27 Luglio 2026, lunedì
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Unità o conquista? Il volto nascosto del Risorgimento

Tra arretratezza sabauda, interessi stranieri e spinte massoniche, l’unificazione italiana appare più come un’operazione geopolitica che un progetto condiviso, imponendo dall’alto un modello estraneo alle identità locali.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

Come sempre è la prospettiva che definisce la storia. Fino ad oggi la narrazione del “risorgimento” è stata centralista, ma se osserviamo l’unificazione italiana da altre angolazioni scopriamo che Cavour fu un colonizzatore più che un politico.

L’epoca era diversa e il cambiamento appariva, nelle colline piemontesi, incomprensibile. Abituati da sempre al passo lento delle coltivazioni, alle battute di caccia e alle passioni voraci per le contadinotte i Savoia guardavano con invidia alle canalizzazioni lombarde, costruite fin dai tempi di Leonardo, e con stupore alla fiorente industria serica che unificava comasco e bergamasca: sfuggiva ai Savoia l’importanza dell’industria, tanto che i loro commerci si basavano sull’alimentare e l’agrario e il Piemonte d’allora si collocava a grande distanza dallo sviluppo francese o inglese che sulla diversificazione industriale avevano definito la propria rilevanza.

Fortuna volle, per i Savoia, che il vicino francese guardasse con interesse allo sviluppo di uno “stato cuscinetto” tra i propri confini e quelli dell’inviso Impero Austriaco, immaginando poi che il sottrarre la fiorente Lombardia al giogo di Vienna ponesse l’avversario in difficoltà.

Fu un ’48, notoriamente, e gli speranzosi lombardi sperimentarono rapidamente l’intemperanza piemontese. Trattati come merce, scambiati per opportunismo, gli insorti lombardi vennero lasciati al proprio destino mentre dopo la stoccata iniziale Parigi orientava altrove i propri interessi.

Poi venne Londra che ripropose il gioco ma allargandolo al piano peninsulare e aprendo (e non poco) i cordoni della borsa.

Il gioco fu interamente in mano Massonica. Massoni, da sempre, gli inglesi (anche se di rito scozzese), massone Mazzini, massone Cavour e massone Garibaldi, come illustrato in precedenti puntate Londra diresse il traffico e l’Italia divenne unita. O meglio divenne aggregata, accorpata, persino assemblata si potrebbe dire.

Torino, nel 1860 e dintorni, era come Bruxelles oggi: aveva l’obiettivo di unificare stati e staterelli con lingue diverse, interessi diversi, alleanze diverse, tradizioni e culture diverse, monete, leggi e normative diverse.

Ma a differenza di Bruxelles che oggi procede per gradi e basa le politiche sull’integrazione guidata dei singoli elementi, Torino si comportò come un qualsiasi volgare colonizzatore imponendo un impossibile cambiamento immediato, un’accettazione subalterna e passiva delle regole imposte, senza tenere in alcun conto secoli di storia indipendente.

Colonizzò militarmente, estirpò le economie locali con il manifesto intento di indebolire i resistenti, impose una lingua unitaria che nessuno (neppure in Piemonte) parlava, tanto che si racconta che nelle prime sedute parlamentari dell’Italia unitaria tra deputati emiliani e piemontesi si riscontrasse l’assoluta incompatibilità e incomprensione essendo tutti abituati a parlare in dialetto, poi (chi lo sapeva perchè viaggiava) in francese e infine (pochi) in italiano.

La famiglia reale parlava in francese, lo stesso valeva per Cavour e si dice che il vizio linguistico della disappartenenza reale sia rimasto fino alla fine della seconda guerra mondiale.

Nazionalizzazione massonica

Tra i primi atti messi in campo da Cavour vi fu la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, un vero atto di pirateria economica dettato dalla massoneria inglese che non gradiva i rapporti privilegiati tra Vaticano e Parigi.

Fu un atto di  imperio, non preceduto da diplomazia alcuna. Fu un editto a cui solo dopo la sua scomparsa fu possibile porre rimedio.

Cavour reggeva le fila del nuovo Stato e la massoneria inglese reggeva i fili di Cavour, e nessuno degli attori di quel periodo storico comprese le ottime ragioni di quei lombardi che affermavano la necessità di una Nazione federata e non unitaria, nel rispetto delle identità forti regionali, delle diverse aspirazioni e delle differenti qualità economiche.

A Londra dell’economia possibile dell’Italia importava meno di nulla, mentre a Cavour mancava l’intelligenza politica che tende a integrare le diversità in modo dinamico piuttosto che affermare un’unicità fittizia. Ma Cavour era un colonizzatore, più che uno statista, e i danni prodotti dalla sua visione Sabaudocentrica li portiamo ancora tutti, intonsi, sulle nostre spalle.

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