21 Aprile 2021, mercoledì
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Società e social

a cura di Gemma Tisci

Con l’avvento della pandemia da Coronavirus, da circa un anno viviamo letteralmente in simbiosi con Cellulari, Ipad e Computers, per immergerci totalmente in rete tramite piattaforme di telecomunicazione e social. Spendiamo il nostro tempo più in rete che nella realtà (sembra un gioco di parole ma non lo è) organizzando convegni, incontri e persino didattica a distanza. Ordiniamo cibo e facciamo shopping online. Siamo nati come genere tattile, che ha cominciati la propria conoscenza grazie all’osservazione e al toccare le cose, siamo diventati ricercatori di immagini. Comunichiamo tramite social tanto che non è insolito incontrare persone che parlano dei loro rapporti su Facebook e sempre di più ci relazioniamo all’altro come profilo, come bacheca, come post, come immagine e non come corpo. Incontriamo persone che non vediamo da tanto tempo e con le quali abbiamo mantenuto solamente contatti virtuali e subito dopo un timido abbraccio ci invitano a metterci in posa per la foto. Siamo parte di una società in cambiamento e la pandemia ha accelerato il processo di trasformazione socio-relazionale e lavorativo e quel che per noi tutti era un di più alla vita quotidiana, fatta di pagamenti, file agli uffici postali e bancari, e altro, la rete è diventata un’esigenza quotidiana.

Tutto questo quanto influenzerà le relazioni? La vita di coppia? Il sesso? Il lavoro?

Decisamente non poco.

Siamo nati come genere che ha cominciato la sua conoscenza e l’evoluzione con il tatto e siamo diventati ricercatori di immagini.

Siamo entrati nel mondo virtuale, e non sappiamo più uscirne e chi ha creato tutto questo lo sapeva. Lo si evince dai mutamenti nella sensibilità dei bambini che giocano con il touchscreen di uno smartphone, agli adulti che si immergono nella fitta trama dei social network intesi non come mezzo, ma come fine e sublimazione dei rapporti inter-umani. Al compimento di tale processo cyber-neuronale siamo persino diventati degli Avatar.

E si, oramai gli amministratori delle varie piattaforme hanno capito il gioco facile che si è instaurato e oltre alle faccine, ai cuoricini e tanto altro per darci la possibilità di manifestare velocemente anche l’emotività momentanea che viviamo nel momento in cui leggiamo un post, allegro o triste, o peggio violento, alle immagini che si susseguono ininterrottamente sui social. Alle piccole faccine (emoticon) già con i social abbiamo persino cambiato linguaggio, per chi come me è nata nel secolo scorso non avrebbe mai immaginato un giorno di dire ad un amica inviaci un whatsApp oppure chattiamo e tanti altri termini specifici dei social e di internet.

Fagocitati dai social, sarebbe la parola giusta, perché questo ci è successo.

Ma ci piace, spesso critichiamo questo modo di vivere, ma ci piace, anche perché da qualche decennio i segnali di una società che si avviava verso l’individualismo erano chiari e i social, anche se la parola significa l’esatto contrario, non hanno fatto altro che agevolare e accelerare tale fenomeno.

Stiamo bene da soli, o per lo meno ci stiamo convincendo di esserlo.

E poi diciamola tutta, quanta soddisfazione si ha quando “Banni” cioè Blocchi qualcuno che non ci sta più bene tra i contatti che ognuno di noi ha. Ci sembra di vivere un momento, perché proprio di un momento, di un attimo si tratta, di onnipotenza. Non mi stai più bene, allora io ti elimino, o ti blocco.

La società in questo modo si è immersa in varie dimensioni, dimensioni effimere che si dissolvono e si spargono per l’universo tramite antenne e ripetitori. Un mondo effimero preoccupante se si pensa che i vive per il numero di like ottenuti ad un post scritto o una foto, tutto è diventato inafferrabile, tutto si vede ma non si tocca. Non si tocca perché è impossibile toccare e questo sta cambiando i nostri sensi.

Toccare, toccarsi, sentire profumi, essenze, sapori, forse quest’ultimi ancora ci appartengono grazie al cibo che per forza dobbiamo masticare e poi ingerire.

I bambini non giocano più con bambole e trenini ma passano il tempo con gli smartphone e cominciano a confrontare le proprie esperienze di vita, conoscenza e apprendimento con una realtà digitale che si trovano a gestire in prima persona. Insomma si nasce e dopo qualche anno dopo si diventa (tecnologicamente) digitali per far parte ad una società reticolare della comunicazione, con i suoi prodotti più o meno culturali e a quelle forme identitarie collettive e individuali come le cyber sette, gli emo, gli hikikomori ed altri tipi di umani. Il tutto cercando di far comprendere quanto, fenomeni apparentemente distanti e scollegati tra loro siano in realtà frutto di diverse società che si confrontano con un mondo in corsa e senza troppo scavare dentro ogni fenomeno, visto anche il prodotto editoriale accessibile.

