26 Ottobre 2026, lunedì
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Milano, schianto nella notte: muore in moto Davide Di Lernia, figlio di Leone

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È stata una notte tragica a Milano. Davide Di Lernia, 47 anni, videomaker, produttore e regista, è morto in un incidente stradale avvenuto poco dopo la mezzanotte in via Mecenate, lungo il rettilineo che conduce verso l’aeroporto di Linate. Era il figlio di Leone Di Lernia, il popolare cantautore e conduttore radiofonico e televisivo scomparso nel 2017.

Di Lernia viaggiava in moto quando, per cause ancora da accertare, ha perso il controllo del mezzo. La due ruote è uscita dalla traiettoria e si è schiantata contro la balaustra che protegge i binari del tram. L’impatto è stato violentissimo e non gli ha lasciato scampo. All’arrivo dei soccorritori del 118, per il 47enne non c’era ormai più nulla da fare.

La tragedia arriva al termine di una serata che Davide Di Lernia aveva raccontato, fino a poche ore prima, attraverso le immagini pubblicate sui social. Era stato al Carroponte di Sesto San Giovanni, dove si era esibito il dj britannico Carl Cox, uno degli appuntamenti musicali più attesi della serata nell’area milanese. Poi il rientro verso il centro della città, interrotto drammaticamente dall’incidente.

Nel mondo della musica e della comunicazione, Davide Di Lernia aveva seguito un percorso professionale vicino a quello del padre. Videomaker, produttore e regista, aveva maturato esperienze anche nel settore radiofonico, collaborando con emittenti come Radio Monte Carlo, Radio 105 Network e Virgin Radio.

Un legame con la radio e con lo spettacolo che aveva segnato la sua storia professionale e che lo aveva portato a muoversi tra produzione audiovisiva, musica ed eventi. Una dimensione raccontata anche nelle ultime immagini condivise prima della tragedia.

Restano ora da chiarire le circostanze esatte dello schianto. Gli accertamenti dovranno stabilire che cosa abbia provocato la perdita di controllo della moto e la successiva collisione con la barriera lungo via Mecenate. Sul posto sono intervenuti i soccorritori, ma ogni tentativo di prestare assistenza si è rivelato inutile. Davide Di Lernia è morto nella notte, a 47 anni, al termine di una serata trascorsa ancora una volta nel mondo della musica al quale aveva dedicato gran parte della propria vita professionale.

Incendio nell’ex casa di famiglia di Diego Dalla Palma: quattro autobotti per domare le fiamme

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Un incendio ha interessato l’ex casa di famiglia del make up artist Diego Dalla Palma a Enego, sull’Altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza. A dare l’allarme sono stati alcuni vicini, insospettiti dal fumo che fuoriusciva dalla canna fumaria dell’abitazione.

Quando i vigili del fuoco sono arrivati, le fiamme avevano già raggiunto il tetto della casa. Una situazione che ha reso particolarmente impegnativo l’intervento, anche per la conformazione della struttura: la copertura dell’edificio poggiava infatti su una sottostante struttura in legno, elemento che ha richiesto particolare attenzione durante le operazioni di spegnimento.

Per contenere e domare il rogo è stato necessario impiegare quattro autobotti dei pompieri. Le squadre hanno lavorato per mettere sotto controllo le fiamme e impedire che l’incendio potesse estendersi ulteriormente.

A far scattare l’allarme, dunque, non è stato un intervento programmato né una segnalazione proveniente dall’interno dell’abitazione, ma la prontezza dei vicini, che hanno notato il fumo e hanno immediatamente avvertito i soccorsi.

L’incendio ha così riportato l’attenzione su una casa legata alla storia familiare di Diego Dalla Palma, noto volto del mondo del make up e della bellezza, nel contesto dell’Altopiano di Asiago. Al momento, sulla base delle informazioni disponibili, non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle cause del rogo né sull’entità complessiva dei danni provocati dalle fiamme.

Prof accoltellata a Roma, la famiglia sapeva del disagio del figlio: «Lo stavamo aiutando»

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Il disagio c’era. I genitori ne erano consapevoli e, a loro dire, stavano cercando di affrontarlo. Quello che nessuno avrebbe immaginato, però, era che potesse trasformarsi in un’aggressione tanto violenta e, secondo quanto emerso finora, preparata con anticipo. È il punto più inquietante della vicenda della scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma, dove un tredicenne ha accoltellato la sua professoressa di storia, Isabella Marsilio.

«Ha una passione per le armi, per il softair, ultimamente stava molto sul cellulare. Eravamo consapevoli che aveva bisogno di aiuto e stavamo provvedendo, ma non avrei mai pensato che mio figlio potesse fare un gesto del genere». È quanto avrebbe riferito la madre del ragazzo agli investigatori e ai sanitari, secondo quanto riportato da la Repubblica.

