25 Ottobre 2026, domenica
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Il Paese corre, il governo guarda al Palazzo: dal caro carburanti alla sanità, l’attacco del Pd

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Mentre il prezzo del carburante torna a pesare con forza sui bilanci di famiglie e imprese, il Partito democratico prova a costruire un unico filo narrativo attorno alle principali emergenze del Paese: il costo della vita, la tenuta dei servizi pubblici, la sanità, il lavoro e la sicurezza dei territori. Un’agenda che, nelle parole dei suoi esponenti, dovrebbe avere la precedenza rispetto alle questioni istituzionali e alle riforme politiche che impegnano governo e maggioranza.

A mettere in cima alla lista il caro carburanti è Antonio Casella, coordinatore nazionale dei Circoli Pd Trasporti. Il punto di partenza sono i numeri del 7 ottobre: il prezzo medio nazionale del self service ha raggiunto 2,040 euro al litro per la benzina e 2,261 euro per il gasolio. In autostrada, il diesel arriva mediamente a 2,287 euro al litro.

Non si tratta, secondo Casella, soltanto di una voce di spesa per gli automobilisti. L’aumento del gasolio attraversa l’intera economia e finisce nei bilanci delle imprese di autotrasporto, ma anche in quelli degli enti locali. Regioni e Comuni devono infatti sostenere servizi come l’assistenza domiciliare, il trasporto sociale e gli scuolabus, attività nelle quali il carburante costituisce un costo difficilmente comprimibile.

La critica politica si concentra dunque sulla distanza tra le emergenze quotidiane e le priorità dell’esecutivo. Casella contesta in particolare la scelta di dedicare una parte significativa dell’agenda alla legge elettorale mentre, a suo giudizio, il Paese avrebbe bisogno di un intervento «serio, strutturale e immediato» sul costo dei carburanti.

Il tema, nella lettura del Pd, non è soltanto quello del prezzo alla pompa. È la capacità dello Stato di proteggere il potere d’acquisto, sostenere chi produce e impedire che l’aumento dei costi si trasformi in un ulteriore indebolimento dei servizi pubblici. «Il Paese reale non può aspettare», è la sintesi della posizione di Casella.

Università telematiche, il nodo della regolamentazione

Dai trasporti all’università, il Pd sposta il fuoco sulla relazione tra politica, interessi economici e regole del sistema accademico. Alfredo D’Attorre, responsabile Università e Ricerca della segreteria nazionale del partito, interviene dopo l’inchiesta della Procura di Napoli sul gruppo Multiversity, precisando anzitutto il necessario rispetto della presunzione di innocenza per tutti gli indagati.

La questione politica sollevata da D’Attorre riguarda però il peso che, secondo il Pd, alcune università telematiche private avrebbero acquisito nel dibattito pubblico e legislativo. Una capacità di condizionamento che, nella sua ricostruzione, si sarebbe accompagnata a rapporti stretti tra i proprietari di alcuni atenei e settori dell’attuale maggioranza.

Da qui l’accusa di una «deregulation» che avrebbe caratterizzato le scelte del governo Meloni. Nel mirino finisce anche il cosiddetto decreto Bandecchi, emanato dalla ministra Anna Maria Bernini, che secondo D’Attorre avrebbe dimezzato rispetto al precedente decreto Messa il numero di docenti richiesto agli atenei telematici per mantenere attivi i corsi di laurea.

Il Pd guarda inoltre al possibile ampliamento degli esami a distanza, invitando la ministra a non procedere con un ulteriore provvedimento in questa direzione. La proposta alternativa indicata da D’Attorre è una regolamentazione più rigorosa delle università telematiche, accompagnata da un’inversione della politica di finanziamento dell’università pubblica e dalla revisione della riforma dei concorsi.

Sul fondo resta una questione più ampia: quale modello di università vuole il Paese e quale equilibrio deve esistere tra sistema pubblico e operatori privati. Per il Pd, il tema si intreccia direttamente con la qualità della ricerca, la formazione e la capacità delle istituzioni accademiche di restare sottratte a logiche di potere e convenienza politica.

