miliardi (tutti a debito) per il riarmo e le infrastrutture. Decisioni prese senza colpo ferire, da parte sia della politica che dei media e della pubblica opinione, nonostante l’evidente forzatura di far votare il vecchio Bundestag (l’unico con cui raggiungere la maggioranza di due-terzi indispensabile per le riforme costituzionali) due giorni prima del suo scioglimento. Invece, sottovalutiamo o addirittura critichiamo questo decisionismo, preferendogli subdolamente la fragilità manifestata dal voto dei “Franz tiratori” .
La verità è che ci manca “il senso del pericolo”. Non guardiamo, né tantomeno studiamo, quel che accade intorno a noi, e la conseguenza è che non cogliamo la discontinuità rispetto alle certezze di un tempo, belle o brutte che fossero, cui la storia ci sta sottoponendo. È venuto il tempo di aprire gli occhi, e il cervello. Prima che sia troppo tardi.