Il giovane, ancora ricoverato al Policlinico Umberto I, si trova nel reparto di neuropsichiatria. Accanto a lui ci sono i genitori, entrambi profondamente scossi. La madre è un’insegnante, il padre lavora come funzionario dell’ufficio toponomastica del Comune di Roma. Per loro, resta difficile comprendere come il loro unico figlio, appena tredicenne, sia arrivato a concepire e mettere in atto un’aggressione che, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbe avuto anche una dimensione social.

Gli elementi raccolti finora raccontano infatti di un malessere che non sarebbe comparso all’improvviso. La stessa Marsilio aveva già convocato i genitori durante lo scorso anno scolastico per parlare di alcuni episodi che avevano attirato l’attenzione degli insegnanti. Nulla, ha chiarito la docente, che facesse pensare a un’esplosione di violenza di questa portata. Ma abbastanza, comunque, da segnalare che qualcosa nel comportamento del ragazzo meritava attenzione.

La madre avrebbe parlato proprio di questa consapevolezza: il figlio aveva mostrato segnali di difficoltà, una forte attrazione per le armi e il softair e un rapporto intenso con il cellulare. La famiglia, sostiene, stava cercando di intervenire. Poi, nel giro di pochi mesi, la situazione sarebbe precipitata.

Per il tredicenne, non essendo imputabile penalmente in ragione dell’età, si prospetta ora un percorso di natura rieducativa. Sarà il tribunale per i minorenni a valutare le misure da adottare, compresa l’eventuale permanenza in una comunità.

«Mi sarei aspettata una telefonata dai genitori»

Dall’altra parte c’è la donna che quelle coltellate le ha ricevute. Isabella Marsilio è stata dimessa dall’ospedale e ha raccontato di aver avuto paura di morire. Una delle ferite, ha spiegato, ha sfiorato il polmone.

Eppure il suo pensiero, dopo lo choc, non è rivolto soltanto a ciò che è accaduto a lei. La docente ha detto di aver già perdonato il suo aggressore e di essere disposta ad abbracciarlo qualora dovesse incontrarlo di nuovo.

Proprio per questo, nelle sue parole c’è anche una certa amarezza nei confronti dei genitori del ragazzo.

«Mi sarei aspettata dai genitori almeno una telefonata, delle scuse, un gesto che avrei molto apprezzato e che mi avrebbe confortato», ha raccontato la professoressa. «In ospedale i medici mi hanno detto che una coltellata ha sfiorato il polmone e chissà come sarebbe finita se non fosse intervenuto quell’altro meraviglioso mio alunno».

La docente, però, mette subito in secondo piano le proprie condizioni. «Più che delle mie condizioni di salute sono preoccupata del benessere di quel ragazzo, che ho già perdonato e che abbraccerei senza riserve se me lo ritrovassi davanti».

Poi torna sui segnali che, a posteriori, assumono un peso diverso. «Erano consapevoli del disagio del figlio. Io stessa li avevo convocati lo scorso anno per metterli a parte di un paio di episodi. Niente che lasciasse presumere un gesto così violento e pianificato, ma comunque campanelli di allarme da tenere in conto».

Secondo Marsilio, i genitori erano consapevoli della difficoltà del figlio ma si trovavano a loro volta in una situazione complessa. «Erano decisamente in difficoltà nella gestione del figlio. Poi evidentemente d’estate la sua rabbia deve essere cresciuta in maniera esponenziale».

Il ragazzo che l’ha salvata e il paradosso della remigrazione

La vicenda ha assunto nel frattempo anche un’altra dimensione, diventata particolarmente evidente sui social. A impedire che l’aggressione degenerasse è stato infatti un compagno di classe del tredicenne, un ragazzo di origini congolesi che vive in una casa famiglia e che si è scagliato contro l’aggressore riuscendo a disarmarlo.

Un episodio che ha riportato l’attenzione anche sulle posizioni politiche espresse negli anni dalla professoressa Marsilio sui suoi profili social. La docente ha dichiarato pubblicamente di essere favorevole alla cosiddetta “remigrazione”, mentre alcuni suoi contenuti politici, secondo quanto riportato da diverse testate, sono stati rilanciati e commentati dopo l’aggressione.

La circostanza ha alimentato un acceso dibattito online. Sui social sono comparsi messaggi di solidarietà e auguri di pronta guarigione, ma anche numerose critiche alle sue posizioni politiche, in alcuni casi trasformatesi in attacchi personali. la Repubblica ha documentato la presenza di decine di commenti sulla pagina Facebook della docente, con reazioni particolarmente dure proprio dopo le sue dichiarazioni sulla remigrazione.

Marsilio, tuttavia, ha escluso qualsiasi contraddizione tra le proprie convinzioni politiche e il riconoscimento rivolto al ragazzo che le ha salvato la vita. «Il mio studente del Congo ha tutti i diritti per stare qui e gli dovrebbero dare una medaglia», ha detto, ribadendo contestualmente di non aver cambiato idea sulla remigrazione.

