24 Ottobre 2021, domenica
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Lavoro e donne al tempo del covid

A cura di Marilena Tassone 

Quest’anno l’8 marzo – Giornata Internazionale della Donna – ha assunto  un valore particolare a fronte del ruolo e della condizione delle donne scaturita in questo interminabile equinozio di crisi pandemica, che come noto ha penalizzato l’occupazione delle donne, in Italia e nel mondo, più degli uomini.

Secondo quanto emerge dall’analisi del “Gender Gap Report” del World Economic Forum (WEF) e dallo studio “The Female Opportunity Index 2021” commissionato da N26 (Mobile Bank globale), le principali vittime economiche e sociali della pandemia sono le donne, indipendentemente dall’età e dalla collocazione geografica e soprattutto in termini di occupazione femminile.

È doveroso ricordare che il gender gap nel mondo del lavoro è uno degli obiettivi di indagine dell’Agenda Onu 2030. Il nostro Paese, purtroppo, è fanalino di coda in Europa: disoccupazione femminile e impossibilità di accedere ai livelli apicali di organizzazioni e istituzioni costituiscono un problema irrisolto con ricadute sociali ed economiche sia sul piano dell’uguaglianza delle opportunità e della retribuzione sia su quello della visibilità e del prestigio connessi a certe occupazioni e ruoli decisionali.

Da quanto si evince dai dati rilasciati dall’European Institute for Gender Equality (EIGE) della Comunità Europea, il tasso di occupazione femminile in Italia è sceso dal 50,4% del 2019 al 48,9% nei primi mesi del 2020. Tra marzo e settembre dello scorso anno sono finite in cassa integrazione più di un milione e mezzo di donne. Secondo, poi, una recente ricerca di Ipsos – svolta per conto di WeWorld negli ultimi 12 mesi – una donna occupata su due ha paura di perdere il proprio lavoro nei prossimi mesi; una disoccupata su quattro dichiara che, a causa del Covid 19, ha dovuto rinunciare a trovare un lavoro per badare alla famiglia. Dati non dissimili espone Istat che denuncia un tasso di inattività femminile in aumento: si è passati dal 43,3% al 45,5% nel 2020 (i.e. + 2,2% vs. un +1,6% maschile) a conferma di come il peso della famiglia, che già prima della pandemia pesava sulle donne, sia aumentato sul carico di lavoro.

Per quanto riguarda la retribuzione, la citata ricerca di Ipsos ha rilevato che, nello stesso periodo, le donne italiane hanno subito una riduzione del 20% delle proprie entrate.

Incoraggiante apprendere che in Europa, il nostro Paese, insieme alla Spagna, può vantare un livello di istruzione femminile sensibilmente maggiore rispetto a quello maschile. Risulta, infatti, che in Italia, nel 2019, le donne con almeno un diploma rappresentano quasi i due terzi del totale (il 64,5%), i.e. +5% vs gli uomini (il 59,8%). Tale differenza, a livello europeo, è pari ad un punto percentuale.

Le donne laureate italiane rappresentano il 22,4% (vs. 35,5% media UE) rispetto al 16,8% degli uomini: negli ultimi cinque anni la quota di donne diplomate e laureate è aumentata, in entrambi i casi, di un +3,5% (mentre per gli uomini si sono registrati incrementi rispettivamente del +2,2% e +1,9%).  Tuttavia, la percentuale di frequenza femminile è ancora esigua nei corsi di laurea di materie promettenti per il lavoro: nel 2019, il 37,3% dei laureati maschi ha una laurea STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) vs. il 16,2% delle femmine.

Anche in politica stiamo registrando miglioramenti: negli ultimi anni si è assistito ad un aumento delle donne politiche elette in Italia (dal 30,7% al 36% nelle elezioni del 2018) e nel Parlamento Europeo (nel 2019 la quota delle rappresentanti politiche italiane ha raggiunto il 41%). E, recentemente, con l’insediamento del Governo Draghi siamo passati al 35% di rappresentanza femminile nel ruolo di ministre.