Campi Flegrei, i sindaci a Roma chiedono di essere ascoltati

Sul territorio il dossier più delicato riguarda invece i Campi Flegrei. Sandro Ruotolo, componente della segreteria del Pd, prende posizione alla vigilia dell’arrivo a Roma dei sindaci del territorio, annunciato insieme alle comunità che da mesi convivono con l’emergenza del bradisismo.

Qui la richiesta del Pd è soprattutto politica: ascoltare chi amministra quotidianamente i territori interessati e chi vive direttamente le conseguenze dell’emergenza.

Il governo si appresta a varare un nuovo provvedimento destinato, secondo Ruotolo, ad avere conseguenze rilevanti sulla vita di migliaia di persone, sulle abitazioni e sulle prospettive di sicurezza di un’intera area. Il precedente decreto, sostiene il dirigente dem, si è rivelato insufficiente.

La posizione del Pd è quindi che prima di approvare nuove misure l’esecutivo debba confrontarsi con i sindaci e con le comunità. Una richiesta che Ruotolo collega al diritto costituzionale di manifestare pacificamente, ma soprattutto al diritto dei cittadini di conoscere e comprendere le decisioni che incidono sul loro futuro.

Il punto, in questo caso, non è soltanto la gestione tecnica del rischio vulcanico. È il rapporto tra istituzioni centrali e territori in una situazione di emergenza prolungata. «C’è bisogno di dialogo tra governanti e governati», sostiene Ruotolo.

Caporalato, la catena dello sfruttamento non si ferma al caporale

Ancora più radicale è l’allarme sul lavoro agricolo e sul caporalato. L’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere sullo sfruttamento dei braccianti tra Villa Literno e Mondragone riporta Ruotolo a un luogo che appartiene anche alla memoria della sua esperienza politica e personale.

Il dirigente dem ricorda la «piazza degli schiavi» di Villa Literno, dove gli immigrati africani attendevano all’alba di essere scelti dai caporali per una giornata di lavoro. Evoca la figura di Jerry Masslo, sudafricano fuggito dall’apartheid e ucciso nel 1989, la cui morte rappresentò uno dei momenti di maggiore choc nella storia recente dello sfruttamento dei lavoratori migranti in Italia.

Quasi quarant’anni dopo, secondo Ruotolo, il problema non può essere considerato archiviato.

I dati evocati sono quelli di giornate lavorative fino a quattordici ore, sette giorni su sette, con compensi che possono arrivare a 80 centesimi a cassetta. Ma per il Pd la questione non può essere ridotta alla figura del caporale.

Il caporale, sostiene Ruotolo, è soltanto l’anello più visibile di una filiera nella quale entrano imprese, intermediari e committenti. Per questo la repressione dovrebbe seguire l’intera catena economica, rafforzando i controlli e colpendo chi trae profitto dal lavoro nero.

C’è poi il problema della possibilità per i lavoratori di denunciare senza subire il ricatto della clandestinità. Nel Casertano, osserva Ruotolo, lo sfruttamento si è intrecciato per decenni con l’economia illegale e con il potere dei clan, ma non è sufficiente attribuire tutto alla criminalità organizzata.

È proprio qui che si concentra la denuncia politica: lo sfruttamento può sopravvivere anche dentro l’economia legale quando la ricerca del profitto prevale sulla dignità del lavoro.

Sanità, il Pd punta sul 7,1 per cento del Pil

L’altro grande fronte è quello della sanità pubblica. Marian Sereni, responsabile Salute e sanità nella segreteria nazionale del Pd, interviene sul rapporto della Fondazione Gimbe 2026 e indica nel finanziamento del Servizio sanitario nazionale uno dei terreni decisivi dello scontro politico.

Secondo la lettura fornita da Sereni, l’Italia resta il Paese del G7 che investe meno nella sanità e si trova sempre più distante dalla media europea e OCSE. A questa situazione, sostiene, si aggiungono crescenti disuguaglianze sociali e territoriali e un aumento della povertà sanitaria, con 5,8 milioni di persone che rinunciano a prestazioni sanitarie.

La risposta proposta dal Pd passa dall’obiettivo di portare la spesa sanitaria al 7,1 per cento del Pil, indicato come livello della media europea. Non soltanto più risorse, però. Sereni lega l’incremento del finanziamento a una serie di riforme strutturali.

