6 Ottobre 2022, giovedì
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I conflitti incerti del nostro Paese alla vigilia del voto

A cura di Prof.Avv. Giuseppe Catapano


Questa campagna elettorale non solo è stata pessima nei contenuti e deprimente nella modalità, ma anche molto noiosa per via di pronostici che ne hanno reso prevedibile l’esito, come un libro giallo che svela il nome dell’assassino già alla prima pagina. Mi sbaglierò – e nel caso farò pubblica ammenda – ma ho sempre avuto l’impressione, e a maggior ragione ce l’ho oggi alla vigilia del voto, che invece il romanzaccio della politica italiana sia pronto a riservarci molte sorprese. Che usciranno direttamente dalle urne, ma anche e soprattutto da quel che accadrà subito dopo. E provare ad ipotizzarle, queste sorprese, può indurre chi ha delle certezze su cosa fare domenica  a farsi qualche domanda, ma anche aiutare chi è ancora incerto a decidere se andare ai seggi e, nel caso, scegliere chi votare.

 Da quando nei giorni scorsi è scattata la cosiddetta “tagliola”, cioè la regola (assurda) che vieta la pubblicazione di sondaggi nelle ultime due settimane prima del voto, nella Roma affamata di indiscrezioni su quel che succederà è cominciata a circolare sotto traccia una quantità industriale di ricerche demoscopiche, vere e tarocche, attendibili e fasulle. Al di là del malcostume, che Antonio Polito ha giustamente fustigato sul Corriere della Sera, il fatto che i numeri riportati per ciascun partito siano significativamente diversi l’uno dall’altro, ben oltre la classica forchetta di quattro punti, la dice lunga sulla capacità divinatoria dei sondaggi. Di conseguenza, evitiamo di farcene condizionare al momento del voto. D’altra parte, non sarebbe la prima volta che le urne smentiscono le previsioni della vigilia.

 Si continua a ragionare sulle percentuali di voto, mentre la cosa più importante è l’attribuzione dei seggi. E per effetto dei complicati marchingegni della legge elettorale, per di più con modalità di conteggio diverse tra Camera e Senato, non è detto che le due cose – percentuali e seggi – vadano di pari passo. Per esempio, un 10% concentrato territorialmente può rendere in termini di numero di parlamentari più di un 15% equamente spalmato su tutto il territorio nazionale. Questo vale soprattutto per i seggi assegnati con il sistema maggioritario (uninominale), che ammontano (escludendo dal calcolo i parlamentari eletti all’estero) a 147 deputati su 392 e a 74 senatori su 196.

Finora, l’ipotesi che la maggioranza assoluta dei seggi toccherà alla coalizione di destra-centro , sondaggi a parte, è derivata da un dato incontrovertibile, e cioè che sul fronte opposto la coalizione non c’è. Anzi, ci sono tre forze in competizione tra loro. E che, di conseguenza, la gran parte dei collegi uninominali, dove basta un voto in più per vincere, non può che andare a chi si presenta unito.

Nel concreto, se è vero che i 5stelle stanno recuperando una parte del consenso che sembravano aver perduto, e se è altresì fondata l’ipotesi che tale recupero si stia concentrando al Sud – cosa fondata nella misura in cui per lo più si tratta di un “voto di scambio legalizzato” derivante dai percettori del reddito di cittadinanza, appunto concentrati in alcune zone del Meridione – ne deriva che su una parte di quel 37% di seggi che sarà assegnato con l’uninominale Conte è più competitivo di quanto non si sia fin qui immaginato. A scapito del destra-centro.

È difficile dire con esattezza di quanti seggi stiamo parlando, ma una cosa potremmo dare per acquisita: mentre alla Camera lo spostamento non inciderà sul risultato finale, al Senato – la cui base di calcolo è regionale – l’effetto potrebbe essere significativo. Naturalmente molto dipenderà da quanto Giorgia Meloni e alleati prenderanno al proporzionale: più sarà alta la percentuale, meno servirà all’apporto della quota uninominale. Per esempio, se la somma della coalizione con il proporzionale fosse 42%, al maggioritario dovrebbe conquistare almeno il 65% dei seggi (cioè 48 su 74 al Senato) per avere la maggioranza. Ma sarebbe risicata, e quindi fragile. Mentre per essere al riparo dalle transumanze parlamentari sempre in agguato, al Senato la maggioranza deve raggiungere quota 115-120 (su 200, non contando i senatori a vita). Il che significherebbe conquistare oltre l’80% dei 74 seggi uninominali. E al Sud ci sono 31 di quei 74 collegi. Ora, la remontada di Conte, supponendo che sul piano nazionale lo attesti al 17-18% dei voti, ma concentrati da Roma in giù (nel 2018 al Sud prese il 43% dei voti e conquistò l’83% dei seggi), è difficile ma non impossibile che metta in minoranza il destra-centro (sempre di Senato stiamo parlando, ma è lì che si gioca la partita vera). Tuttavia, può anche ridurgli da comoda a ristretta la maggioranza. Con tutto quel che può significare sul piano degli equilibri parlamentari.

