6 Febbraio 2023, lunedì
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Si può vivere di “ POSITIVE CONTRADDIZIONI”?

A cura di Prof. Avv. Giuseppe Catapano

l’Italia è bloccata in una palude di problemi strutturali per affrontare i quali sono necessarie riforme profonde (e io aggiungerei coraggiose) che in alcuni casi richiedono più mercato e concorrenza per smantellare un capitalismo relazionale (e io aggiungerei parassitario) che blocca la crescita del Paese, mentre in altri richiedono più Stato, con la parallela adozione di criteri di merito e produttività, se si vuole evitare più clientelismo ed inefficienza”. Ma per far questo occorrerebbe capacità di analisi e di proposta, collegando bene la seconda alla prima, coraggio nel proporle ai cittadini e disponibilità di questi ultimi ad ascoltare. Invece si preferisce la scorciatoia del “tutto a tutti”, per poi usare la leva delle “positive contraddizioni”. Fratelli d’Italia si è fatta largo contestando il governo Draghi con argomenti sovranisti (ma anche Lega e Forza Italia non sono stati da meno, anzi, pur appoggiando l’esecutivo dell’ex presidente della Bce) per poi fare una politica non diversa da quella del predecessore, anche a costo di rispettare solo in minima parte la propria agenda, per evitare di diventare l’ennesima meteora della politica italiana.

E così sembra voler fare, reiterando gli errori del recente passato, il Pd. E, attenzione, paiono cadere in questa maledetta trappola non solo le componenti di sinistra del partito che si appresta a celebrare il più surreale dei suoi congressi, ma anche quelle riformiste. Anzi, non me ne vogliano , le prime sembrano essere perfino più coerenti delle seconde. la sinistra ma anche le componenti del Pd più ciniche e “governiste” (intese come attaccate al potere purchessia) sostengono l’ineluttabilità dell’alleanza con i 5stelle di Conte, salvo dire che una volta tornati al governo ci penseranno loro a imporre il realismo e il pragmatismo necessari. Ergo, usiamo i professionisti del populismo – visto che noi abbiamo perso il contatto con il popolo – per vincere le elezioni e poi faremo quel che sarà necessario. È, mi par di capire per quel pochissimo che di costei si capisce, la posizione della candidata radical-chic alla segreteria del Partito Democratico, Elly Schlein. Viceversa, il fronte che appoggia Stefano Bonaccini non pensa che Conte sia la punta più avanzata del progressismo italico, ma neppure nega di doverci convivere per il semplice motivo che continua ad ispirarsi al principio “veltroniano”, che fu fondativo del Pd, del “partito a vocazione maggioritaria”. Il quale comporta sì che alle elezioni il Pd debba presentarsi in quanto tale e non come parte di una coalizione, ma comporta anche che facendo propria la versione maggioritaria del sistema politico sia capace di vincere da solo. E siccome è anche escluso che qualsiasi altra forza politica possa riuscirci, sarebbe opportuno che i riformisti – così come i moderati sull’altro fronte, che latitano perché siamo di fronte al paradosso che la Meloni lo sia molto più di Salvini e persino del “putiniano” Berlusconi) – superassero questo dogma. Perché è proprio la contrapposizione bipolare – tanto più da quando è diventata bipopulista – che ha creato il fenomeno che abbiamo chiamato approccio “opportunistico” alla politica: alleanze pur di vincere e poi passare il tempo – che è un bene prezioso visto l’incalzare dei problemi e il moltiplicarsi della loro complessità – a mediare tra promesse e buon senso, oltre che tra alleati distanti mille miglia tra loro. Viceversa, rinunciare al vincolo maggioritario aiuterebbe a predisporsi verso gli elettori con un sano realismo politico, che poi consentirebbe di non doversi sottoporre al mortificante meccanismo delle “positive contraddizioni”.

Purtroppo, ascoltando su Radio Radicale l’assemblea di LibertàEguale, l’associazione dei riformisti di sinistra presieduta da Enrico Morando, ho notato che a fianco alla giusta proposta che il Pd abbandoni le “coalizioni contro” permane l’idea del partito a vocazione maggioritaria. Vorrei allora far presente quanto si legge da qualche giorno di Fausto Bertinotti. Invitato da Bettini ad andare a presentare il suo libro, l’ex presidente della Camera di fronte ad un’affollata platea di militanti del Pd non si trattiene dal dire che secondo lui la cosa migliore che potrebbe fare il Pd in questa fase congressuale è praticare l’autoscioglimento. Pur dicendolo con garbo, teme che la sua uscita provochi reazioni polemiche. Invece, con suo grande stupore (e, suppongo, la stizza di Bettini) scatta un interminabile quanto fragoroso applauso. Segno che anche la stessa base Democrat non ne può più.

Forse è opportuno la nascita di due partiti, uno che raccolga tutte le radicalità della sinistra e l’altro che unisca i riformisti che sono dentro e fuori dal Pd. Sarebbe il modo migliore per costringere anche Giorgia Meloni a fare i conti con le contraddizioni che albergano nel centro-destra. E per dare al Paese un governo che non sia costretto a vivere del realismo prodotto dai ripensamenti.

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