22 Settembre 2026, martedì
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Prof accoltellata a Roma, la famiglia sapeva del disagio del figlio: «Lo stavamo aiutando»

La madre del tredicenne: «Aveva una passione per le armi e il softair, passava molto tempo al cellulare. Eravamo consapevoli che avesse bisogno di aiuto». Marsilio: «Mi sarei aspettata almeno una telefonata di scuse»

Il disagio c’era. I genitori ne erano consapevoli e, a loro dire, stavano cercando di affrontarlo. Quello che nessuno avrebbe immaginato, però, era che potesse trasformarsi in un’aggressione tanto violenta e, secondo quanto emerso finora, preparata con anticipo. È il punto più inquietante della vicenda della scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma, dove un tredicenne ha accoltellato la sua professoressa di storia, Isabella Marsilio.

«Ha una passione per le armi, per il softair, ultimamente stava molto sul cellulare. Eravamo consapevoli che aveva bisogno di aiuto e stavamo provvedendo, ma non avrei mai pensato che mio figlio potesse fare un gesto del genere». È quanto avrebbe riferito la madre del ragazzo agli investigatori e ai sanitari, secondo quanto riportato da la Repubblica.

Il giovane, ancora ricoverato al Policlinico Umberto I, si trova nel reparto di neuropsichiatria. Accanto a lui ci sono i genitori, entrambi profondamente scossi. La madre è un’insegnante, il padre lavora come funzionario dell’ufficio toponomastica del Comune di Roma. Per loro, resta difficile comprendere come il loro unico figlio, appena tredicenne, sia arrivato a concepire e mettere in atto un’aggressione che, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbe avuto anche una dimensione social.

Gli elementi raccolti finora raccontano infatti di un malessere che non sarebbe comparso all’improvviso. La stessa Marsilio aveva già convocato i genitori durante lo scorso anno scolastico per parlare di alcuni episodi che avevano attirato l’attenzione degli insegnanti. Nulla, ha chiarito la docente, che facesse pensare a un’esplosione di violenza di questa portata. Ma abbastanza, comunque, da segnalare che qualcosa nel comportamento del ragazzo meritava attenzione.

La madre avrebbe parlato proprio di questa consapevolezza: il figlio aveva mostrato segnali di difficoltà, una forte attrazione per le armi e il softair e un rapporto intenso con il cellulare. La famiglia, sostiene, stava cercando di intervenire. Poi, nel giro di pochi mesi, la situazione sarebbe precipitata.

Per il tredicenne, non essendo imputabile penalmente in ragione dell’età, si prospetta ora un percorso di natura rieducativa. Sarà il tribunale per i minorenni a valutare le misure da adottare, compresa l’eventuale permanenza in una comunità.

«Mi sarei aspettata una telefonata dai genitori»

Dall’altra parte c’è la donna che quelle coltellate le ha ricevute. Isabella Marsilio è stata dimessa dall’ospedale e ha raccontato di aver avuto paura di morire. Una delle ferite, ha spiegato, ha sfiorato il polmone.

Eppure il suo pensiero, dopo lo choc, non è rivolto soltanto a ciò che è accaduto a lei. La docente ha detto di aver già perdonato il suo aggressore e di essere disposta ad abbracciarlo qualora dovesse incontrarlo di nuovo.

Proprio per questo, nelle sue parole c’è anche una certa amarezza nei confronti dei genitori del ragazzo.

«Mi sarei aspettata dai genitori almeno una telefonata, delle scuse, un gesto che avrei molto apprezzato e che mi avrebbe confortato», ha raccontato la professoressa. «In ospedale i medici mi hanno detto che una coltellata ha sfiorato il polmone e chissà come sarebbe finita se non fosse intervenuto quell’altro meraviglioso mio alunno».

La docente, però, mette subito in secondo piano le proprie condizioni. «Più che delle mie condizioni di salute sono preoccupata del benessere di quel ragazzo, che ho già perdonato e che abbraccerei senza riserve se me lo ritrovassi davanti».

Poi torna sui segnali che, a posteriori, assumono un peso diverso. «Erano consapevoli del disagio del figlio. Io stessa li avevo convocati lo scorso anno per metterli a parte di un paio di episodi. Niente che lasciasse presumere un gesto così violento e pianificato, ma comunque campanelli di allarme da tenere in conto».

Secondo Marsilio, i genitori erano consapevoli della difficoltà del figlio ma si trovavano a loro volta in una situazione complessa. «Erano decisamente in difficoltà nella gestione del figlio. Poi evidentemente d’estate la sua rabbia deve essere cresciuta in maniera esponenziale».

Il ragazzo che l’ha salvata e il paradosso della remigrazione

La vicenda ha assunto nel frattempo anche un’altra dimensione, diventata particolarmente evidente sui social. A impedire che l’aggressione degenerasse è stato infatti un compagno di classe del tredicenne, un ragazzo di origini congolesi che vive in una casa famiglia e che si è scagliato contro l’aggressore riuscendo a disarmarlo.

Un episodio che ha riportato l’attenzione anche sulle posizioni politiche espresse negli anni dalla professoressa Marsilio sui suoi profili social. La docente ha dichiarato pubblicamente di essere favorevole alla cosiddetta “remigrazione”, mentre alcuni suoi contenuti politici, secondo quanto riportato da diverse testate, sono stati rilanciati e commentati dopo l’aggressione.

La circostanza ha alimentato un acceso dibattito online. Sui social sono comparsi messaggi di solidarietà e auguri di pronta guarigione, ma anche numerose critiche alle sue posizioni politiche, in alcuni casi trasformatesi in attacchi personali. la Repubblica ha documentato la presenza di decine di commenti sulla pagina Facebook della docente, con reazioni particolarmente dure proprio dopo le sue dichiarazioni sulla remigrazione.

Marsilio, tuttavia, ha escluso qualsiasi contraddizione tra le proprie convinzioni politiche e il riconoscimento rivolto al ragazzo che le ha salvato la vita. «Il mio studente del Congo ha tutti i diritti per stare qui e gli dovrebbero dare una medaglia», ha detto, ribadendo contestualmente di non aver cambiato idea sulla remigrazione.

È così che una vicenda nata dentro un’aula scolastica si è allargata rapidamente ben oltre i confini dell’istituto. Da una parte il dramma di una professoressa ferita e il percorso di un adolescente che aveva già mostrato segnali di disagio. Dall’altra il dibattito sulle sue idee politiche, riesploso proprio dopo che a salvarla è stato un ragazzo di origini congolesi.

Nel mezzo resta la domanda più difficile: quanto è possibile riconoscere i segnali di un disagio adolescenziale prima che diventino qualcosa di irreparabile? E quanto può una famiglia, una scuola, una comunità intervenire quando quei segnali sono ancora soltanto campanelli d’allarme? La risposta, in questa storia, dovrà arrivare anche dalle indagini e dal lavoro degli specialisti che stanno cercando di ricostruire cosa sia accaduto nei mesi precedenti all’aggressione.

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