26 Ottobre 2026, lunedì
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All’Onu una settimana ad alta tensione: Trump rinvia l’accordo con l’Iran, Macron attacca su Gaza e Israele replica

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La nuova sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è iniziata con un ritmo che somiglia più a un vertice straordinario che a un appuntamento annuale. A New York, dove si sono riuniti circa centotrenta capi di Stato e di governo, l’agenda è un mosaico di emergenze globali: Medio Oriente, Ucraina, intelligenza artificiale, clima, pandemie e le casse dell’Onu sempre più in affanno. Un quadro che il segretario generale Antonio Guterres ha sintetizzato con un appello alla responsabilità, ricordando che le Nazioni Unite devono essere abbastanza solide da affrontare il mondo com’è e abbastanza ambiziose da immaginare quello che dovrebbe essere.

Dopo l’intervento del presidente brasiliano Lula da Silva, il palco è stato monopolizzato da Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha parlato per mezz’ora, il doppio del tempo normalmente concesso ai leader, e ha scelto di concentrare la sua strategia comunicativa su due fronti: Iran e Ucraina. Sul primo ha annunciato che un eventuale accordo con Teheran potrà essere discusso solo dopo le elezioni di Midterm, rinviando così ogni ipotesi di dialogo diretto. Sul secondo ha rivendicato la propria capacità di ottenere risultati dove altri avrebbero fallito, sostenendo che la pace in Ucraina potrebbe arrivare prima di quanto si immagini. Un’affermazione che ha suscitato reazioni contrastanti tra le delegazioni, in un contesto in cui la guerra resta uno dei nodi più complessi della diplomazia internazionale.

A scuotere ulteriormente la giornata sono state le parole del presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito la situazione a Gaza uno spettacolo vergognoso. Un giudizio netto, che ha immediatamente provocato la reazione del governo israeliano. L’ufficio del primo ministro Benyamin Netanyahu ha risposto con toni durissimi, parlando di dichiarazioni grottesche e accusando Macron di ignorare la violenza quotidiana subita dai civili israeliani. Per sostenere la propria posizione, Israele ha ricordato l’uccisione di Netanel Shukrun, cittadino francese e padre di sei figli, assassinato pochi giorni fa in Giudea e Samaria da un militante di Hamas. Un episodio che, secondo il governo israeliano, dimostra come la minaccia terroristica sia tutt’altro che astratta.

La tensione tra Parigi e Gerusalemme si inserisce in un quadro già segnato da frizioni multiple. Mentre l’Onu tenta di rilanciare il proprio ruolo di mediatore globale, le principali potenze sembrano muoversi su binari paralleli, spesso divergenti. La settimana che si è aperta al Palazzo di Vetro promette di essere una delle più dense degli ultimi anni, con un equilibrio internazionale che continua a oscillare tra diplomazia e conflitto.

Gaza tra ricostruzione e minacce incrociate: il piano da 2,4 miliardi e la nuova offensiva verbale di Teheran

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La giornata che avrebbe dovuto segnare un passo avanti nella ricostruzione di Gaza si è trasformata, ancora una volta, in un mosaico di annunci, minacce e segnali inquieti provenienti da più fronti del Medio Oriente. Il Board of Peace ha presentato un piano di ricostruzione da 2,4 miliardi, definito come il primo progetto organico per restituire infrastrutture, servizi essenziali e una prospettiva economica alla Striscia dopo mesi di devastazioni. Un documento che punta su tre assi: rilancio abitativo, ripristino delle reti energetiche e idriche, riapertura dei corridoi commerciali. Una road map ambiziosa, che però si scontra con una realtà geopolitica sempre più instabile.

A New York, dal podio dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha lanciato un nuovo monito all’Iran, accusandolo di alimentare tensioni e destabilizzare l’area. La risposta di Teheran non si è fatta attendere. I vertici militari hanno dichiarato che il Paese è pronto a “infliggere colpi ancora più duri, devastanti e imprevedibili”, un messaggio che conferma la volontà di non arretrare di fronte alla pressione americana. Sul fronte diplomatico, l’Iran ha precisato che i colloqui con Washington non avvengono in modo diretto, ma tramite un mediatore qatariota, e che le condizioni poste da Teheran sono già state comunicate.

Intanto, nel cielo dello Yemen, un drone saudita è stato abbattuto secondo quanto riportato da alcuni media locali. Un episodio che si inserisce nella lunga catena di incidenti tra Riyad e i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran, e che contribuisce a irrigidire ulteriormente gli equilibri regionali.

Il risultato è un quadro complesso: da un lato, la volontà di ricostruire Gaza con un piano strutturato e finanziariamente solido; dall’altro, una spirale di minacce e provocazioni che rischia di compromettere ogni tentativo di stabilizzazione. La ricostruzione, per ora, resta un progetto su carta. La pace, un obiettivo ancora lontano.

