La nuova sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è iniziata con un ritmo che somiglia più a un vertice straordinario che a un appuntamento annuale. A New York, dove si sono riuniti circa centotrenta capi di Stato e di governo, l’agenda è un mosaico di emergenze globali: Medio Oriente, Ucraina, intelligenza artificiale, clima, pandemie e le casse dell’Onu sempre più in affanno. Un quadro che il segretario generale Antonio Guterres ha sintetizzato con un appello alla responsabilità, ricordando che le Nazioni Unite devono essere abbastanza solide da affrontare il mondo com’è e abbastanza ambiziose da immaginare quello che dovrebbe essere.
Dopo l’intervento del presidente brasiliano Lula da Silva, il palco è stato monopolizzato da Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha parlato per mezz’ora, il doppio del tempo normalmente concesso ai leader, e ha scelto di concentrare la sua strategia comunicativa su due fronti: Iran e Ucraina. Sul primo ha annunciato che un eventuale accordo con Teheran potrà essere discusso solo dopo le elezioni di Midterm, rinviando così ogni ipotesi di dialogo diretto. Sul secondo ha rivendicato la propria capacità di ottenere risultati dove altri avrebbero fallito, sostenendo che la pace in Ucraina potrebbe arrivare prima di quanto si immagini. Un’affermazione che ha suscitato reazioni contrastanti tra le delegazioni, in un contesto in cui la guerra resta uno dei nodi più complessi della diplomazia internazionale.
A scuotere ulteriormente la giornata sono state le parole del presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito la situazione a Gaza uno spettacolo vergognoso. Un giudizio netto, che ha immediatamente provocato la reazione del governo israeliano. L’ufficio del primo ministro Benyamin Netanyahu ha risposto con toni durissimi, parlando di dichiarazioni grottesche e accusando Macron di ignorare la violenza quotidiana subita dai civili israeliani. Per sostenere la propria posizione, Israele ha ricordato l’uccisione di Netanel Shukrun, cittadino francese e padre di sei figli, assassinato pochi giorni fa in Giudea e Samaria da un militante di Hamas. Un episodio che, secondo il governo israeliano, dimostra come la minaccia terroristica sia tutt’altro che astratta.
La tensione tra Parigi e Gerusalemme si inserisce in un quadro già segnato da frizioni multiple. Mentre l’Onu tenta di rilanciare il proprio ruolo di mediatore globale, le principali potenze sembrano muoversi su binari paralleli, spesso divergenti. La settimana che si è aperta al Palazzo di Vetro promette di essere una delle più dense degli ultimi anni, con un equilibrio internazionale che continua a oscillare tra diplomazia e conflitto.