 Il significato politico di una tale circostanza è evidente: Conte potrà dire di aver salvato il Movimento ormai ex grillino, potrà intestarsi il ridimensionamento (parziale o totale) del destra-centro e, consigliato dal suo amico Massimo D’Alema, potrà mettere in difficoltà Enrico Letta. Specie se il risultato del Pd dovesse rivelarsi deludente e comunque non distante da quello dei 5stelle. Questo spingerà le componenti del Pd da sempre in sintonia con Conte e che hanno maldigerito il mancato accordo elettorale con i 5stelle ad aprire un fronte di immediato raccordo politico-parlamentare con l’avvocato del popolo, costringendo Letta a scegliere tra l’abdicazione a favore di una linea politica non sua o la resa, con relative dimissioni. È presto ora per dire cosa accadrà, ma è possibile che tra le sorprese del dopo elezioni ci sia anche una frattura tra le due anime dei Democratici, con una aggregazione a sinistra (butto lì un po’ di nomi: Conte, D’Alema, Bersani, Fratoianni, Bettini, Orlando, forse Zingaretti, ma anche Landini e Santoro) e un’altra riformista che metta insieme la parte più moderata del Pd con il duo Calenda-Renzi e i tanti fuoriusciti (vedrete quanti…) da Forza Italia. Scenario che non si verificherebbe, o comunque avrebbe tempi lunghi e una gestazione molto complessa, se invece i 5stelle stessero ben sotto il 15% e il Pd ben sopra il 20%.

 La scena del comizio unitario di Meloni, Salvini e Berlusconi nella romana piazza del Popolo non tragga in inganno. Quella del destra-centro è solo una coalizione elettorale che ha retto faticosamente alle forzature della propaganda ma che non potrà trasformarsi in una duratura coalizione politica. Lo rendono impossibile la palese diversità di vedute su quasi tutti i temi dell’agenda politica, l’incompatibilità assoluta dei due leader maggiori e l’ormai evidente inconsistenza del terzo (diciamo per ragioni anagrafiche, giusto per evitare polemiche). Ma soprattutto, a fare da discrimine c’è la posizione su Putin e il sostegno (anche militare) all’Ucraina da parte di Salvini e di Berlusconi (delirante l’ultima uscita sull’argomento), che Meloni, salvo suicidarsi prima ancora di cimentarsi al governo, non potrà avallare e che comunque troverà nel presidente della Repubblica una barriera insormontabile. Così come l’Europa non potrà non chiedere conto alla leader di FdI del suo rapporto con Orban: l’Italia nel contesto comunitario è il terzo lato dell’asse franco-tedesco, o entra nella banda di Visegrád?

 Ma c’è un altro fattore, fin qui non considerato dagli osservatori, che agiterà le acque nel destra-centro. L’accordo sottoscritto al momento della formazione del cartello elettorale ha previsto una partizione dei seggi “sicuri” (lo so che è brutto da dirsi, ma purtroppo quella schifezza di legge elettorale che abbiamo consente, anzi implica, questa spartizione decisa a tavolino dai capi partito) basata su una previsione di rapporti di forza che probabilmente le urne non confermeranno. Nel senso che FdI avrà più voti del previsto, mentre Lega e Forza Italia meno, o forse anche decisamente meno. Ergo, Meloni risulterà sottorappresentata e gli altri due sovrarappresentati. E questo fatto non potrà che aggiungere fibrillazione a fibrillazioni, favorendo il passaggio da un fronte all’altro dei parlamentari eletti. Senza contare che, se tutto questo si verificasse, significherebbe che Salvini e Berlusconi avrebbero registrato un risultato politico deludente, e che, di conseguenza, potrebbero aprirsi due fronti sanguinosi: la resa dei conti nella Lega e la grande fuga da Forza Italia. Casino nel casino.

Altro  elemento di valutazione riguarda il cosiddetto Terzo Polo.la necessità di un polo terzo nel senso non solo di non schierato né a destra né a sinistra, ma anche di radicale contestatore del bipolarismo italico. Dunque, per essere credibile chi si fregia di questo titolo non può diventare tale all’ultimo momento solo perché non è riuscito (poco importa di chi è la colpa) a fare gli accordi giusti con una delle due parti in gioco. Purtroppo, invece, questa è la storia del duo Calenda-Renzi, matrimonio dell’ultima ora tra due che si odiano e che faranno un’enorme fatica a restare insieme anche se avranno, come è probabile, un buon successo. Detto questo, è fallace l’obiezione che si fa comunemente circa il fatto che il consenso dato a loro è un “voto inutile”. Sia perché non essendoci più il bipolarismo viene meno l’assunto. Sia perché, per tutte le ragioni che ho esposto fin qui, è alta la probabilità che il 26 settembre ci si presenti uno scenario a dir poco complicato e che in quel contesto una forza intermedia potrà risultare preziosa.

 Capisco, cari lettori, che di fronte alla cruda verità di queste parole possiate avere la voglia, domenica, di restare a casa. Ma non risolvereste niente. Il nostro paese è in seria difficoltà, e la guerra e le sue varie conseguenze non potranno che aggravarla nei prossimi mesi. È dunque necessario sforzarsi di fare una scelta. Quale non spetta a me dirlo. Posso solo richiamare alla vostra memoria le analisi che qui vi ho offerto e consigliarvi di evitare estremisti, populisti, sovranisti-nazionalisti, giustizialisti. Si dirà: ma così non ci rimane nessuno. In effetti… Ma forse, applicando la regola del “meno peggio”, qualcosina si trova. Buon voto.

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