È così che una vicenda nata dentro un’aula scolastica si è allargata rapidamente ben oltre i confini dell’istituto. Da una parte il dramma di una professoressa ferita e il percorso di un adolescente che aveva già mostrato segnali di disagio. Dall’altra il dibattito sulle sue idee politiche, riesploso proprio dopo che a salvarla è stato un ragazzo di origini congolesi.

Nel mezzo resta la domanda più difficile: quanto è possibile riconoscere i segnali di un disagio adolescenziale prima che diventino qualcosa di irreparabile? E quanto può una famiglia, una scuola, una comunità intervenire quando quei segnali sono ancora soltanto campanelli d’allarme? La risposta, in questa storia, dovrà arrivare anche dalle indagini e dal lavoro degli specialisti che stanno cercando di ricostruire cosa sia accaduto nei mesi precedenti all’aggressione.

Mosca sotto l’attacco dei droni ucraini, colpita anche la raffineria: due morti

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Mosca si è risvegliata sotto una massiccia offensiva di droni. Nella notte la capitale russa e la regione circostante sono state interessate da una lunga sequenza di attacchi che, secondo le autorità locali, ha provocato almeno due vittime e danni a edifici residenziali e infrastrutture strategiche.

A riferire il bilancio è stato il governatore della regione di Mosca, Andrei Vorobiov, secondo cui la difesa aerea russa avrebbe abbattuto 249 droni. Le vittime sono una donna di 44 anni e un uomo anziano. In diverse aree sono stati segnalati danni alle abitazioni, mentre in un altro punto della regione un drone precipitato contro un edificio ha provocato un incendio. Le fiamme hanno reso necessaria l’evacuazione di circa 400 persone.

Il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, ha comunicato a sua volta l’intercettazione di almeno 186 droni diretti verso la capitale. In uno dei suoi aggiornamenti pubblicati su Telegram ha confermato che un impianto situato all’interno della raffineria di petrolio di Mosca è stato danneggiato. Al momento della prima comunicazione non risultavano vittime nell’area industriale.

La raffineria non è un obiettivo nuovo nella guerra a distanza tra Russia e Ucraina. L’impianto era già stato interessato da precedenti attacchi attribuiti da Mosca alle forze ucraine. La sua rilevanza, oltre che economica, è legata al ruolo che le infrastrutture energetiche continuano ad avere nel conflitto.

Mosca: “Un attacco senza precedenti”

Il bilancio fornito dalle autorità russe si estende ben oltre la regione della capitale. Sobyanin ha parlato di un’offensiva “senza precedenti”, sostenendo che dalla giornata precedente la difesa aerea russa abbia abbattuto più di 1.600 droni, circa 450 dei quali diretti verso Mosca.

Secondo il sindaco, l’operazione sarebbe stata concepita con l’obiettivo di creare disordini durante le elezioni legislative russe, giunte domenica alla loro terza e ultima giornata. “Il nemico non vi è riuscito”, ha dichiarato Sobyanin, attribuendo esplicitamente a Kiev l’intento di “perturbare” il voto.

Si tratta, tuttavia, della ricostruzione fornita dalle autorità russe. Non sono disponibili, sulla base delle informazioni riportate, elementi indipendenti che consentano di verificare né l’entità complessiva dell’attacco né l’affermazione secondo cui l’obiettivo specifico fosse condizionare le consultazioni elettorali.

L’offensiva arriva in un momento particolarmente delicato per la Russia. Le elezioni legislative sono infatti le prime a svolgersi dopo l’avvio, nel febbraio 2022, dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. La sicurezza interna e la capacità dello Stato di proteggere il territorio sono quindi diventate anche un tema politico, oltre che militare.

La risposta russa: raid su Kiev e Odessa

Mentre Mosca denunciava l’offensiva dei droni, il ministero della Difesa russo rendeva noto di aver condotto nella notte una serie di attacchi contro obiettivi in Ucraina.

A Kiev, secondo il dicastero, sarebbero state colpite la fabbrica di componenti elettronici Radionix e il centro dati B-Mobile, struttura che, sempre secondo la versione russa, sarebbe utilizzata anche per la trasmissione di informazioni di intelligence.

Raid sono stati segnalati anche a Odessa. Il ministero della Difesa di Mosca ha riferito di aver colpito una nave mercantile che avrebbe trasportato in precedenza carichi destinati a uso militare e un centro logistico della società Nova Pochta, indicato dalle autorità russe come punto di stoccaggio e distribuzione di materiale militare.

Anche in questo caso si tratta di informazioni diffuse dalla parte russa e non immediatamente verificabili in modo indipendente.

La notte di attacchi restituisce così l’immagine di un conflitto sempre più caratterizzato dalla capacità di colpire a grande distanza. I droni sono diventati uno degli strumenti principali della guerra, utilizzati da entrambe le parti per mettere sotto pressione infrastrutture energetiche, industriali e logistiche. Mosca e Kiev continuano a rispondere colpo su colpo, mentre il confine tra fronte militare e territorio civile appare sempre più sottile.