DryMilano compie 13 anni: due sere di festa nel segno del pairing e della mixology

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Fin dalla sua apertura nel 2013, DryMilano ha inaugurato una nuova era capace di combinare la tradizione della pizza napoletana al sofisticato universo dei cocktail. Proponendo un mix innovativo e irriverente dove le materie prime sono protagoniste, il locale è diventato negli anni la sintesi perfetta per godere di tutte le esperienze di gusto, amplificando ogni piacere. Spazio di contaminazione iconico, ricercato ma immediato, si distingue per un’atmosfera calda e complice, arredi essenziali dal gusto retrò e ambienti nudi pensati per esaltare la convivialità e mettere al centro gli ospiti.

È proprio in questa cornice che DryMilano ha celebrato il suo tredicesimo compleanno con due esclusive serate evento lo scorso 20 e 21 settembre, trasformandosi nel fulcro della scena bar e gastronomica internazionale. Per festeggiare questo importante traguardo, il celebre locale di via Solferino ha rinnovato la sua ormai consolidata tradizione, aprendo il proprio bancone a una selezione dei nomi più interessanti della mixology mondiale e rendendo omaggio ai grandi protagonisti del panorama food e drink milanese.

La serata di domenica 20 settembre ha confermato la vocazione del locale come spazio d’elezione per la contaminazione globale. Quest’anno i riflettori si sono accesi sulle nuove e sorprendenti scene della mixology mondiale, preferendo l’audacia di mete emergenti alle solite capitali del cocktail. Per l’occasione, il padrone di casa Lorenzo Sirabella e il bartender Edris Al Malat hanno accolto dietro al bancone i talenti di progetti indipendenti arrivati da Lisbona, Oslo, Split, Atene, Namur, Praga, Istanbul e Salonicco.

Durante l’evento si sono alternati in coppia bartender di fama internazionale del calibro di Emanuele Pereira Minez e Bruno Albuquerque de Castro (18.68 Cocktail Boutique da Lisbona), Adrian Michalcik (About Contrasts da Oslo), Ivana Bjelis e Anteo Ivanisevic (Bar Sistema da Split) e Ilias Gkivisis (Barro Negro da Atene). A completare questa straordinaria staffetta del gusto ci hanno pensato Valentin Norberg e Charlie Guilliams (Botanical by Alfonse da Namur), Jan Budil (Forbina da Praga), Vedat Akar e Deniz Olcay (Mathilda da Istanbul), insieme a Vaggelis Penikis e Achilleas Thanasoudas (Purovoku Project da Salonicco). Una sinergia che ha conquistato il pubblico con identità forti, audaci e fortemente riconoscibili, già consacrate dai più importanti riconoscimenti internazionali.

Un successo che racchiude l’essenza stessa del locale: “Come ormai da tradizione il nostro compleanno è l’occasione per celebrar la nostra comunità, offrire una serata fuori dal comune ai nostri ospiti e confermare il nostro impegno e la nostra passione al servizio dello stare bene”, ha commentato Lorenzo Sirabella, chef e manager di DryMilano.

Questo spirito di condivisione ha trovato la sua massima espressione nella serata di lunedì 21 settembre, trasformatasi in un grande tributo alla città e ai veri protagonisti del mondo hospitality milanese, celebrando l’incontro perfetto tra alta cucina e mixology. I lievitati della serata sono stati curati da Matteo Trapasso (TraMa, Micropanificio Artigianale), mentre una straordinaria squadra di chef ha portato in scena i propri piatti più iconici: Matteo Corridori (Roteo), Paolo De Simone (Modus), Roberto Godi (Sea Signora), Moris La Greca (Terrazza PanEvo), Vincenzo Lebano (Terrazza Gallia), Cesare Murzilli (Portrait), Guido Paternollo (Pellico 3), Pasquale Nastri (Porco Brado) e Alberto Tasinato (L’Alchimia). A rendere ancora più goloso l’appuntamento ci ha pensato Stefano Guizzetti (Ciacco) con i suoi speciali gusti di gelato.

Al bancone, la festa ha visto alternarsi una parata di stelle della miscelazione cittadina, con gli amici di Bob e firme del calibro di Luca Ardito (Carlton), Fabio “Benjamin” Cavagna (1930), Tommaso Cecca (Camparino), Alberto Corvi (Casa Tobago), Abi El Attaoui (Ceresio 7), Andrea Gilardo (Moebius), Cristian Lodi (Milord), Edoardo Nono (Rita’s Cocktail), Matteo Paulillo (Sogni), Nicola Romiti (The Doping Club), Dario Schiavoni (BYit), Leo Sculli (Niks) e Riccardo Speranza (Ronin). Il gran finale della serata è stato sancito dal taglio della torta speciale di compleanno realizzata da Antonio Basile (Pariani Ferno 1953).