Il primo punto è il personale. Servirebbe un piano straordinario di assunzioni, insieme a retribuzioni adeguate, formazione, percorsi di carriera e incentivi per rendere attrattive le posizioni nelle aree più svantaggiate. A questo si aggiunge una diversa organizzazione del lavoro, capace di favorire la conciliazione tra vita professionale e personale.

Il secondo tema è il rapporto tra pubblico e privato. Le risorse aggiuntive, nella proposta del Pd, dovrebbero essere indirizzate al miglioramento delle strutture e dei servizi pubblici, mentre la programmazione nazionale e regionale dovrebbe partire dai bisogni sanitari delle comunità e definire su questa base il ruolo complementare del privato convenzionato.

La trasformazione demografica rende poi necessario ripensare il rapporto tra ospedale e territorio. Una popolazione più anziana, l’aumento delle cronicità e la crescita delle fragilità richiedono, secondo Sereni, maggiore prevenzione, assistenza di prossimità e integrazione tra servizi sanitari e sociali.

In questo quadro il Pd richiama l’attuazione del DM 77 e il funzionamento delle Case della Comunità, con il coinvolgimento dei medici di medicina generale e delle diverse professioni sanitarie e sociosanitarie in équipe multidisciplinari.

Un capitolo specifico riguarda infine la salute mentale, soprattutto tra adolescenti e giovani. Il principio indicato da Sereni è che l’accesso alle cure non possa dipendere né dal reddito né dal luogo di residenza.

Dalla benzina alla sanità, la stessa domanda

Carburanti, università, Campi Flegrei, caporalato e sanità sono dossier molto diversi tra loro. Nella strategia comunicativa del Pd, tuttavia, finiscono per comporre un’unica accusa: quella di una politica che dovrebbe tornare a misurarsi con le condizioni materiali delle persone.

Il prezzo del gasolio diventa così la fotografia della pressione sui bilanci familiari, aziendali e pubblici. L’università telematica diventa il terreno della battaglia sulle regole e sulla trasparenza. Il bradisismo rappresenta la distanza che può aprirsi tra decisioni centrali e comunità locali. Il caporalato riporta in primo piano la fragilità del lavoro e la persistenza di forme di sfruttamento che sembravano appartenere a un’altra epoca. La sanità, infine, mette in discussione la capacità dello Stato di garantire diritti essenziali in modo uniforme sul territorio nazionale.

È questa la cornice nella quale il Partito democratico colloca le proprie critiche al governo Meloni. Una cornice costruita attorno a una parola chiave: priorità.

La domanda posta dai dirigenti dem è se l’agenda politica debba concentrarsi anzitutto sulle riforme istituzionali oppure sulle emergenze che incidono ogni giorno sulla vita degli italiani. La risposta del Pd è netta: prima vengono il lavoro, il costo della vita, la salute, i servizi pubblici, la sicurezza dei territori e la dignità delle persone.

Una linea che punta a trasformare questioni apparentemente separate in un’unica fotografia del Paese: quella di un’Italia che chiede allo Stato di essere presente non soltanto quando si discutono le regole della politica, ma soprattutto quando aumentano i costi, si indeboliscono i servizi e le fragilità sociali diventano più difficili da ignorare.

Ericsson, call center e caro carburanti: il M5S attacca il governo. Appendino: «La Meloni non ha risolto nulla»

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Tre fronti diversi, una stessa accusa politica: il governo Meloni, secondo il Movimento 5 Stelle, starebbe affrontando le crisi occupazionali e l’aumento del costo dell’energia attraverso annunci e interventi episodici, senza riuscire a costruire una strategia capace di dare certezze ai lavoratori e alle famiglie. Dalla vertenza Ericsson alla crisi strutturale dei call center, fino alla nuova emergenza legata al prezzo dei carburanti, Chiara Appendino torna a puntare il dito contro l’esecutivo e invita la maggioranza a ridimensionare quella che definisce una narrazione eccessivamente trionfalistica.

Il caso Ericsson è il terreno sul quale lo scontro politico si fa più immediato. Nel corso dell’audizione dei sindacati in commissione Attività produttive, la deputata del Movimento 5 Stelle ha contestato la rappresentazione secondo cui l’intervento del governo avrebbe sostanzialmente chiuso la vertenza.