Medio Oriente, gli Houthi alzano la tensione: attacchi in Arabia Saudita. Kallas: «Rafforzare Aspides»

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Nella fotografia: ribelli yemeniti - da web

Il fronte mediorientale continua ad allargarsi e la crisi torna a proiettare la sua ombra anche sulle rotte strategiche del Mar Rosso e del Golfo. Gli Houthi hanno rivendicato una nuova offensiva contro l’Arabia Saudita, mentre a Riad sono state segnalate colonne di fumo nei pressi dell’aeroporto internazionale. La tensione sale anche sul versante europeo: l’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha accolto la richiesta italiana di rafforzare la missione Aspides, impegnata nella protezione della navigazione nell’area.

A rivendicare gli attacchi è stato Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi. Secondo la sua ricostruzione, le forze yemenite hanno condotto due operazioni utilizzando un numero consistente di missili balistici, missili da crociera e droni.

Il primo attacco, ha riferito Saree, avrebbe avuto come obiettivo alcuni «siti sensibili» nella capitale saudita. La seconda operazione avrebbe invece preso di mira impianti della compagnia petrolifera Aramco a Yanbu, città portuale affacciata sul Mar Rosso. Gli Houthi hanno presentato l’offensiva come una risposta ai raid sauditi contro Sana’a.

Le immagini e le testimonianze provenienti da Riad hanno alimentato il quadro di crescente tensione. Un testimone citato dal Jerusalem Post ha riferito di aver visto una grande colonna di fumo levarsi nelle vicinanze dell’aeroporto della capitale.

Il messaggio degli Houthi a Roma

Nel pieno dell’escalation, gli Houthi hanno scelto di rivolgersi direttamente all’Italia. La presa di posizione arriva dopo gli attacchi delle scorse ore, nei quali era stato coinvolto anche un Eurofighter italiano.

«Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese», ha dichiarato all’Ansa Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell’Informazione del governo Houthi a Sana’a. Mansur ha definito quella degli Houthi una «resistenza armata legittima» contro quella che considera una prolungata aggressione saudita.

Il messaggio rivolto a Roma, tuttavia, contiene anche una contestazione precisa. «Ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riad contro di noi», ha aggiunto il funzionario.

È una distinzione destinata a pesare sul piano diplomatico: gli Houthi sostengono di non voler aprire un fronte diretto con l’Italia, ma considerano la presenza militare italiana nella regione parte di un dispositivo che sostiene l’Arabia Saudita. Una posizione che, alla luce dell’attuale escalation, rende ancora più delicato il ruolo italiano nell’area.

Kallas: «Aspides deve essere rafforzata»

Sul tavolo europeo torna così la missione Aspides, operazione dell’Unione europea nata per contribuire alla sicurezza della navigazione nel Mar Rosso e nelle acque circostanti.

Kaja Kallas ha risposto alla lettera inviata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, condividendo, secondo quanto riferito da fonti europee, la necessità di rafforzare la missione. L’Alta rappresentante dovrebbe ora inviare una lettera ai 27 Stati membri per avviare un confronto sul futuro dell’operazione.

La questione assume un rilievo particolare perché la crescente instabilità regionale rischia di trasformare la protezione delle rotte commerciali in un dossier sempre più centrale per la sicurezza europea. Per l’Italia, che ha un ruolo significativo nella missione, il tema si intreccia direttamente con la sicurezza del personale militare e con la necessità di garantire la libertà di navigazione in uno dei principali snodi del commercio internazionale.

In Iran eseguita la condanna di una presunta spia

Sul fronte iraniano, intanto, la risposta di Teheran alle attività attribuite ai servizi israeliani assume una dimensione ancora più drammatica.

La magistratura iraniana ha annunciato l’esecuzione di Hossein Pedaran, condannato a morte con l’accusa di aver fornito al Mossad informazioni relative a siti missilistici nella provincia di Isfahan.

Secondo quanto riferito dalle autorità giudiziarie iraniane, l’uomo avrebbe trasmesso informazioni utilizzate dall’intelligence israeliana durante il conflitto che vede coinvolti Iran, Israele e Stati Uniti.

L’esecuzione si inserisce in un clima di forte pressione interna, nel quale Teheran considera le attività di intelligence israeliane una minaccia diretta alla propria sicurezza militare. La vicenda conferma inoltre quanto il conflitto abbia ormai assunto una dimensione che va oltre gli scontri convenzionali, coinvolgendo apparati di sicurezza, infrastrutture strategiche e operazioni di intelligence.

Allerta dell’ambasciata Usa in Israele

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce anche l’allerta diffusa dall’ambasciata americana a Gerusalemme. Ai cittadini statunitensi presenti in Israele è stato chiesto di mantenere un livello di vigilanza più elevato dopo gli attacchi rivendicati dagli Houthi contro l’Arabia Saudita.