Questi tredici anni di attività non sono solo un numero, rappresentano il racconto di una delle pizzerie più premiate d’Italia (e non solo), ma anche la storia di un locale che ha saputo diventare un punto di riferimento assoluto per la mixology internazionale. Una formula capace di richiamare a sé, anno dopo anno, un numero sempre più ampio di professionisti, appassionati e curiosi. Scegliendo di accogliere quasi quaranta realtà diverse tra ospiti internazionali e maestri della miscelazione di qualità, DryMilano ha firmato un’edizione memorabile nel nome del pairing innovativo, confermando che il suo viaggio nel mondo del gusto e della convivialità è solo all’inizio.

L’appello di Leone XIV: proteggere i minori migranti è un dovere collettivo

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Leone XIV ha scelto di dedicare le ultime parole dell’udienza generale a Piazza San Pietro a chi, più di tutti, paga il prezzo delle migrazioni forzate: i minori. Il Pontefice ha parlato con voce ferma, richiamando l’attenzione su una realtà che spesso scivola ai margini del dibattito pubblico. Ha ricordato che bambini e adolescenti costretti a lasciare la propria terra affrontano un percorso segnato da traumi profondi, violenze, torture, sfruttamento. E che non di rado, lungo le rotte migratorie, perdono la vita.

Il Papa ha rivolto un invito diretto alla responsabilità collettiva, chiedendo che ciascuno si senta parte attiva nella tutela di questi ragazzi. Ha sottolineato che non basta indignarsi di fronte alle tragedie che attraversano il Mediterraneo o le frontiere terrestri: occorre assumere un ruolo concreto, sostenere chi opera sul campo, promuovere politiche di protezione, garantire accoglienza e assistenza adeguate.

Le sue parole arrivano a pochi giorni dalla Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il 27 settembre. Un appuntamento che, nelle intenzioni del Pontefice, non deve essere soltanto simbolico, ma trasformarsi in un’occasione per rimettere al centro del discorso pubblico la condizione dei più vulnerabili. Leone XIV ha ricordato che dietro ogni numero ci sono volti, storie, famiglie spezzate. E che la tutela dei minori migranti non è una questione di confini, ma di umanità.

Il messaggio del Papa si inserisce in un contesto globale complesso, segnato da conflitti, crisi climatiche e instabilità economica che spingono milioni di persone a cercare altrove una possibilità di vita. In questo scenario, i bambini restano i più esposti e i meno protetti. Per questo il Pontefice ha chiesto che la comunità internazionale, le istituzioni e i cittadini non distolgano lo sguardo.

Un richiamo che suona come un monito e, insieme, come un invito a ritrovare la capacità di prendersi cura. Perché, ha ribadito Leone XIV, la vita di quei ragazzi riguarda tutti.

Pietre d’inciampo vandalizzate a Roma, Cirielli: «Un attacco alla memoria, i responsabili siano perseguiti»

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Roma si risveglia davanti a un nuovo sfregio alla memoria della Shoah. Le pietre d’inciampo dedicate a Michele Ezio Spizzichino e Aurelio Spagnoletto, deportati e assassinati ad Auschwitz, sono state vandalizzate nella Capitale. Un gesto che assume un significato ancora più grave perché compiuto nella notte di Yom Kippur, la ricorrenza più sacra dell’ebraismo.

A condannare con fermezza l’episodio è Edmondo Cirielli, viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, che parla di un atto «ignobile», capace di colpire non soltanto il ricordo delle vittime della persecuzione nazista, ma la coscienza collettiva del Paese.

«La vandalizzazione a Roma delle pietre d’inciampo dedicate a Michele Ezio Spizzichino e Aurelio Spagnoletto, deportati e assassinati ad Auschwitz, è un gesto ignobile che offende la memoria delle vittime della Shoah e ferisce l’intera comunità nazionale», ha dichiarato Cirielli.

Le pietre d’inciampo, disseminate in numerose città europee davanti alle abitazioni dalle quali furono strappate le vittime del nazismo, hanno una funzione precisa: riportare la memoria nella quotidianità dei luoghi, restituendo un nome e una storia alle persone perseguitate, deportate e uccise. Per questo la loro vandalizzazione non rappresenta soltanto un danneggiamento materiale, ma assume un evidente valore simbolico.

Nel caso romano, secondo Cirielli, la coincidenza temporale con Yom Kippur rende l’accaduto «ancora più grave e inquietante». «Colpire quei simboli significa tentare di cancellare la storia e alimentare un odio antisemita che non può trovare alcuno spazio nella nostra società», ha aggiunto il viceministro.

