11 Aprile 2021, domenica
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Politica monetaria invariata

A cura di La Marca Sonia 

Al di là delle azioni di politica monetaria, che rimangono salde e invariate nelle loro motivazioni, la notizia è che la banca centrale americana ha rivisto nettamente al rialzo le proprie stime su crescita e inflazione. Quest’ultima è sollecitata dal pacchetto di 1900 miliardidi dollari varato dal governo Biden (si ricordino i 1400 dollari disponibili direttamente in conto corrente il weekend successivo al varo). Secondo i calcoli del direttivo della banca, il pil Usa crescerà nel 2021 del 6,5% (a dicembre le attese erano del 4,5%); l’inflazione dovrebbe salire al 2,4%, per poi tornare a scendere nel 2022.

«La Fed ha un obiettivo duale nella sua politica: non solo la stabilità dei prezzi, ma anche la piena occupazione e la crescita economica», osserva la professoressa. «Bisogna vedere se l’ultimo pacchetto di sostegno porterà ad aspettative di piena occupazione». E le stime del Fomc rivedono in questa metà marzo leggermente al ribasso la disoccupazione: al 4,5% contro il 5% della precedente previsione.

In ogni caso, il miglioramento delle prospettive economiche non cambia le attese sui tassi che resteranno fermi fino al 2023 (almeno). Una prospettiva coerente con la storica conferenza di Jackson Hole. I tassi dei Treasury trentennali sono arrivati al 2,4%. «È vero che l’obiettivo della Fed è del 2%, però la stessa banca ha già detto che potrebbe tollerare degli scostamenti anche al rialzo dell’inflazione».

Intanto, fra i membri del Federal open market commitee sembra farsi strada la divergenza di opinioni. Sette membri del Fomc su 18 prevedono un rialzo del saggio di interesse nel 2023. A dicembre erano cinque. Quattro pensano addirittura che già nel 2022 potrebbe esserci un rialzo. A fine 2020 nessun componente del direttivo lo prevedeva. Bisogna essere consapevoli che la pandemia è «uno shock temporaneo», prosegue la docente, ma «siamo ancora un po’ lontani dal ritorno alla piena normalità, quindi non vedo per il momento misure restrittive all’orizzonte».

Powell ha chiaramente sottolineato in conferenza stampa che «il ritorno all’attività porterà a nuove pressioni sui prezzi». Ciò soprattutto se si dovessero verificare inghippi sul lato dell’offerta. In ogni caso, questi aumenti temporanei dei prezzi «avranno verosimilmente solo effetti transitori sull’inflazione». I valori mediani dei “dot” (le previsioni sui tassi dei singoli banchieri) continuano a mostrare tassi fermi per tutto il 2021, il 2022 e il 2023. Fermo anche il valore di lungo periodo dei tassi, 2,5 per cento.

Nonostante le rosee prospettive di ripresa, Powell non tentenna e proclama che «l’orientamento della politica monetaria resterà molto accomodante» anche nel corso dello slancio della ripresa. Non è ancora tempo nemmeno di prendere in considerazione una graduale riduzione degli acquisti di titoli, sottolinea il presidente. Aggiunge infine la professoressa Carletti che «la politica fiscale americana arriverà all’11% del pil nel 2021. Un livello imparagonabile con quello – molto più ridotto – degli altri paesi. Erik F. Nielsen, capo economista di gruppo (UniCredit Bank, London)stima che già nel secondo semestre 2021 gli Usa raggiungano i livelli di pil pre-crisi covid».  Una potenza di fuoco combinata, quella della politica monetaria e fiscale Usa, che al momento non si riscontra in una Europa troppo burocratizzata.

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