L’avviso richiama inoltre la possibilità di cancellazioni dei voli, chiusure dello spazio aereo e disagi negli spostamenti.

La sequenza degli eventi restituisce così l’immagine di una crisi sempre più interconnessa. Dai raid contro l’Arabia Saudita alla sicurezza delle rotte nel Mar Rosso, dal coinvolgimento dei contingenti europei alle tensioni tra Iran e Israele, ogni nuovo episodio rischia di produrre conseguenze ben oltre il teatro nel quale si verifica. E per l’Italia, impegnata direttamente sul terreno con i propri assetti militari, il margine per considerare questi sviluppi come una crisi lontana si fa sempre più ridotto.

Gli UFO del 1952 tornano alla luce: il Pentagono pubblica il filmato dello Utah

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È una pellicola di pochi minuti, ma racchiude uno dei casi più enigmatici della storia degli avvistamenti aerei americani. Il Pentagono ha reso pubblico un filmato d’archivio realizzato il 2 luglio 1952 nei pressi di Tremonton, nello Utah, dove una formazione di oggetti luminosi attraversò il cielo attirando l’attenzione di un ufficiale della Marina statunitense.

A premere il pulsante della cinepresa fu Delbert C. Newhouse, ufficiale della U.S. Navy, che riuscì a fissare sulla pellicola da 16 millimetri alcune delle immagini che, negli anni successivi, sarebbero entrate nel dossier del Project Blue Book, il programma dell’Aeronautica americana istituito per raccogliere e analizzare le segnalazioni di fenomeni aerei non identificati.

Le immagini, oggi restituite al pubblico, conservano intatto il loro carattere enigmatico. Nel cielo compaiono punti luminosi che sembrano muoversi in formazione. Sono abbastanza distinti da poter essere osservati e studiati, ma non abbastanza dettagliati da consentire un’identificazione definitiva. Mancano inoltre riferimenti fissi che permettano di stabilire con precisione distanza, dimensioni e velocità degli oggetti.

Ed è proprio questo il limite che, già all’epoca, rese il caso difficile da interpretare. Il filmato offriva una testimonianza visiva, ma non forniva gli elementi necessari per trasformare quelle immagini in una prova conclusiva dell’origine degli oggetti. Nel corso delle indagini furono prese in considerazione diverse spiegazioni, senza però arrivare a una soluzione universalmente accettata.

C’è anche un dettaglio quasi surreale nella pellicola. Dopo i primi 55 secondi dedicati agli oggetti nel cielo, il filmato cambia improvvisamente soggetto e mostra una dimostrazione di macchine da cucire. La brusca interruzione suggerisce che il rullo originale sia stato successivamente riutilizzato per registrare materiale di tutt’altro genere, una pratica tutt’altro che insolita con le pellicole dell’epoca.

Il valore storico del documento, dunque, non sta soltanto nelle immagini che contiene, ma anche nella storia investigativa che le accompagna. Tremonton è infatti uno dei casi più noti esaminati dalle autorità militari americane durante gli anni in cui gli avvistamenti di oggetti non identificati alimentavano un crescente interesse pubblico e istituzionale.

La pubblicazione del filmato si inserisce in una più ampia operazione di divulgazione degli archivi sugli UFO condotta dal Pentagono. Il materiale reso disponibile comprende complessivamente 71 file, tra cui 15 video e un file audio, con documenti che coprono un arco temporale dal 1952 al 2025.

A distanza di oltre settant’anni, le immagini dello Utah continuano così a porre la stessa domanda: che cosa stavano realmente osservando e filmando quei testimoni? Il nuovo accesso alla pellicola non risolve il mistero. Restituisce però al pubblico la possibilità di osservare direttamente uno dei documenti che hanno contribuito a costruire la lunga storia americana degli avvistamenti aerei non identificati.

Legionella nel campo base dell’Alta Velocità, l’allarme di Fillea Cgil e Cgil Salerno: «Subito chiarezza, la sicurezza dei lavoratori viene prima di tutto»

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La presenza di Legionella nell’impianto idrico del Campo Base del Consorzio Xenia, impegnato nei lavori per la realizzazione della nuova linea ferroviaria AV/AC Salerno-Reggio Calabria, riaccende l’attenzione sulle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro. Le analisi effettuate da Arpa Campania il 1° settembre, attraverso campionamenti in diversi punti di erogazione della struttura, hanno rilevato concentrazioni del batterio superiori ai valori di riferimento.

La notizia ha suscitato la preoccupazione della Fillea Cgil Salerno e della Cgil Salerno, che chiedono un quadro completo e trasparente della situazione, a partire dall’entità della contaminazione e dai punti dell’impianto interessati.

Il Consorzio Xenia ha precisato che, allo stato attuale, non risultano casi accertati di legionellosi né tra i lavoratori né tra le altre persone presenti nel Campo Base. Una precisazione che, tuttavia, non attenua la necessità di verificare con rigore quanto emerso dai controlli e di assicurare che ogni misura preventiva sia stata adottata.