La condanna si accompagna alla richiesta di individuare rapidamente i responsabili e di procedere con il massimo rigore. Cirielli ha espresso «piena solidarietà alla Comunità ebraica di Roma e ai familiari delle vittime», sollecitando le autorità competenti a fare piena luce sull’accaduto.

Il caso riporta così al centro dell’attenzione il tema della tutela della memoria della Shoah e del contrasto all’antisemitismo. Un tema che, nelle parole del viceministro, non può essere affrontato con indifferenza né con ambiguità, soprattutto davanti a episodi che prendono di mira direttamente i simboli attraverso i quali le città ricordano le vittime della persecuzione.

«Di fronte al preoccupante riemergere dell’antisemitismo in Italia e in Europa non sono ammesse indifferenza o ambiguità», ha concluso Cirielli. «Difendere la memoria e contrastare l’odio contro gli ebrei è una responsabilità di tutti».

Le pietre d’inciampo, piccole targhe di ottone incastonate nel selciato, obbligano idealmente chi passa a fermare per un istante lo sguardo e a confrontarsi con una storia individuale. È proprio questa dimensione concreta e quotidiana a renderle uno dei più riconoscibili strumenti della memoria europea. Vandalizzarle significa intervenire su quella memoria nel luogo stesso in cui essa viene custodita e trasmessa.

Sanità, liste d’attesa e libertà di stampa: il Pd attacca il governo e rilancia la sfida sui diritti

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Le liste d’attesa restano uno dei terreni più delicati dello scontro politico sulla sanità. Per Marina Sereni, responsabile Sanità e Salute nella segreteria nazionale del Partito democratico, i nuovi dati sul monitoraggio delle prestazioni non dimostrerebbero quella svolta annunciata dal governo, ma al contrario confermerebbero la necessità di intervenire sulle cause strutturali del problema.

Secondo Sereni, il sistema nazionale di monitoraggio affidato ad Agenas può offrire, a una prima lettura, l’immagine di un miglioramento. Un quadro che, sostiene la dirigente dem, cambia però quando i numeri vengono analizzati alla luce delle differenze territoriali e dei dati elaborati da realtà come Gimbe e Cittadinanzattiva.

Il punto, nella sua ricostruzione, riguarda anche il modo in cui vengono registrate le prestazioni. Alcune Regioni, afferma Sereni, avrebbero modificato i tempi di priorità o adottato criteri che non consentono di verificare quante prenotazioni effettuate attraverso i Cup si trasformino realmente in prestazioni erogate.

Il risultato sarebbe una fotografia disomogenea del Paese, con territori impegnati a mantenere i servizi nonostante le difficoltà finanziarie e altri che, secondo l’esponente dem, ricorrerebbero a soluzioni prevalentemente burocratiche. A pagare il prezzo delle inefficienze, sostiene Sereni, sarebbero soprattutto le persone più fragili, costrette in alcuni casi a rinunciare alle cure.

Per il Pd, dunque, il nodo delle liste d’attesa non può essere risolto attraverso interventi amministrativi isolati. Servirebbero un piano straordinario di assunzioni, il rafforzamento delle strutture pubbliche territoriali, una maggiore attenzione all’appropriatezza delle prescrizioni e un nuovo coordinamento tra i diversi soggetti del sistema sanitario, con prevenzione e bisogni delle comunità al centro.

Sereni lega infine la questione alla dimensione del finanziamento pubblico. La richiesta indicata dal Pd è quella di portare la spesa sanitaria al 7 per cento del Pil, in linea con la media europea. Una soglia che, nelle parole della responsabile dem, dovrebbe diventare un impegno vincolante nel programma per le prossime elezioni.

Il ricordo di Giancarlo Siani: «Senza giornalismo libero non c’è democrazia»

Quarantuno anni dopo l’uccisione di Giancarlo Siani, il Pd torna a parlare di libertà di stampa e intimidazioni contro i giornalisti. Sandro Ruotolo e Paolo Siani hanno affidato il loro messaggio al ricordo del cronista napoletano ucciso dalla camorra nel settembre del 1985.

Nel testo indirizzato idealmente a Siani, Ruotolo ripercorre gli anni trascorsi da quella morte e sottolinea come il rischio per chi fa informazione non appartenga soltanto al passato. Le minacce, le intimidazioni e gli attacchi ai giornalisti, sostiene, continuano a manifestarsi anche lontano dai territori tradizionalmente associati alla presenza mafiosa.

Il riferimento è anche a episodi recenti di intimidazione, tra cui quello avvenuto a Monza, dove una cronista si è trovata davanti alla propria abitazione una testa mozzata e la pelle scuoiata di un capretto.