Incoraggiante apprendere anche che continuano a crescere le donne nei Cda delle società quotate, raggiungendo la quota del 36,4% nel 2019. Inoltre, secondo quanto si evince dal Rapporto “Donne Manageritalia 2021” – pubblicato in questi giorni da Manageritalia – “la ripresa dei dirigenti privati è tutta guidata dalle donne, oggi il 18,3% del totale e cresciute del 49% dal 2008 al 2019, a fronte di un calo del 10% degli uomini, e dal terziario. Tra i quadri le donne sono già al 30%, 37% degli under 35”, a dimostrazione del fatto che vi è in atto una spinta molto forte, anche se c’è ancora molto da fare per rompere il cosiddetto “soffitto di cristallo” per raggiungere la vetta.

Il processo accelerato di digitalizzazione ed innovazione scaturito dalla pandemia ci ha dimostrato che le tecnologie digitali costituiscono una leva decisiva nel superare limiti e, al contempo, contrastare le disuguaglianze di ogni genere dal momento che, di fatto, la tecnologia, oltre ad essere uno strumento molto potente, è per sua natura “neutrale”: ciò costituisce per le donne un’occasione per farne buon uso e sfruttarne le potenzialità.

Un più nutrito accesso alle materie STEM e alle tecnologie 4.0 e 5.0 può rappresentare una leva importante di empowerment delle donne. Di fatto, le tecnologie digitali si convertono in formidabili abilitatori della conoscenza, consentendo l’accesso diffuso a fonti prima difficilmente raggiungibili o estremamente costose. La diffusione dell’educazione a distanza e dello smart working hanno certamente eliminato delle barriere, contribuendo a ridurre possibili discriminazioni. Le donne (soprattutto le più giovani) devono, hic et nunc, cogliere questo momento anche con il supporto delle loro associazioni.

Personalmente, faccio parte di diverse associazioni al femminile (i.e. Donne 4.0, Women in Security, Women for Security, ANRA Caffè in Rosa) e in tutti questi contesti io e le mie colleghe ci adoperiamo per diffondere una cultura innovativa, ma armonica, condividendo i principi di diversity & inclusionunitamente alle tematiche peculiari del nostro ambito professionale, ovvero formazione STEM, Cyber Security, Safety, Risk Management e Business Continuity.

L’emergenza pandemica ha evidenziato come l’occupazione femminile necessiti di interventi strutturali atti a modificare un quadro che, nel corso degli anni, è andato peggiorando. Sono necessarie misure di sostegno al reddito delle lavoratrici madri, conciliazione vita-lavoro, semplificazione delle procedure di accesso alle misure già esistenti e accesso al credito per le imprese femminili, momenti formativi e di mentoring per avvicinare ulteriormente le donne italiane al mondo della tecnologia, della digitalizzazione, della Security & della Cyber Security, del Risk Management e della Business Continuity. Pertanto, si tratta di fare proprie queste leve dall’enorme potenziale per permettere di superare tutti quei gap di genere che possono far fare un salto di qualità al Paese.

La Giornata Internazionale della Donna deve essere, quindi, un rinnovato invito alle donne professioniste a non aver paura di dimostrare le proprie capacità, di andare fino in fondo con caparbietà, creatività, senza scoraggiarsi, dimostrando tenacia e, se necessario, pensare al di fuori degli schemi, qualità propria dell’universo femminile.

Mi piace ricordare l’affermazione di Nancy Hopkins(biologa molecolare e professoressa emerita del MIT): “Le cose non cambiano perché il tempo passa, ma perché le donne si impegnano a cambiarle…. lo fanno quando vedono che qualcosa non è come dovrebbe essere”. Pertanto, si tratta di andare ben oltre la questione di parità di genere o di giustizia sociale. Infatti, per l’Obiettivo 5 dell’Agenda ONU 2030, la parità di genere, l’emancipazione e l’autodeterminazione di tutte le donne e ragazze non è un tema tra gli altri, ma il “TEMA strategico” che trasversalmente segna tutti gli altri obiettivi. Nessuno di essi può esser affrontato senza quella lente di genere che prevede un ruolo attivo, di protagonismo e di empowerment delle donne; dato che nessuna società può prosperare se spreca, disperde, saccheggia la metà delle sue risorse umane.

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