«Appena appresa la notizia ci siamo immediatamente attivati perché riteniamo necessario fare piena chiarezza su quanto accaduto e, soprattutto, sulle condizioni nelle quali hanno operato e stanno operando i lavoratori», spiega Vito Grieco, segretario generale della Fillea Cgil Salerno.

Il sindacato ha chiesto chiarimenti al Consorzio e ha interessato anche Asl e Arpa Campania, sollecitando informazioni dettagliate sugli esiti delle analisi, sull’estensione della contaminazione, sui punti dell’impianto coinvolti e sulle procedure messe in campo per eliminare ogni possibile rischio.

Secondo quanto comunicato dal Consorzio, è stata disposta la limitazione o la sospensione dell’utilizzo dei punti di erogazione interessati. Sono inoltre previsti interventi di pulizia e disinfezione dell’impianto mediante iperclorazione e successivi shock termici. A queste operazioni seguirà una nuova campagna di controlli analitici, necessaria a verificare l’efficacia degli interventi e l’effettivo ripristino delle condizioni di sicurezza.

È proprio sulla verifica concreta delle misure adottate che si concentra la richiesta della Cgil. «La salute di chi lavora non può essere esposta ad alcun rischio e su questo non possono esserci zone d’ombra», sottolinea Antonio Apadula, segretario generale della Cgil Salerno. «Chiediamo che tutti gli enti competenti intervengano con la massima tempestività, accertando le condizioni del Campo Base e verificando che ogni misura necessaria sia stata effettivamente adottata».

Per il sindacato, accanto agli interventi tecnici, resta centrale il diritto dei lavoratori a ricevere informazioni chiare e tempestive. «I lavoratori devono essere informati puntualmente e devono poter operare esclusivamente in condizioni di piena sicurezza», ribadisce Apadula.

La Fillea chiede infine che vengano esclusi ulteriori possibili punti di esposizione e che le aree dell’impianto interessate dalla contaminazione non tornino a essere utilizzate prima della certificazione dell’avvenuto ripristino delle condizioni di sicurezza.

«Chiediamo inoltre che venga accertato con assoluta certezza che non vi siano ulteriori situazioni di esposizione e che nessun punto dell’impianto interessato venga utilizzato fino alla certificazione del completo ripristino delle condizioni di sicurezza», conclude Grieco.

La questione, dunque, resta ora affidata agli ulteriori accertamenti e alla verifica dell’efficacia delle procedure di bonifica. Per i sindacati, il punto fermo è uno: in un cantiere strategico come quello dell’Alta Velocità, la rapidità dei lavori non può prescindere dalla piena tutela di chi ogni giorno vi opera.

Università, sanità e caro carburanti: il Pd alza il tiro contro il governo

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È un attacco su più fronti quello che arriva dal Partito democratico, che nelle ultime ore ha concentrato le proprie critiche su tre dossier destinati a incidere direttamente sulla vita quotidiana di studenti, famiglie, lavoratori e imprese: il finanziamento dell’università pubblica, la tutela della salute nei centri di permanenza per il rimpatrio e il caro carburanti.

Sul primo fronte è intervenuto il deputato dem D’Attorre, che ha contestato duramente le parole della ministra dell’Università Anna Maria Bernini in risposta all’intervento della segretaria del Pd Elly Schlein al congresso dell’UDU. Secondo D’Attorre, la ministra avrebbe fornito una rappresentazione distorta dei dati sul finanziamento del sistema universitario, perdendo di vista le condizioni concrete degli atenei.

Il punto centrale della contestazione riguarda il rapporto tra risorse destinate all’università e prodotto interno lordo. Per D’Attorre, è questo il parametro più significativo per valutare l’effettivo impegno di un governo, soprattutto in una fase caratterizzata dal ritorno dell’inflazione. La sua accusa è netta: durante l’attuale legislatura il finanziamento dell’università pubblica sarebbe diminuito in rapporto al Pil.

Il deputato del Pd sostiene inoltre che, se il Fondo di finanziamento ordinario fosse stato semplicemente mantenuto rispetto al Pil ai livelli dell’inizio della legislatura, gli atenei avrebbero oggi a disposizione circa un miliardo di euro in più. Una dinamica che, nella sua lettura, porterebbe il taglio in termini reali dell’FFO, alla fine della legislatura, vicino al 15 per cento.

La questione non riguarda però soltanto i bilanci delle università. D’Attorre richiama anche il tema del diritto allo studio, destinato a risentire della conclusione delle risorse legate al PNRR. La riduzione indicata è di 174 milioni di euro. Il rischio, sostiene il parlamentare dem, è che torni a crescere il numero degli studenti idonei a ricevere una borsa di studio ma rimasti privi del beneficio per insufficienza delle risorse disponibili.