Nel ricordo di Siani emerge così un tema più ampio: quello della solitudine dei giornalisti chiamati a raccontare fatti scomodi. Ruotolo insiste sulla necessità di una comunità professionale capace di sostenere chi svolge il proprio lavoro sotto pressione. Una stampa che protegge chi racconta ciò che altri vorrebbero tacere, sostiene, rappresenta una barriera contro mafie, poteri criminali e intimidazioni.

Il messaggio si allarga quindi al quadro internazionale. Vengono ricordati il rischio corso dai giornalisti in Messico, l’assassinio a Malta di Daphne Caruana Galizia e il numero di giornalisti e operatori dei media palestinesi uccisi dall’inizio della guerra a Gaza.

Ma la violenza, nel ragionamento di Ruotolo, non coincide soltanto con le minacce fisiche. C’è anche la delegittimazione quotidiana, l’insulto, l’attacco personale, il tentativo di trasformare il giornalista che pone domande in un avversario.

Il messaggio politico e civile è netto: ricordare Siani significa, per il Pd, ribadire il legame tra libertà di informazione e democrazia.

Conti pubblici, Misiani: «Istat non è un avversario politico»

Sul fronte economico, Antonio Misiani interviene dopo il dato Istat sul deficit, indicato al 3,08 per cento. Il senatore dem utilizza la metafora sportiva per criticare la reazione attribuita a Giorgia Meloni: quando la partita non va come previsto, sostiene, c’è chi finisce per prendersela con l’arbitro.

Secondo Misiani, il problema non sarebbe l’Istituto nazionale di statistica, ma l’utilizzo politico dei numeri. L’Istat, sottolinea, è un’istituzione pubblica e i suoi dati incidono sulle decisioni di famiglie, imprese, investitori e istituzioni europee.

Il senatore difende inoltre il carattere tecnico delle revisioni statistiche, ricordando che le stime vengono elaborate attraverso metodologie armonizzate a livello europeo e sottoposte alla verifica di Eurostat.

Da qui la sua critica a qualsiasi contestazione che possa mettere in discussione l’affidabilità dell’istituto. Secondo Misiani, screditare chi produce i dati rischia di trasformare una discussione sui conti pubblici in una contrapposizione politica con l’organismo chiamato a fotografare la realtà economica del Paese.

All’Onu lo scontro sul multilateralismo

La polemica si sposta infine sul piano internazionale con gli interventi di Peppe Provenzano e Sandro Ruotolo sull’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Provenzano contrappone il richiamo al dialogo e alla cooperazione pronunciato dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres alle parole attribuite a Donald Trump, giudicate dal dirigente dem espressione di una visione nazionalista e di una contestazione dell’ordine multilaterale.

Al centro della critica c’è anche la Corte penale internazionale. Per Provenzano, l’Europa dovrebbe assumere una posizione capace di riaffermare il valore del diritto internazionale e della cooperazione tra Stati.

Ruotolo concentra invece il suo intervento su due questioni, Cuba e la Corte penale internazionale, considerate come manifestazioni di una stessa idea delle relazioni internazionali: quella in cui la forza prevale sulle regole.

Secondo il dirigente dem, i riferimenti di Trump a un possibile crollo del governo cubano sotto la pressione degli Stati Uniti e il suo invito agli Stati aderenti alla Corte penale internazionale a lasciare l’organizzazione rappresenterebbero due facce della stessa concezione dei rapporti tra potenze.

Da qui l’appello all’Europa affinché difenda il multilateralismo, la Carta delle Nazioni Unite e l’autonomia della Corte penale internazionale.

Sanità, informazione, istituzioni statistiche e ordine internazionale diventano così, nelle dichiarazioni raccolte dal Pd, capitoli di una stessa battaglia politica: quella per difendere, secondo la linea espressa dai suoi dirigenti, i servizi pubblici, l’autonomia delle istituzioni, la libertà di informazione e il primato delle regole nei rapporti internazionali.

Mirafiori ed Electrolux, l’allarme di Appendino: «La crisi industriale non si può nascondere»

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La crisi dell’industria italiana torna a concentrarsi nei luoghi simbolo della manifattura nazionale. Da una parte Mirafiori, lo stabilimento torinese che da decenni rappresenta una delle grandi capitali dell’automobile italiana. Dall’altra gli stabilimenti Electrolux, alle prese con un piano che mette a rischio migliaia di posti di lavoro e riaccende il confronto sul futuro della produzione nel Paese.

È su questo terreno che interviene Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, con due prese di posizione che mettono nel mirino tanto le strategie industriali delle aziende quanto l’azione del governo.

