26 Luglio 2026, domenica
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Le guerre win-win e i fessi pacifisti

Le guerre in corso sono guerre win-win, ossia guerre in cui chi partecipa trae sempre un vantaggio. Per questo non possono che protrarsi all'infinito.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

Cambiata la struttura dell’economia anche la forma delle guerre si è modificata di conseguenza. Oggi non si combattono guerre “per vincere” ma per produrre economia in un sistema apparentemente paradossale in cui l’unica vera sconfitta sarebbe la fine del conflitto.

Gli USA attaccano l’Iran e l’Iran chiude Hormuz. Il prezzo dell’energia sale alle stelle e gli USA incassano fior di quattrini vendendo energia agli europei mentre l’Iran commercia via terra e comunque lasciando transitare il necessario verso oriente.

Gli Houthu chiudono Bal El Mandeb? L’energia vola a prezzi stellari e gli USA ringraziano mentre l’UE si trova senza materie prime, senza merci e senza energia.

Ringrazia anche la Russia, che di greggio e di gas se ne intende, mentre sul fronte ucraino la guerra dei droni si intensifica ponendo Kiev al vertice della piramide tecnologica degli armamenti, in condizione cioè di chiedere a Bruxelles ciò che vuole e di attribuirsi un ingresso trionfale nella UE sia come produttore agricolo che come polo tecnologico militare.

Dalle guerre in corso, come si vede, tutti gli attori traggono profitto e sono caso mai i Paesi neutrali, e persino i malcapitati pacifisti, quelli che prendono le batoste più sonore, quelli che di giorno in giorno perdono di più.

L’UE, per l’appunto, è tra incudine e martello: priva com’è di risorse, materie prime e energia deve importare tutto e il suo “alleato principale” non esita a incrementare i prezzi delle sue esportazioni energetiche e ad incrementare i dazi sulle importazioni di manufatti UE. I nemici, Russia in primis, mantengono un profilo discreto esportando più o meno illegalmente petrolio e contrabbandando gas  attraverso gasdotti usati come metropolitane urbane. Ogni bomba ucraina che cade su un deposito russo non fa che incrementare il prezzo del barile e, contestualmente, accrescere il merito di Kiev agli occhi di Bruxelles. Win Win, appunto.

Il cerino acceso dei pacifisti

Accade allora che i pacifisti, o presunti tali, si siano accorti troppo tardivamente che l’ottica bellica era mutata con il cambiare dell’economia, che le guerre non si fanno più per i confini lanciando eroicamente la stampella verso il nemico ma per disporre dell’energia necessaria a far girare il mondo green e digitale, che il Canada e la Groenlandia servono per mettere in fresco ammollo le fabbriche di memorie digitali che invocano basse temperature e infinite scorte idriche, che il moschetto non può nulla contro il drone e i pizzini cartacei fanno ridere gli hacker informatici.

Neutrali e pacifisti non hanno saputo leggere la storia mentre la storia cambiava e ora inseguono, travestiti da difensori del patrio suolo, sistemi di difesa, scudi spaziali, flotte satellitari, dopo avere ampiamente dimostrato di non saper neppure tutelare le isole minori dal pacifico assalto di modestissimi gommoni.

E intanto lo scotto e il conto lo paga il cittadino strangolato alla pompa del gasolio, affamato alla cassa del discount, assetato dalla calura estiva o assiderato dalle bollette invernali, sopravvivendo alla recessione e alla precarietà che il mutamento del modello ha generato e imposto.

Il cerino acceso dell’incomprensione del cambiamento, della lentezza culturale di un’intera classe politica, scotterà le dita di tutti gli europei, a partire dai più esposti, dai maggiormente precarizzati, dai meno tuttelati economicamente.

Così cresce il disagio, il mugugno, la comprensione dell’aver imboccato percorsi sdrucciolevoli se non sbagliati e con questi la protesta che sfoga le sue affermazioni sostenendo l’insostenibile, un tardivo e inopportuno e persino controproducente conservatorismo fine a se stesso, utile esclusivamente al proprio accesso al potere, privo, e non solo apparentemente, di risposte adeguate ai cambiamenti intervenuti e in previsione.

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