«I licenziamenti non sono stati ritirati, Meloni non ha risolto la situazione», sostiene Appendino, secondo la quale la vicenda deve essere considerata ancora nella sua fase iniziale. Il punto, spiega, non è soltanto scongiurare nell’immediato la perdita dei posti di lavoro, ma ottenere garanzie precise sulla permanenza dell’attività a Genova, sulla salvaguardia dei 131 lavoratori coinvolti e soprattutto sulla presentazione di un piano industriale credibile.

È questo, nella lettura del M5S, il nodo destinato a pesare maggiormente nei prossimi mesi. Senza un progetto industriale che chiarisca prospettive, investimenti e organizzazione del lavoro, il rischio è che una soluzione temporanea possa trasformarsi soltanto in un rinvio della crisi. «Quando arriveranno le garanzie sarò la prima a festeggiare», afferma Appendino, sottolineando però che «siamo all’inizio del percorso, non alla fine».

La parlamentare contesta anche il rischio che, dopo l’attenzione delle ultime ore, sulla vertenza cali rapidamente la pressione politica e mediatica. Un’eventualità che, secondo Appendino, sarebbe particolarmente pericolosa proprio nella fase in cui la trattativa entra nel vivo. La questione Ericsson diventa così, nelle parole della deputata, un caso emblematico del modo in cui il governo comunica la gestione delle crisi industriali: l’annuncio di un risultato non coincide necessariamente con la soluzione del problema.

La crisi dei call center e il tavolo che non parte

Il secondo fronte riguarda un settore che da anni attraversa una trasformazione profonda e che oggi deve fare i conti con la pressione sui costi, la precarizzazione delle attività e l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale.

Appendino, insieme ai deputati M5S Dario Carotenuto e Antonino Iaria, ha incontrato i rappresentanti di SLC Cgil, FISTel Cisl e UILFPL per discutere della situazione del comparto dei call center e delle conseguenze occupazionali che stanno interessando migliaia di lavoratrici e lavoratori.

Per il Movimento 5 Stelle, la crisi non può più essere affrontata esclusivamente attraverso interventi tampone. Il settore sta cambiando rapidamente e la diffusione dell’intelligenza artificiale rischia di accelerare una trasformazione che potrebbe rendere obsolete alcune mansioni, modificare profondamente altre professionalità e aumentare la pressione sulle imprese e sui lavoratori.

È proprio su questo punto che i pentastellati accusano il governo di essere in ritardo. Secondo Appendino, Carotenuto e Iaria, il confronto interministeriale tra ministero del Lavoro e ministero delle Imprese e del Made in Italy, richiesto da tempo dalle organizzazioni sindacali e dagli operatori del settore, non sarebbe ancora decollato.

«Malgrado la situazione si sia fatta sempre più difficile, fin qui l’inazione del governo Meloni è stata totale», sostengono i tre parlamentari, chiedendo ai ministri Marina Calderone e Adolfo Urso di convocare con urgenza il tavolo interministeriale.

La richiesta non riguarda soltanto la gestione dell’emergenza occupazionale. Il M5S insiste sulla necessità di costruire strumenti per accompagnare la trasformazione tecnologica del settore, a partire dalla formazione e dalla riqualificazione professionale.

Il tema degli ammortizzatori sociali resta centrale, ma viene considerato insufficiente se non accompagnato da politiche attive. La posizione del Movimento è che proteggere temporaneamente il reddito non possa rappresentare l’unica risposta davanti a una trasformazione tecnologica destinata a modificare il mercato del lavoro.

Per questo i parlamentari annunciano emendamenti alla prossima legge di Bilancio sia per il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali sia per sostenere percorsi di formazione e riqualificazione destinati ai lavoratori coinvolti.

La partita, dunque, non riguarda soltanto quanti posti di lavoro potranno essere salvati nell’immediato, ma quale modello occupazionale emergerà dalla trasformazione del settore. Ed è proprio l’assenza di una visione di medio periodo che il M5S individua come una delle principali lacune dell’azione dell’esecutivo.

Il fronte del caro carburanti

Sul terzo dossier il linguaggio di Appendino diventa ancora più politico. L’oggetto dello scontro è l’aumento dei prezzi dei carburanti, con il gasolio indicato dalla deputata a quota 2,25 euro al litro.