Sul caso Stellantis, Appendino definisce i 19 anni consecutivi di cassa integrazione a Mirafiori «un’agonia lenta e programmata». La nuova fase di fermate produttive, secondo la parlamentare, sarebbe l’ennesimo segnale di una difficoltà strutturale che non può essere affrontata soltanto attraverso la gestione degli ammortizzatori sociali.

La situazione evocata dalla deputata è quella di una fabbrica che continua a fare i conti con periodi di sospensione dell’attività. Appendino richiama in particolare le due settimane di stop completo alla carrozzeria, il coinvolgimento delle presse e l’incertezza sul rinnovo dei contratti per circa 400 lavoratori interinali.

Il nodo, nella sua lettura, non riguarda soltanto i volumi produttivi del momento, ma soprattutto l’assenza di una prospettiva industriale capace di garantire un futuro allo stabilimento torinese.

«Un solo modello non basta», sostiene Appendino, indicando nella 500 elettrica una risorsa importante ma insufficiente a garantire da sola la continuità produttiva di Mirafiori. Da qui la richiesta di nuovi modelli, nuovi investimenti e di una strategia industriale di lungo periodo.

La deputata contesta inoltre quella che definisce una distanza tra gli annunci dell’azienda e i risultati effettivamente raggiunti. Nel mirino finisce anche il governo, accusato di mantenere un atteggiamento troppo prudente di fronte alle difficoltà del comparto automobilistico.

Il caso Mirafiori, dunque, diventa nella denuncia di Appendino il simbolo di una questione più ampia: quanto può reggere una grande industria automobilistica se la produzione resta affidata a pochi modelli e se gli investimenti non garantiscono una prospettiva sufficientemente solida per occupazione e indotto?

Electrolux, lo scontro si sposta sul governo

La seconda vertenza evocata da Appendino riguarda Electrolux, dove la partita assume dimensioni nazionali. La parlamentare chiede che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni riferisca sulla situazione prima del tavolo previsto per il 5 ottobre e critica l’assenza del governo, a suo giudizio, nei momenti più delicati della vertenza.

Appendino ricorda in particolare la mobilitazione del 15 settembre a Cerreto d’Esi, nelle Marche, dove si sono ritrovati lavoratori provenienti dagli stabilimenti Electrolux di diverse parti d’Italia.

La questione occupazionale è pesante: la deputata parla di 1.450 esuberi e della prospettiva di chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi. Numeri che, se confermati nell’ambito del piano aziendale e del confronto istituzionale, fotografano una fase particolarmente delicata per la presenza industriale del gruppo in Italia.

Il giudizio di Appendino sulla multinazionale è durissimo. Accusa Electrolux di avere beneficiato nel corso degli anni di risorse pubbliche, di avere distribuito dividendi e, contemporaneamente, di avere ridimensionato la propria presenza produttiva nel Paese. «Ha usato l’Italia come un bancomat», sostiene la deputata, sintetizzando così la sua contestazione alla strategia industriale del gruppo.

Ma il bersaglio politico principale resta il governo.

Appendino lega infatti la vicenda Electrolux a una questione più generale di politica industriale e mette in discussione il racconto di un’Italia economicamente in salute, richiamando invece il calo della produzione industriale e l’aumento del ricorso agli ammortizzatori sociali.

Il passaggio più politico della sua denuncia riguarda il concetto stesso di Patria, spesso richiamato nel linguaggio del governo. Per Appendino, quella parola deve tradursi in una presenza concreta nei territori industriali in difficoltà.

«La Patria è Cerreto d’Esi, Porcia, Susegana, Forlì, Solaro», afferma, citando gli stabilimenti interessati dalle difficoltà del gruppo. E aggiunge che la Patria «sono quegli operai che per anni hanno mandato avanti il Paese e oggi lottano per il posto di lavoro».

Da qui l’appello diretto a Meloni: intervenire con Electrolux e chiarire che gli esuberi e la chiusura di uno stabilimento non possono essere considerati un esito inevitabile.

Due vertenze, una stessa domanda

Mirafiori ed Electrolux sono vicende industriali differenti, con dinamiche aziendali e produttive specifiche. Ma nella lettura proposta da Appendino finiscono per intrecciarsi attorno alla stessa domanda: quale ruolo vuole avere l’Italia nella manifattura europea e quali strumenti intende mettere in campo per difendere la propria capacità produttiva?

A Torino il tema è quello della continuità produttiva di uno degli stabilimenti più importanti della storia automobilistica italiana. Nel caso Electrolux, il confronto riguarda invece il futuro di diversi siti industriali e l’impatto occupazionale di un piano di riorganizzazione.

In entrambi i casi, però, il problema non si esaurisce nei numeri della cassa integrazione o degli esuberi. Dietro ogni fermata produttiva ci sono filiere, lavoratori, famiglie e territori che dipendono dalla permanenza dell’attività industriale.