Ancora più delicato, nella denuncia del Pd, è il capitolo degli alloggi universitari. L’obiettivo fissato nell’ambito del PNRR era la realizzazione di 60 mila nuovi posti letto. Secondo D’Attorre, alla scadenza del piano ne risultavano realizzati circa 33 mila. Il parlamentare invita inoltre la ministra a verificare direttamente le condizioni degli studentati realizzati da operatori privati con il sostegno di risorse pubbliche, sostenendo che in diversi casi le tariffe sarebbero pari o superiori a quelle già praticate dal mercato.

Una contestazione che si inserisce nel più ampio confronto politico sul costo dell’istruzione universitaria e sull’effettiva accessibilità degli studi per le nuove generazioni.

Dal mondo dell’università a quello della sanità, il Pd torna poi sul tema dei medici impegnati nelle valutazioni sanitarie relative alle persone trattenute nei CPR. Marina Sereni, responsabile Salute nella segreteria nazionale del partito, ha espresso solidarietà agli infettivologi oggetto, a suo giudizio, di una campagna denigratoria e intimidatoria.

La posizione di Sereni parte da un principio che considera non negoziabile: il rispetto dell’autonomia professionale del medico. La dirigente dem richiama il giuramento professionale e il dovere dei sanitari di esercitare la medicina secondo scienza e coscienza, valutando autonomamente le condizioni di salute delle persone sottoposte a esame.

Il riferimento è alle condizioni di permanenza nei Centri di permanenza per il rimpatrio, strutture che, secondo Sereni, presentano condizioni di vita particolarmente difficili e possibilità di assistenza sanitaria limitate. Da qui la richiesta di non sovrapporre il ruolo del medico alle esigenze delle politiche di sicurezza.

Sereni cita inoltre l’articolo 32 della Costituzione, che riconosce la salute come diritto fondamentale dell’individuo. La sua posizione è che la valutazione delle fragilità e la presa in carico delle persone malate debbano restare al centro dell’attività sanitaria, indipendentemente dalla condizione giuridica del paziente.

Sul terzo fronte, quello economico, il Pd punta invece il dito contro il caro carburanti. Antonio Casella, coordinatore dei circoli Pd Trasporti, interviene sui dati diffusi dal Codacons e denuncia una situazione che considera ormai difficilmente sostenibile per famiglie e imprese.

Il riferimento è ai prezzi raggiunti dal gasolio, che secondo i dati richiamati da Casella arriverebbero in alcuni distributori autostradali a sfiorare i 2,90 euro al litro, mentre sulla rete ordinaria alcuni impianti avrebbero superato i 3 euro.

Numeri che, nella lettura del coordinatore dem, non possono essere archiviati come una semplice conseguenza delle dinamiche di mercato. Casella richiama anche l’attività dell’Antitrust, secondo quanto riferito dal Codacons, e sostiene che l’eventuale assenza di irregolarità nella formazione dei prezzi non possa coincidere con l’assenza di iniziativa politica.

La richiesta del Pd è duplice: un intervento immediato per contenere l’impatto dei rincari e, parallelamente, una strategia strutturale capace di ridurre la vulnerabilità di famiglie e imprese rispetto alle oscillazioni del mercato energetico.

Tra le proposte avanzate da Casella c’è anche un intervento sugli extraprofitti, con l’ipotesi di un contributo straordinario a carico delle aziende che, in una fase di emergenza energetica e prezzi particolarmente elevati, abbiano registrato profitti eccezionali. Le risorse, nella sua impostazione, dovrebbero essere utilizzate per sostenere le fasce maggiormente esposte all’aumento dei costi.

Il filo che unisce le tre prese di posizione è dunque la richiesta di una maggiore presenza dello Stato. Per D’Attorre si traduce in più risorse per università e diritto allo studio, per Sereni nella difesa dell’autonomia dei medici e del diritto alla salute, per Casella in un’azione più incisiva contro l’impatto del caro carburanti.

Tre questioni diverse, ma accomunate dalla stessa contestazione politica: secondo il Pd, il governo dovrebbe misurare le proprie politiche non soltanto attraverso gli annunci e i dati aggregati, ma anche attraverso gli effetti concreti sulle persone. Studenti che cercano un alloggio, pazienti sottoposti a valutazioni sanitarie e cittadini che ogni giorno devono fare i conti con il costo del pieno diventano così, nella narrazione dem, il banco di prova dell’azione dell’esecutivo.

Appendino a Nova: «Ritroviamo l’identità battagliera del Movimento»

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A cura di Daniele Cappa

Entusiasmo, identità e una ritrovata voglia di tornare a essere forza di proposta e di battaglia. È questo il clima che Chiara Appendino racconta arrivando a Nova, dove il Movimento 5 Stelle mette al centro i propri punti programmatici e prova a delineare una nuova stagione politica.

«È bellissimo ritrovare la nostra comunità», dice la deputata pentastellata, descrivendo uno spirito che, a suo giudizio, restituisce al Movimento una parte della sua cifra originaria. «Stiamo ritrovando quella identità battagliera che ci appartiene da sempre, quella di chi non si accontenta di stare nei palazzi ma vuole essere protagonista del cambiamento».