La critica investe direttamente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «Giorgia Meloni spera», attacca Appendino, riferendosi alle aspettative del governo su un possibile ritorno del price cap, sull’intervento delle compagnie energetiche e su una risposta europea alla nuova pressione sui prezzi.

Ma per la deputata la politica economica non può essere affidata alle aspettative. «La speranza non riempie i serbatoi e non paga le bollette», sostiene, collegando l’aumento dei carburanti al più generale problema della perdita di potere d’acquisto delle famiglie.

Il ragionamento del M5S parte infatti dalla pompa di benzina ma arriva rapidamente al bilancio delle famiglie e delle imprese. L’aumento del costo dei carburanti non colpisce soltanto chi utilizza l’auto quotidianamente. Incide sui costi della logistica, sul trasporto delle merci, sulle attività degli autotrasportatori, sui taxi e, più in generale, sui prezzi finali di beni e servizi.

Per questo Appendino individua nei carburanti uno dei termometri più immediati della pressione economica che grava sui cittadini. Se aumentano i costi energetici, l’effetto tende infatti a propagarsi lungo l’intera catena economica, dai trasporti alla produzione fino ai consumi.

La deputata contesta inoltre le scelte di bilancio del governo, sostenendo che l’esecutivo abbia deciso di destinare ulteriori risorse alle spese militari, mentre non avrebbe adottato misure sufficientemente incisive per contenere il costo dell’energia.

Nel mirino finiscono anche gli extraprofitti delle grandi società energetiche e il gettito fiscale legato all’aumento dei prezzi. Secondo la parlamentare, lo Stato rischia di beneficiare indirettamente dell’incremento dell’Iva determinato dall’aumento del prezzo dei carburanti, mentre famiglie e imprese sostengono il peso dell’emergenza.

Da qui la richiesta di introdurre nuovamente un price cap, misura che il Movimento 5 Stelle considera uno degli strumenti necessari per contenere gli effetti delle oscillazioni dei mercati energetici.

Tre emergenze, una sola linea politica

Ericsson, call center e carburanti appartengono a dossier differenti, ma nella strategia comunicativa del Movimento 5 Stelle vengono ricondotti a un’unica critica: l’idea che il governo intervenga soprattutto quando l’emergenza è già esplosa, senza anticipare le trasformazioni che stanno modificando il sistema industriale, il mercato del lavoro e il costo della vita.

La vertenza Ericsson rappresenta, in questa prospettiva, la dimensione industriale del problema. La crisi dei call center quella occupazionale e tecnologica. Il caro carburanti, invece, quella che riguarda direttamente il potere d’acquisto e la competitività delle attività economiche.

Il filo conduttore è la richiesta di una politica che non si limiti a tamponare le emergenze, ma costruisca strumenti permanenti. Nel caso Ericsson significa ottenere un piano industriale e garanzie sull’occupazione. Per i call center significa affrontare la trasformazione tecnologica attraverso ammortizzatori e formazione. Sul fronte energetico significa intervenire sul prezzo dell’energia e sui meccanismi che ne trasferiscono gli aumenti sulle famiglie e sulle imprese.

La sfida politica per il governo, dunque, non si esaurisce nella capacità di annunciare un accordo o di contenere temporaneamente una crisi. È soprattutto la capacità di garantire che, qualche mese più avanti, la stessa emergenza non si ripresenti con numeri ancora più pesanti.

È questo il punto sul quale Appendino concentra il suo messaggio: non basta evitare oggi il licenziamento se domani l’azienda non avrà un progetto industriale; non basta prorogare un ammortizzatore se il lavoratore non viene accompagnato verso le nuove competenze; non basta chiedere pazienza ai cittadini se il prezzo dell’energia continua a erodere salari e pensioni.

«Ogni giorno che passa si rischia la perdita di ulteriori posti di lavoro», affermano Appendino, Carotenuto e Iaria parlando del comparto dei call center. E la conclusione è un’accusa politica rivolta direttamente ai ministri competenti: Calderone e Urso, sostengono i parlamentari, devono «uscire dal letargo» e aprire finalmente il confronto con le parti sociali.

