Il 9 maggio 1978 è una data che ha inciso a fuoco la coscienza collettiva del nostro Paese. Quel giorno, a poche ore di distanza, l’Italia fu attraversata da due colpi mortali: uno inflitto dalle Brigate Rosse, che assassinarono Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana; l’altro dalla mafia, che fece esplodere il corpo di Peppino Impastato, giovane giornalista e attivista siciliano.
Due storie all’apparenza lontane, maturate in contesti radicalmente diversi: Roma e Cinisi, i palazzi del potere e la periferia dimenticata, il sequestro di un leader politico e la persecuzione silenziosa di un militante contro Cosa Nostra. Eppure, afferma oggi Sandro Ruotolo, responsabile Memoria nella segreteria nazionale del Partito Democratico, quelle due tragedie sono parte di un unico disegno oscuro: quello di chi ha cercato di soffocare la democrazia italiana con la violenza, il terrore, l’intimidazione.
“Per troppo tempo – osserva Ruotolo – Moro e Impastato sono stati ricordati separatamente, come se appartenessero a mondi inconciliabili. Ma è giunto il momento di unire le loro memorie. Non per cancellare le differenze, ma per riconoscere la radice comune del loro sacrificio: la difesa della libertà, della giustizia, della dignità della Repubblica”.
Aldo Moro, rapito e poi ucciso dopo 55 giorni di prigionia in un appartamento-prigione nel cuore della capitale, rappresentava il volto più complesso e profondo della politica italiana del dopoguerra. Il suo progetto di “compromesso storico” con il Partito Comunista fu letto dalle Brigate Rosse come una minaccia mortale per la loro lotta armata.
Peppino Impastato, invece, denunciava con coraggio la mafia del suo paese, Cinisi, attraverso le onde radio di “Radio Aut” e la satira corrosiva contro il boss Gaetano Badalamenti. Anche lui fu fatto tacere con un’esplosione piazzata sui binari di una ferrovia, nel tentativo di far passare il suo omicidio per un fallito attentato suicida.
Entrambi sono diventati simboli: della fermezza delle istituzioni democratiche contro il terrorismo, e del risveglio civile nella lotta contro la mafia. Ma non basta più collocarli in due narrazioni separate.
“Oggi più che mai – prosegue Ruotolo – il 9 maggio deve essere la giornata di Moro e di Impastato insieme. Ricordarli uniti è un atto di verità. Ed è soprattutto un impegno per il futuro. Un segnale alle giovani generazioni: la libertà si difende ogni giorno, in ogni luogo, contro ogni forma di sopruso”.
A distanza di 47 anni, l’Italia ha ancora il dovere di custodire e tramandare quella doppia memoria. Non per rinchiuderla nel passato, ma per alimentare la coscienza critica del presente. Perché Moro e Impastato, con le loro vite così diverse, parlano ancora la stessa lingua: quella della democrazia.
