A cura di Gilberto Borzini
LA RIFLESSIONE
Ci sono battaglie che non si combattono per qualche mese o per una stagione politica. Sono battaglie che accompagnano un’intera vita e che, anche quando sembrano cadere nel silenzio, non smettono di essere giuste. Da anni continuo a richiamare l’attenzione sulla condizione delle giovani generazioni. L’ho fatto nei convegni, nelle università, negli incontri con imprenditori, professionisti, amministratori e rappresentanti delle istituzioni. L’ho scritto in numerosi articoli e l’ho ribadito in ogni occasione utile. A volte ho avuto la sensazione di parlare nel deserto. Eppure, non mi sono mai fermato, perché sono convinto che le idee giuste, se sostenute con coerenza, prima o poi trovano ascolto.
Oggi i dati confermano ciò che da tempo denunciamo. L’Italia continua a registrare uno dei più alti numeri di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso di formazione. Un primato che non può lasciare indifferenti e che rappresenta una delle più grandi emergenze economiche, sociali e civili del nostro Paese. Non stiamo parlando di statistiche. Dietro ogni numero c’è una persona, una storia, una famiglia, un talento che rischia di andare perduto. La demografia non è fatta di grafici, ma di esseri umani. È fatta di ragazzi e ragazze in carne e ossa che chiedono soltanto una possibilità, una prospettiva, una ragione per credere nel domani.
La vera ricchezza di una nazione non è soltanto il PIL, non sono soltanto le infrastrutture o il patrimonio artistico. La più grande ricchezza di un Paese sono le persone. Sono i cittadini. Sono soprattutto i giovani. Quando un giovane rimane fermo per anni, il tempo non si recupera più. Ogni anno perduto significa competenze che si indeboliscono, fiducia che si spegne, sogni che si allontanano. Il tempo è il capitale più prezioso che una persona possiede, ed è una responsabilità collettiva impedire che venga sprecato.
Su questo terreno il sistema Italia mostra tutta la propria fragilità. Non regge la politica, non reggono le contrapposizioni tra maggioranza e opposizione, perché esistono questioni che appartengono all’interesse nazionale e che non possono essere affrontate come strumenti di conflitto.
La condizione delle nuove generazioni è una di queste. È arrivato il momento di costruire una nuova stagione di responsabilità condivisa.
Per questo continuo a sostenere la necessità di un grande Patto Sociale Nazionale, capace di mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni, imprese, scuola, università, associazioni, professionisti, volontariato, mondo della ricerca, della cultura e della scienza. Solo una grande alleanza può restituire ai giovani la fiducia che meritano.
Occorre rafforzare l’orientamento, creare un collegamento stabile tra formazione e lavoro, sostenere l’imprenditorialità giovanile, valorizzare il merito e accompagnare chi vive nelle aree più fragili del Paese. Penso ai piccoli comuni, alle periferie urbane, ai quartieri difficili delle grandi città, ma anche a quelle sacche di disagio che esistono persino nei territori economicamente più sviluppati. Il fenomeno riguarda il Nord, il Centro e il Sud, pur assumendo nel Mezzogiorno dimensioni ancora più profonde, intrecciandosi con storici ritardi economici e sociali.
Non possiamo permettere che il luogo di nascita determini il destino di una persona. Ogni giovane deve poter scegliere liberamente il proprio percorso di vita, costruire il proprio futuro e contribuire allo sviluppo della comunità. Investire nelle nuove generazioni non significa soltanto creare occupazione. Significa rafforzare la democrazia, la coesione sociale, la competitività del sistema produttivo e la speranza del Paese. L’Italia possiede energie straordinarie. Possiede intelligenze, creatività e capacità imprenditoriali riconosciute nel mondo. Ma senza giovani queste risorse rischiano di non avere continuità.
La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto economica. Sarà profondamente umana. Sarà la capacità di restituire ai giovani il diritto di credere nel proprio futuro.
Una nazione che perde i propri giovani perde molto più della propria forza lavoro: perde la propria anima, la propria speranza e la propria capacità di immaginare il domani. Per questo rivolgo un appello a chiunque ricopra responsabilità pubbliche, istituzionali, economiche, sociali, civili e professionali: uniamo le nostre competenze, superiamo le divisioni e costruiamo insieme un grande progetto nazionale per le nuove generazioni. Non possiamo più limitarci ad analizzare il problema. È il tempo delle decisioni.
Il futuro dell’Italia comincia dai suoi giovani. E ogni giorno perduto è un pezzo di futuro che non potremo più recuperare.