Il messaggio del Movimento 5 Stelle è quindi netto: sulle crisi industriali, sul lavoro e sul costo dell’energia non è ancora il momento di dichiarare vittoria. La partita, secondo i pentastellati, resta aperta. E proprio le prossime settimane diranno se gli annunci politici si tradurranno in garanzie concrete per i lavoratori e in misure capaci di incidere davvero sul costo della vita.

Francia, chiusa la piattaforma delle immagini intime rubate: oltre 17mila vittime nel mondo

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Migliaia di donne trasformate in profili da catalogare, immagini intime sottratte alla loro volontà e poi confezionate in pacchetti da mettere in vendita online. È lo scenario ricostruito dagli investigatori francesi attorno a NudeLeaksTeens, una piattaforma il cui stesso nome richiamava esplicitamente la diffusione di immagini intime di adolescenti e che, secondo la procura di Parigi, avrebbe raccolto e commercializzato materiale rubato a oltre 17mila donne in tutto il mondo. Tra le vittime ci sarebbero anche minorenni.

L’operazione che ha portato alla chiusura della piattaforma è stata condotta in collaborazione tra autorità francesi e statunitensi. Nelle ultime ore, nel nord della Francia, sono stati arrestati due fratelli di 21 e 25 anni, indicati dagli investigatori come i presunti amministratori del sistema. Sarà ora l’inchiesta a stabilire quale fosse il loro effettivo ruolo e come fosse organizzata la rete che alimentava i siti.

La vicenda è particolarmente grave non soltanto per il numero delle possibili vittime, ma anche per la natura dei contenuti e per il meccanismo attraverso il quale, secondo gli investigatori, sarebbero stati raccolti, classificati e messi a disposizione degli utenti.

Un mercato costruito sulle immagini rubate

L’indagine francese è coordinata dalla sezione della procura di Parigi specializzata nella lotta alla criminalità informatica e affidata, per gli aspetti tecnici, all’unità informatica della Gendarmeria nazionale.

Al centro degli accertamenti ci sono tre diversi siti web che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, facevano capo alla piattaforma. Il modello era quello di un vero e proprio mercato clandestino di materiale intimo. I contenuti non sarebbero stati prodotti dagli stessi gestori, ma raccolti attraverso una serie di canali criminali differenti e successivamente organizzati per essere venduti agli utenti.

Tra le fonti individuate dagli investigatori figurano la pirateria degli account sui social network, il grooming, cioè l’adescamento online di minori da parte di adulti, e il revenge porn, vale a dire la diffusione non consensuale di immagini o video intimi, spesso come forma di ritorsione nei confronti di una persona.

È proprio questa pluralità di fonti a rendere particolarmente inquietante il quadro delineato dalla procura. Le immagini potevano essere ottenute attraverso un attacco informatico, sottratte nel contesto di una relazione o di una manipolazione online, oppure diffuse originariamente da qualcuno che ne era entrato in possesso e poi raccolte e rilanciate all’interno della piattaforma.

Una volta acquisite, secondo l’accusa, le immagini entravano in un circuito nel quale la privacy delle vittime diventava una merce.

Le vittime trasformate in schede

Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta riguarda il modo in cui le persone coinvolte sarebbero state catalogate.

Gli utenti della piattaforma, ha spiegato la procura di Parigi, venivano incentivati economicamente a fornire informazioni identificative sulle vittime. Non si trattava dunque soltanto di condividere immagini: ogni persona poteva essere associata a una sorta di scheda personale.

Le vittime sarebbero state registrate con il vero nome e classificate in base a elementi come età, luogo di residenza e professione. A questo si aggiungeva persino una valutazione dell’aspetto fisico, espressa attraverso un punteggio da uno a dieci.

Un sistema che, se confermato dall’inchiesta, mostra una dimensione ulteriore rispetto alla semplice sottrazione e diffusione di fotografie. L’immagine intima diventava infatti il punto di partenza per costruire un archivio di persone identificabili, con informazioni sufficienti a renderle riconoscibili anche al di fuori del mondo digitale.

È uno degli elementi che spiegano la particolare attenzione degli investigatori non soltanto alla provenienza dei contenuti, ma anche alle modalità di gestione della piattaforma e ai rapporti economici che si sviluppavano al suo interno.

