Le liste d’attesa restano uno dei terreni più delicati dello scontro politico sulla sanità. Per Marina Sereni, responsabile Sanità e Salute nella segreteria nazionale del Partito democratico, i nuovi dati sul monitoraggio delle prestazioni non dimostrerebbero quella svolta annunciata dal governo, ma al contrario confermerebbero la necessità di intervenire sulle cause strutturali del problema.
Secondo Sereni, il sistema nazionale di monitoraggio affidato ad Agenas può offrire, a una prima lettura, l’immagine di un miglioramento. Un quadro che, sostiene la dirigente dem, cambia però quando i numeri vengono analizzati alla luce delle differenze territoriali e dei dati elaborati da realtà come Gimbe e Cittadinanzattiva.
Il punto, nella sua ricostruzione, riguarda anche il modo in cui vengono registrate le prestazioni. Alcune Regioni, afferma Sereni, avrebbero modificato i tempi di priorità o adottato criteri che non consentono di verificare quante prenotazioni effettuate attraverso i Cup si trasformino realmente in prestazioni erogate.
Il risultato sarebbe una fotografia disomogenea del Paese, con territori impegnati a mantenere i servizi nonostante le difficoltà finanziarie e altri che, secondo l’esponente dem, ricorrerebbero a soluzioni prevalentemente burocratiche. A pagare il prezzo delle inefficienze, sostiene Sereni, sarebbero soprattutto le persone più fragili, costrette in alcuni casi a rinunciare alle cure.
Per il Pd, dunque, il nodo delle liste d’attesa non può essere risolto attraverso interventi amministrativi isolati. Servirebbero un piano straordinario di assunzioni, il rafforzamento delle strutture pubbliche territoriali, una maggiore attenzione all’appropriatezza delle prescrizioni e un nuovo coordinamento tra i diversi soggetti del sistema sanitario, con prevenzione e bisogni delle comunità al centro.
Sereni lega infine la questione alla dimensione del finanziamento pubblico. La richiesta indicata dal Pd è quella di portare la spesa sanitaria al 7 per cento del Pil, in linea con la media europea. Una soglia che, nelle parole della responsabile dem, dovrebbe diventare un impegno vincolante nel programma per le prossime elezioni.
Il ricordo di Giancarlo Siani: «Senza giornalismo libero non c’è democrazia»
Quarantuno anni dopo l’uccisione di Giancarlo Siani, il Pd torna a parlare di libertà di stampa e intimidazioni contro i giornalisti. Sandro Ruotolo e Paolo Siani hanno affidato il loro messaggio al ricordo del cronista napoletano ucciso dalla camorra nel settembre del 1985.
Nel testo indirizzato idealmente a Siani, Ruotolo ripercorre gli anni trascorsi da quella morte e sottolinea come il rischio per chi fa informazione non appartenga soltanto al passato. Le minacce, le intimidazioni e gli attacchi ai giornalisti, sostiene, continuano a manifestarsi anche lontano dai territori tradizionalmente associati alla presenza mafiosa.
Il riferimento è anche a episodi recenti di intimidazione, tra cui quello avvenuto a Monza, dove una cronista si è trovata davanti alla propria abitazione una testa mozzata e la pelle scuoiata di un capretto.
Nel ricordo di Siani emerge così un tema più ampio: quello della solitudine dei giornalisti chiamati a raccontare fatti scomodi. Ruotolo insiste sulla necessità di una comunità professionale capace di sostenere chi svolge il proprio lavoro sotto pressione. Una stampa che protegge chi racconta ciò che altri vorrebbero tacere, sostiene, rappresenta una barriera contro mafie, poteri criminali e intimidazioni.
Il messaggio si allarga quindi al quadro internazionale. Vengono ricordati il rischio corso dai giornalisti in Messico, l’assassinio a Malta di Daphne Caruana Galizia e il numero di giornalisti e operatori dei media palestinesi uccisi dall’inizio della guerra a Gaza.
Ma la violenza, nel ragionamento di Ruotolo, non coincide soltanto con le minacce fisiche. C’è anche la delegittimazione quotidiana, l’insulto, l’attacco personale, il tentativo di trasformare il giornalista che pone domande in un avversario.
Il messaggio politico e civile è netto: ricordare Siani significa, per il Pd, ribadire il legame tra libertà di informazione e democrazia.
Conti pubblici, Misiani: «Istat non è un avversario politico»
Sul fronte economico, Antonio Misiani interviene dopo il dato Istat sul deficit, indicato al 3,08 per cento. Il senatore dem utilizza la metafora sportiva per criticare la reazione attribuita a Giorgia Meloni: quando la partita non va come previsto, sostiene, c’è chi finisce per prendersela con l’arbitro.
Secondo Misiani, il problema non sarebbe l’Istituto nazionale di statistica, ma l’utilizzo politico dei numeri. L’Istat, sottolinea, è un’istituzione pubblica e i suoi dati incidono sulle decisioni di famiglie, imprese, investitori e istituzioni europee.
Il senatore difende inoltre il carattere tecnico delle revisioni statistiche, ricordando che le stime vengono elaborate attraverso metodologie armonizzate a livello europeo e sottoposte alla verifica di Eurostat.
Da qui la sua critica a qualsiasi contestazione che possa mettere in discussione l’affidabilità dell’istituto. Secondo Misiani, screditare chi produce i dati rischia di trasformare una discussione sui conti pubblici in una contrapposizione politica con l’organismo chiamato a fotografare la realtà economica del Paese.
All’Onu lo scontro sul multilateralismo
La polemica si sposta infine sul piano internazionale con gli interventi di Peppe Provenzano e Sandro Ruotolo sull’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Provenzano contrappone il richiamo al dialogo e alla cooperazione pronunciato dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres alle parole attribuite a Donald Trump, giudicate dal dirigente dem espressione di una visione nazionalista e di una contestazione dell’ordine multilaterale.
Al centro della critica c’è anche la Corte penale internazionale. Per Provenzano, l’Europa dovrebbe assumere una posizione capace di riaffermare il valore del diritto internazionale e della cooperazione tra Stati.
Ruotolo concentra invece il suo intervento su due questioni, Cuba e la Corte penale internazionale, considerate come manifestazioni di una stessa idea delle relazioni internazionali: quella in cui la forza prevale sulle regole.
Secondo il dirigente dem, i riferimenti di Trump a un possibile crollo del governo cubano sotto la pressione degli Stati Uniti e il suo invito agli Stati aderenti alla Corte penale internazionale a lasciare l’organizzazione rappresenterebbero due facce della stessa concezione dei rapporti tra potenze.
Da qui l’appello all’Europa affinché difenda il multilateralismo, la Carta delle Nazioni Unite e l’autonomia della Corte penale internazionale.
Sanità, informazione, istituzioni statistiche e ordine internazionale diventano così, nelle dichiarazioni raccolte dal Pd, capitoli di una stessa battaglia politica: quella per difendere, secondo la linea espressa dai suoi dirigenti, i servizi pubblici, l’autonomia delle istituzioni, la libertà di informazione e il primato delle regole nei rapporti internazionali.