È proprio su questo terreno che Appendino chiede al governo di passare dalle dichiarazioni agli interventi concreti. Perché, nella sua impostazione, la politica industriale non può limitarsi a gestire le crisi quando esplodono, ma dovrebbe intervenire prima che una lunga sequenza di riduzioni produttive trasformi una difficoltà temporanea in un declino strutturale.

Il calendario delle prossime settimane sarà quindi decisivo per capire quale sarà l’esito delle due vertenze. A Mirafiori resta sul tavolo la necessità di assicurare una prospettiva produttiva credibile allo stabilimento. Per Electrolux, il confronto istituzionale dovrà misurarsi con il futuro dei siti italiani e con le conseguenze occupazionali del piano annunciato.

Due partite diverse, ma accomunate da un elemento: la fabbrica resta il luogo in cui le grandi promesse sulla politica industriale vengono inevitabilmente misurate.

Traffico di migranti verso il Regno Unito, maxi operazione in quattro Paesi: blitz a Bologna

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È scattata alle prime luci dell’alba un’operazione internazionale contro una presunta rete dedita al traffico di migranti, con interventi simultanei in Italia, Spagna, Austria e Regno Unito. Al centro dell’inchiesta c’è un sistema che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe organizzato e agevolato il trasferimento irregolare di migranti, con il territorio britannico indicato come una delle principali destinazioni finali.

A Bologna l’operazione è stata condotta dalla polizia su delega della Procura della Repubblica. Nel capoluogo emiliano è stato eseguito un mandato di arresto e sono state effettuate quattro perquisizioni. Gli investigatori sono impegnati nell’acquisizione di elementi utili a ricostruire la struttura della presunta organizzazione, i suoi collegamenti internazionali e le modalità attraverso le quali sarebbero stati organizzati i trasferimenti.

L’indagine ha assunto fin dall’inizio una dimensione transnazionale. Proprio la presenza di ramificazioni in più Paesi ha portato al coordinamento delle attività investigative attraverso Europol, consentendo alle forze di polizia dei quattro Stati coinvolti di intervenire contemporaneamente e di mettere in comune informazioni, accertamenti e risultati investigativi.

Il quadro che emerge è quello di un presunto meccanismo articolato su più territori, nel quale l’Italia avrebbe rappresentato uno dei nodi della rete. L’obiettivo, secondo gli inquirenti, sarebbe stato quello di facilitare il percorso dei migranti verso il Regno Unito, attraverso una serie di passaggi organizzati e gestiti dalla struttura sotto indagine.

Le attività eseguite a Bologna rappresentano dunque uno dei tasselli di un’azione investigativa più ampia, sviluppata oltre i confini nazionali. Arresti, perquisizioni e sequestri sono ora al vaglio degli investigatori, chiamati a definire ruoli, responsabilità e dimensioni della presunta rete.

L’operazione conferma la crescente attenzione delle autorità europee nei confronti dei circuiti criminali che sfruttano i flussi migratori irregolari e operano attraverso più Paesi, rendendo indispensabile una risposta investigativa coordinata a livello internazionale.

Tragedia al Colosseo, muore a 22 anni dopo una caduta di dieci metri. Il monumento chiuso in segno di lutto

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Aveva 22 anni e una specializzazione nei lavori in fune in quota. Andrea Moretti stava lavorando al Colosseo, impegnato nell’installazione del nuovo impianto di illuminazione, quando una caduta da circa dieci metri ha spezzato la sua vita. È morto sul colpo, secondo le prime ricostruzioni, mentre era impegnato nelle operazioni all’interno dell’Anfiteatro Flavio.

L’incidente è avvenuto tra martedì e mercoledì, intorno alla mezzanotte. Il giovane operaio, che stava lavorando assicurato a delle funi, è precipitato per cause ancora da accertare. A dare l’allarme sono stati i colleghi. Quando i soccorritori del 118 sono arrivati, le sue condizioni erano già disperate. I tentativi di rianimazione non sono serviti a salvargli la vita.

Nel cuore della notte, uno dei luoghi più visitati e riconoscibili al mondo si è trasformato nella scena dell’ennesima tragedia sul lavoro. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, il medico legale, il pubblico ministero di turno e gli operatori dell’Ispettorato del lavoro e del servizio Spresal dell’Asl, chiamati a ricostruire ogni passaggio dell’incidente.

L’inchiesta della Procura: si indaga per omicidio colposo

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per fare luce sulla morte del ventiduenne. L’ipotesi di reato è, al momento, quella di omicidio colposo, nell’ambito degli accertamenti sul rispetto delle norme in materia di sicurezza sul lavoro.