Anche minorenni tra le possibili vittime

Il capitolo più delicato dell’indagine riguarda la possibile presenza di minorenni tra le persone coinvolte.

La procura francese ha indicato tra le ipotesi di reato anche la detenzione e la diffusione, nell’ambito di un’associazione per delinquere, di immagini pornografiche di minori. Si tratta di un profilo che potrebbe avere conseguenze particolarmente pesanti per gli indagati e che conferma la gravità attribuita dagli investigatori al materiale circolato sulla piattaforma.

Le vittime, secondo quanto emerso finora, sarebbero di diverse nazionalità. Il dato dei 17mila soggetti riguarda quindi un fenomeno che avrebbe superato ampiamente i confini francesi, sfruttando la natura globale della rete e la possibilità di trasferire rapidamente contenuti, denaro e informazioni da un Paese all’altro.

Il denaro delle criptovalute

L’operazione non si è limitata alla chiusura dei siti. Le autorità hanno seguito anche la componente finanziaria dell’attività.

Durante le perquisizioni effettuate nell’abitazione dei due fratelli arrestati, gli investigatori hanno sequestrato circa 700mila euro in criptovalute. Tra gli asset individuati figurano Bitcoin, Litecoin, USDT ed Ethereum.

La presenza di una somma di questa entità rappresenta un elemento importante per gli investigatori, perché potrebbe contribuire a ricostruire il volume degli affari generato dalla piattaforma e i rapporti economici tra amministratori, fornitori di materiale e utenti.

L’utilizzo delle criptovalute, inoltre, si inserisce in un modello già osservato in numerose attività criminali online, dove gli strumenti finanziari digitali possono essere utilizzati per trasferire rapidamente fondi oltre confine. Il sequestro dovrà ora essere analizzato per ricostruire i movimenti finanziari e gli eventuali collegamenti con altri soggetti.

Un’inchiesta che attraversa i confini

La collaborazione tra Francia e Stati Uniti è un altro tassello centrale dell’operazione. La natura internazionale della piattaforma e la provenienza delle presunte vittime rende infatti particolarmente complessa un’indagine di questo tipo.

Quando il materiale illecito viene distribuito attraverso server, account e infrastrutture collocate in Paesi differenti, anche l’identificazione dei responsabili richiede un coordinamento tra autorità giudiziarie e forze di polizia di diverse nazioni.

Per gli investigatori francesi, il lavoro adesso prosegue sulla base dei dispositivi e dei dati sequestrati. L’obiettivo sarà ricostruire la struttura della piattaforma, individuare eventuali altri amministratori o collaboratori e verificare la provenienza dei contenuti.

Resta inoltre da accertare l’esatta dimensione della rete e soprattutto il numero effettivo delle persone che abbiano contribuito alla raccolta, alla classificazione e alla commercializzazione del materiale.

La chiusura di NudeLeaksTeens segna dunque un passaggio importante, ma non necessariamente la fine dell’indagine. Dietro i numeri dell’inchiesta ci sono migliaia di persone la cui vita privata sarebbe stata trasformata in materiale commerciabile senza il loro consenso. E, se le accuse troveranno conferma, anche ragazze e ragazzi minorenni sarebbero finiti dentro un mercato costruito sulla violazione della loro intimità.

Il caso francese mostra ancora una volta come la criminalità digitale non si limiti più al furto di dati o alle frodi informatiche. Le nuove piattaforme clandestine possono trasformare la violazione della sfera privata in un’attività organizzata, capace di generare denaro e di raggiungere vittime in ogni parte del mondo. In questo caso, l’elemento più inquietante è forse proprio la sistematicità: non immagini disperse nella rete, ma persone identificate, classificate e messe a disposizione di un mercato.

Barbara Spinelli, una vita nel segno dell’Europa e del giornalismo

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È morta Barbara Spinelli, giornalista, intellettuale ed ex europarlamentare. La notizia della scomparsa è stata resa nota da fonti del Parlamento europeo a Strasburgo, chiudendo il percorso di una figura che per decenni ha intrecciato giornalismo, cultura politica e impegno europeista.