Nelle parole di Appendino, il programma presentato a Nova rappresenta soprattutto il risultato di un percorso politico e parlamentare. «Sono molto soddisfatta dei punti programmatici che portiamo qui, perché sono la fotografia di quattro anni di lavoro», sottolinea.

Tra le priorità rivendicate dalla deputata c’è innanzitutto la posizione sul riarmo, tema sul quale il Movimento intende mantenere una linea netta. Ma il capitolo delle proposte è più ampio e comprende anche il conflitto di interessi e la regolamentazione delle lobby, due strumenti che Appendino collega direttamente all’idea di una politica sottratta agli interessi particolari.

«Per noi la politica non è lavorare per l’interesse proprio o di pochi», afferma.

Accanto ai temi istituzionali trovano spazio alcune delle battaglie che la deputata considera centrali nel proprio percorso politico. Dal voto ai sedicenni, sul quale ricorda di avere depositato da tempo una proposta di legge, al ripristino di Opzione donna, indicato come strumento per restituire maggiore tutela alle lavoratrici. Nel mirino finisce anche la politica industriale del governo, con la richiesta di reintrodurre Transizione 4.0 per sostenere gli investimenti delle imprese.

E poi la sanità, altro terreno sul quale il M5S punta a rilanciare una proposta nazionale. L’obiettivo indicato da Appendino è quello di una sanità «svuotata dalla politica e non più divisa per regioni».

Una piattaforma che, nella sua lettura, mette insieme temi diversi ma riconducibili a una stessa idea politica: «Temi concreti, urgenti e con cui vogliamo cambiare il Paese».

La questione fiscale e la Millionaire tax

Sul fronte economico, Appendino non rinuncia invece alla propria battaglia per una maggiore redistribuzione della ricchezza. La Millionaire tax, spiega, resta una sua convinzione.

«Come noto sono per introdurre la Millionaire tax con cui prendere dall’1%, i superpaperoni, per aiutare il 99% dei cittadini», afferma, ribadendo che considera la misura una strada per trasferire maggiori risorse alla collettività in una fase di difficoltà economica.

La proposta, tuttavia, non compare tra i punti programmatici di Nova. Una scelta che non modifica, precisa Appendino, la sua posizione personale sul tema.

«Non ho cambiato idea», chiarisce. Allo stesso tempo, la deputata considera coerenti con quell’obiettivo altre misure inserite nella piattaforma, a partire dall’ipotesi di un aumento della tassazione sulle successioni e dagli interventi sulle rendite finanziarie e speculative.

Il ragionamento si inserisce in una critica più generale alle dinamiche della distribuzione della ricchezza. «Contro chi fa una lotta di classe al contrario, dei ricchi sui poveri, dobbiamo ribaltare il piano», sostiene Appendino. E aggiunge: «I potenti non possono più essere una casta intoccabile».

È anche su questo terreno che, secondo la deputata, il Movimento può ritrovare una parte della propria identità politica. «Questo spirito è nel dna del Movimento e sono contenta sia rappresentato in Nova», conclude.

Ritrovate le due sorelline scomparse a Caltanissetta

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Si è chiusa con un sospiro di sollievo la ricerca delle due sorelline di 12 e 8 anni scomparse da San Cataldo, in provincia di Caltanissetta. Le bambine sono state ritrovate e, secondo quanto riferito, stanno bene. A individuarle sono stati i volontari della Protezione civile, intervenuti dopo la segnalazione di una donna.

Le due minori sono state trovate all’interno di un negozio di abbigliamento gestito da cittadini cinesi. Stando alle prime ricostruzioni, ancora al vaglio degli investigatori, le bambine sarebbero rimaste accidentalmente chiuse nel locale dalla serata di venerdì.

La vicenda aveva fatto scattare un’imponente mobilitazione. Le due sorelle erano state viste per l’ultima volta alle 20.10 di venerdì 18 settembre. Nella mattinata di sabato il padre aveva denunciato la loro scomparsa ai carabinieri, facendo partire le ricerche.

Nel frattempo, l’allarme era rimbalzato anche sui social. La famiglia aveva rivolto un appello alla cittadinanza, chiedendo a chiunque avesse informazioni utili di contattare immediatamente le forze dell’ordine.

Per accelerare le operazioni era stato inoltre attivato il piano provinciale per la ricerca delle persone scomparse, coordinato dalla Prefettura di Caltanissetta. Forze dell’ordine, Protezione civile e volontari hanno così lavorato nelle ore successive per ricostruire gli ultimi spostamenti delle bambine e restringere progressivamente l’area delle ricerche.

Il ritrovamento ha posto fine alle ore di maggiore apprensione vissute dalla famiglia e dalla comunità di San Cataldo. Restano ora da chiarire con precisione le circostanze che hanno portato le due sorelle a trovarsi nel negozio e soprattutto perché siano rimaste all’interno del locale per diverse ore.

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