Il procedimento, coordinato dal procuratore aggiunto Antonino Di Maio, è stato aperto contro ignoti. Gli investigatori dovranno verificare le modalità con cui si stavano svolgendo i lavori, le condizioni delle attrezzature utilizzate e il rispetto delle procedure di sicurezza previste per gli interventi in quota.

È stata inoltre disposta l’autopsia, che potrà contribuire a chiarire le cause della morte e fornire ulteriori elementi agli inquirenti. Restano da accertare, invece, le circostanze esatte della caduta e l’eventuale presenza di responsabilità.

Il Colosseo chiude al pubblico

Dopo l’incidente, il Parco archeologico del Colosseo aveva inizialmente disposto il divieto di accesso al settore del secondo ordine interessato dalla caduta. Successivamente è arrivata la decisione di chiudere l’intero Anfiteatro Flavio, «in segno di lutto».

La misura, secondo quanto comunicato dal Parco in una nota ufficiale, è stata adottata in seguito alle indicazioni del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, giunte già durante la notte.

La chiusura non è stata tuttavia immediata. Il Parco ha spiegato di aver gestito il primo turno di visita, composto da migliaia di persone che non erano ancora state informate dell’accaduto. Un’interruzione improvvisa degli accessi, si legge nella nota, avrebbe potuto provocare una forte concentrazione di visitatori all’esterno del monumento, con possibili conseguenze sul piano della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Soltanto dopo il deflusso regolare delle persone già presenti, il Colosseo è stato chiuso ai visitatori.

Il cordoglio della premier

La notizia ha suscitato anche la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «È inaccettabile morire così giovani», ha dichiarato la premier, chiedendo che venga fatta «piena luce» sulla vicenda.

Mentre il monumento simbolo di Roma si fermava per il lutto, gli accertamenti giudiziari entravano nel vivo. Al centro dell’inchiesta ci sono ora le condizioni in cui Andrea Moretti stava lavorando e tutte le garanzie che avrebbero dovuto proteggerlo durante un’attività altamente specializzata.

La morte del giovane operaio riporta ancora una volta l’attenzione sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma, prima ancora dei numeri e delle statistiche, resta il volto di un ragazzo di 22 anni, morto durante il proprio turno di lavoro in uno dei luoghi più celebri del patrimonio italiano.

La famiglia nel bosco ritrova i suoi figli: primo incontro nella nuova casa di Palmoli

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È il primo passo concreto verso il ritorno alla vita familiare. Nathan e Catherin hanno potuto riabbracciare i loro tre figli nella nuova abitazione di Palmoli, fuori dalla casa-famiglia dove i bambini si trovano attualmente. Un pomeriggio trascorso insieme sotto la supervisione dei servizi coinvolti nel percorso di ricongiungimento, che si è protratto più a lungo del previsto per recuperare il tempo perso la scorsa settimana.

L’incontro è iniziato intorno alle 16.30, alla presenza delle assistenti sociali, della curatrice e della tutrice nominata dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila. La durata prolungata era stata concordata con i servizi sociali proprio per compensare lo stop del precedente appuntamento, previsto per il 15 settembre e poi cancellato per l’assenza delle necessarie condizioni di sicurezza e riservatezza.

Quello di Palmoli rappresenta così il primo vero momento di riunione della famiglia all’interno della nuova casa. Un passaggio atteso, inserito in un percorso che procede per gradi e che punta, senza accelerazioni, a ricostruire la quotidianità interrotta.

Al termine dell’incontro, il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ha parlato di un esito positivo: «È andato bene, tutto si è svolto nel migliore dei modi». E ha aggiunto: «Finalmente è partito questo ciclo di rientro dei bambini a casa con la famiglia».

La giornata segna dunque l’avvio della fase operativa del programma di ricongiungimento. Il calendario prevede inizialmente rientri diurni nella casa di Palmoli. Successivamente, a partire da ottobre, il percorso dovrebbe proseguire con i primi pernottamenti in famiglia durante i fine settimana.

L’obiettivo finale resta il rientro stabile dei tre bambini nella loro casa. Un traguardo che dovrà essere raggiunto attraverso una serie di passaggi progressivi, verificati insieme ai servizi sociali e alle figure incaricate di accompagnare e monitorare il percorso.

Nel programma sono previsti anche momenti nella casa nel bosco, il luogo con cui i bambini hanno mantenuto un legame particolare e dove potranno tornare a vedere gli animali a cui sono affezionati, tra cui l’asino e il cavallo.

Dopo settimane segnate da decisioni, rinvii e cautele, la giornata di Palmoli assume quindi un significato preciso: non è ancora il ritorno definitivo a casa, ma il primo tassello di una nuova fase. La famiglia torna a riunirsi nella propria abitazione e il percorso verso la ricostruzione della quotidianità familiare entra nel vivo.