Ci siamo tuffati in un mondo che ci rende dipendenti e dalle caratteristiche pericolose di una società che non riesce a comprendere che tutto ciò sta portando l’indebolimento del corpo e dei sensi, la crescente dipendenza dagli altri e dai modelli collettivi, lo sbiadimento della maggior parte delle esperienze sensoriali a favore del guardare immagini, informazioni e proposte preconfezionate, l’allontanamento dal corpo delle esperienze ritenute significative tendono ad accentuare i processi di omologazione e indebolimento della personalità, mentre il senso di sé è il più personale di tutti, quello su cui si fonda l’irripetibilità e la diversità di ogni individuo.

A questo punto non posso non nominare uno dei tanti studiosi del fenomeno, il francese Risè, che ha trattato ampiamente la questione in alcune sue pubblicazioni. Nei suoi scritti, Risè ha posto l’accento alla questione che riguarda anche l’indebolimento dei sensi, a tal proposito afferma che: “Mentre gli altri sensi si indeboliscono, la vista è quello che viene più utilizzato, anche se ciò non significa che sia quello più razionalmente acuto”. Ci arrivano infatti più informazioni e immagini di quante se ne possano comprendere e far proprie, con il risultato che il “navigante” va in continua ricerca di immagini che lo coinvolgono emotivamente sempre di più, anche di situazioni che se vissute realmente provocherebbero disgusto e quindi allontanamento. Le nostre esperienze sono per lo più visuali e passano attraverso strumenti tecnici, dalla tv al Pc e altri schermi. Mediazioni che possono nascondere inganni o, quantomeno, dietro alla facilitazione dell’ubiquità (videoconferenza) o del far arrivare se stessi e le proprie immagini ovunque e in un istante (videochat, ….) esistenziale dell’economia digitale.

Ma il connettersi non può sostituirsi al sentire.

L’attività neuronale umana da sessant’anni a questa parte è stata oggetto di studio non solo di medici ma anche di esperti della comunicazione e dell’ingegneria dando vita a un’ampia attività di ricerca che si chiama cibernetica. Oltre all’intento di creare macchine che si autogovernano, all’interno di questi studi e non solo, più volte si è notato come la stessa struttura reticolare del web e il modello di comunicazione sociale nato con internet siano simili alle strutture di comunicazione tra le parti di un organismo vivente. Questione fondamentale è che queste strutture artificiali sono comunemente usate per connettere esseri umani che per entrare in relazione tra loro ricorrono, appunto, a strumenti tecnologici.

Nonostante i processi sensoriali vengono spesso descritti come se fossero qualcosa di meccanico, i processi che intervengono nell’udito sono di tipo meccanico, idraulico ed elettrochimico e la pubblicazione di Risè non vuole dimostrare che, studiando l’uomo si possano creare macchine a lui sempre più simili e congeniali che gli rendano la vita migliore, ma piuttosto invitare il lettore alla riscoperta del valore dei sensi e della conoscenza e del gusto legati a questo tipo di esperienze tipicamente umane, sottolineando quindi quella distanza tra il processo conoscitivo umano e quello umanoide o meccanico, perché “nella realtà noi continuiamo a essere immersi nella materia, e l’allontanarsi dai sensi che più direttamente e profondamente la conoscono non fa altro che renderci la vita più difficile e meno piacevole”. Insomma, il relazionarsi troppo precocemente a forme di assenza fisica può portare a disagi sia nella formazione del senso di sé che nelle opportunità relazionali dato che il bambino è tutto un esteso organo di senso, e ciò che egli percepisce nei primi anni di età ha un riflesso modulante e formativo sul suo corpo e sul suo cervello.

Il problema infatti si pone quando questi incontri non sono diretti ma mediati, come avviene nel web e nei social network dove ci sono immagini di una persona umana, qualcosa di piatto senza sensi, cuore, sangue, odore e calore, ma solo dei pixel e delle espressioni (a volte quasi delle “impostazioni”) che dovranno trovare il consenso di chi poi ci conoscerà attraverso quelle e attraverso quelle ci riempirà di significati. In questi tipi di incontro mediati, non si attivano i neuroni specchio che invece operano “quando guardiamo, o partecipiamo attraverso altri sensi ed emozioni, a gesti, intenzioni e sentimenti dell’altro”.

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