1 Febbraio 2023, mercoledì
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Avvocatura in crisi: perché? Dalla rubrica A.U.G.E., Avv. Giuseppe Esposito Alaia ci risponde

A cura di Ionela Polinciuc

Perché gli avvocati non hanno lavoro? perché l’avvocatura è in crisi?

” Un’indagine Censis sull’avvocatura ha rilevato che il 70% degli avvocati considera la propria situazione lavorativa abbastanza critica o addirittura molto critica ed il 43 % ritiene che vi sia poco lavoro con un futuro professionale incerto. Molti avvocati – anche cinquantenni, con oltre 20 anni di professione – si cancellano dall’albo per il posto fisso, cioè per un’occupazione stabile, un reddito sicuro, ed una vita più dignitosa. Vita dignitosa, che la professione forense sembrerebbe – rectius sembra – non garantire più. La non inderogabilità dei minimi tariffari (andrebbe introdotta l’inderogabilità dei minimi dei compensi) e, soprattutto l’esorbitante numero di avvocati hanno sicuramente contribuito. Il giornale “Dubbio” ed altri quotidiani nazionali si sono occupati della grave crisi che sta attraversando la professione forense così, come se ne sono occupati i numerosi gruppi presenti sui social network. Dalle parole dei presidenti dei vari consigli dell’ordine emerge che la professione è in grave crisi, e le cause sono prevalentemente di carattere economico. Per molti avvocati la professione non riesce più a garantire una vita dignitosa ed, il bonus di 600 € richiesto lo scorso anno ne sono la prova. Cassa forense ha reso noto di avere disposto il pagamento di circa 139.200 bonus do 600 €, del “reddito di ultima istanza”. Per Elisabetta d’Errico, presidente del Consiglio dell’Ordine Bolognese: “più che una crisi di vocazione si tratta di una crisi economica in atto da tempo”, “adesso la pandemia ha aggravato i problemi esistenti, alcuni colleghi hanno abbandonato per entrare nell’amministrazione pubblica”. Per Gianluca Ursitti presidente COA di Foggia, la colpa è il contesto in cui lavorano gli avvocati e, non è solo l’effetto della pandemia:”La pandemia, è stata la cartina di tornasole che ha mostrato il re nudo. Il problema, in realtà, nasce da molto lontano e trova le sue ragioni nella crisi economica che ci attanaglia da quasi quindici anni, ma soprattutto, nel numero insostenibile degli iscritti rispetto al tessuto economico in cui si innesta”.

Per Vinicio Nardo presidente COA Milano “la scelta per molti avvocati, anche del Foro di Milano, di cambiare vita lavorativa, partecipando ai concorsi pubblici, è giustificabile. La spinta a voltare pagina e a lasciare l’avvocatura non nasce adesso anche se ulteriori difficoltà sono state acuite dalla pandemia. Occorre fare un’analisi più profonda, che tenga conto di un quadro più complessivo che è cambiato ed è peggiorato oltre un decennio fa”.

Per Leonardo Arnau, presidente del COA di Padova: “sbagliamo ad autocommiserarci, anziché impegnarci a restituire credibilità alla nostra professione”.

Per Aldo Fici, civilista di Palermo, “il problema non sono gli avvocati, ma i magistrati che hanno poca umanità”. “e poi ci siamo noi, giovani avvocati, che indossiamo quella toga con amore e orgoglio”. Così come la collega Marika Pisano che aggiunge “ i giovani avvocati non abbandonano la toga, pensate come tutti i sogni e le lacrime ad essa dedicati, perché è parte di loro stessi”. Da ultimo c’è anche il collega Carruba di Roma che propone come soluzione un esame di riabilitazione straordinario, per ridare credibilità alla professione.

La crisi dell’avvocatura sta nel fatto che molti degli avvocati abbandonano la professione per dedicarsi all’insegnamento traendo da ciò un beneficio più sicuro ed immediato.”

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