21 Aprile 2021, mercoledì
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Non si cura né il virus né la recessione

a cura di Giuseppe Catapano

Il fatto è che il Governo sta promettendo soldi a tutti, senza guardare troppo per il sottile: a coloro che sono effettivamente colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia ma anche a chi non lo è (le agevolazioni per i monopattini, per esempio); a chi ha perso reddito a fronte di attività che avevano futuro e dopo il Covid torneranno ad averne, ma anche a chi, invece, viveva di attività marginali, destinate comunque a soccombere. Con una doppia conseguenza negativa: di far arrabbiare quando dopo aver promesso non mantiene, inciampando nella burocrazia; di far sballare i conti pubblici. Perché è vero che in questa fase è lecito e logico fare nuovo debito, e così fan tutti: l’Europa complessivamente arriverà a un debito superiore al pil (102%-103%) e i paesi Ocse addirittura al 130%, mentre il Fondo Monetario stima che il debito pubblico e privato planetario, che già aveva superato i 150 trilioni di dollari, pari al 225% del pil mondiale, nel 2021 aumenterà del 17% per le economie avanzate e del 12% nei paesi in via di sviluppo. Ma non possiamo non tenere conto sia che l’Italia è partita molto più avanti degli altri nella corsa all’indebitamento, e dunque prudenza vorrebbe che in questa fase ne accumulasse di meno, sia del monito di Mario Draghi (c’è debito e debito), per cui se spendi per fare investimenti e sostenere lo sviluppo, stai facendo “debito buono”, se invece, come nel nostro caso, fai spesa corrente improduttiva, stai facendo “debito cattivo”. Quello per i ristori è per definizione del secondo tipo. Certo, l’obiettivo è quello di lenire i danni procurati dal blocco delle attività e della circolazione delle persone, per evitare danni e conflitti sociali. Ma amministratori della cosa pubblica che non abbiano attenzione solo per l’acquisizione del consenso, e per i sondaggi che lo misurano (più o meno bene), bensì guardino agli effetti a medio termine delle politiche intraprese, non possono non porsi il problema che i soldi dei vari bonus e sostegni producono debito e ben poco reddito. E dunque, quando il vaccino ci avrà liberato dal virus si faranno i conti e si vedrà che l’Italia avrà accumulato un debito pubblico enorme a fronte di spese che non avranno prodotto crescita economica. E saranno guai seri.

Insomma, se queste sono le premesse, anche per chi, come me, è molto favorevole a mettere la gestione dell’emergenza in capo ad un governo di unità nazionale, diventa difficile guardare al possibile rendez vous di Berlusconi con Conte senza diffidenza. Non solo e non tanto per il conflitto d’interesse che il Cavaliere si porta dietro – lo stop a Vivendi su Mediaset – quanto perché non c’è lo straccio di una proposta sul tavolo e un metodo di confronto alla luce del sole. Tutte cose di cui ci sarebbe bisogno proprio ora che anche in Europa, alle prese con la bomba innescata da Ungheria e Polonia, c’è bisogno di grandi convergenze. È inutile nascondercelo: a Bruxelles sono a dir poco irritati nei confronti di Roma che si è rifiutata di prendere i soldi del MES pur avendo una crisi delle sue strutture sanitarie più che evidente, e non ha ancora definito il piano degli investimenti del Next Generation EU. Contribuendo così al ritardo del Recovery e facilitando il ricatto di Varsavia e Budapest. Una mancanza di capitale politico e di credibilità che non ci consente – ma chissà se lo avremmo fatto comunque – di scendere in campo a fianco del presidente francese Macron che vuole andare avanti comunque, chi ci sta ci sta, superando quel maledetto diritto di veto che rappresenta il principale problema nella governance europea.

Non vorremmo essere nei panni del presidente Mattarella.

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