Figlia di Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann, Barbara Spinelli apparteneva a una delle famiglie simbolo della storia dell’integrazione europea. Un’eredità importante, ma che nel corso della sua vita non si è mai tradotta semplicemente in una continuità dinastica. Spinelli ha costruito una propria identità intellettuale attraverso il giornalismo, la riflessione politica e una costante attenzione alle trasformazioni dell’Europa e della società contemporanea.

La sua esperienza professionale si è sviluppata soprattutto nel mondo dell’informazione e dell’analisi politica. Una carriera lunga, segnata dalla capacità di intervenire nel dibattito pubblico con posizioni spesso nette e non riconducibili facilmente agli schieramenti tradizionali. Il suo sguardo sull’Europa era quello di chi considerava l’integrazione continentale non soltanto un progetto istituzionale, ma una questione politica e culturale destinata a incidere profondamente sul futuro delle democrazie occidentali.

Nel 2014 arrivò anche l’ingresso diretto nelle istituzioni europee. Eletta al Parlamento europeo, Spinelli rimase a Strasburgo fino al 2019. L’esperienza nell’Eurocamera rappresentò un passaggio significativo di una vicenda pubblica fino ad allora vissuta soprattutto attraverso gli strumenti del giornalismo e dell’elaborazione culturale.

La sua presenza a Bruxelles e Strasburgo si collocò nell’area della sinistra europea, ma con un rapporto mai scontato con le appartenenze politiche. Anche in Parlamento continuò a mantenere quella postura critica che aveva caratterizzato il suo lavoro giornalistico, interrogandosi sui limiti dell’Unione, sulle sue contraddizioni e sulla distanza crescente tra le istituzioni comunitarie e una parte dell’opinione pubblica.

L’Europa, del resto, era al centro della sua storia personale prima ancora che della sua attività professionale. Suo padre, Altiero Spinelli, è stato uno dei protagonisti più importanti del processo di costruzione europea. Il Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 insieme a Ernesto Rossi e con il contributo di Eugenio Colorni, è diventato uno dei testi fondativi del federalismo europeo. Sua madre, Ursula Hirschmann, fu a sua volta una figura di rilievo dell’antifascismo e dell’europeismo, impegnata nella costruzione di una prospettiva politica sovranazionale in un’epoca nella quale l’idea di un’Europa unita appariva ancora lontana.

Barbara Spinelli è dunque cresciuta dentro una delle grandi questioni politiche del Novecento, quella della costruzione di un’Europa capace di superare nazionalismi e conflitti. Ma il rapporto con quella eredità è stato tutt’altro che passivo. Nel corso degli anni ha sviluppato una propria lettura dei processi europei, spesso mettendo in discussione le scelte delle istituzioni comunitarie e le conseguenze delle politiche adottate dagli Stati membri.

Il giornalismo è rimasto il principale strumento attraverso il quale ha espresso questa posizione. Scrittura e intervento pubblico le hanno consentito di seguire da vicino le trasformazioni della politica italiana ed europea, dalle grandi questioni dell’integrazione comunitaria alle crisi che hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini e istituzioni.

La sua voce si è distinta per una certa insofferenza verso le semplificazioni. Spinelli ha attraversato stagioni politiche profondamente diverse senza rinunciare a un approccio analitico e spesso severo. Il suo europeismo non coincideva con un’adesione acritica all’Unione così come si è sviluppata nel corso dei decenni. Al contrario, proprio l’idea di Europa rappresentava per lei un terreno permanente di confronto, nel quale misurare la distanza tra i principi originari del progetto comunitario e le sue concrete realizzazioni.

L’ingresso nel Parlamento europeo arrivò in un momento particolarmente delicato. Nel 2014 l’Unione usciva dalla lunga crisi economica e finanziaria e si confrontava con tensioni politiche sempre più evidenti. Negli anni successivi sarebbero arrivati la crisi migratoria, la crescita dei movimenti populisti e sovranisti, il referendum sulla Brexit e una progressiva ridefinizione degli equilibri politici continentali.

Fu in quel contesto che Spinelli portò nell’Eurocamera il proprio bagaglio di giornalista e osservatrice della politica. L’esperienza parlamentare si concluse nel 2019, ma il rapporto con il dibattito europeo non venne meno.

La sua figura resta legata soprattutto alla capacità di tenere insieme due dimensioni che nella vita pubblica contemporanea tendono spesso a separarsi: il lavoro dell’informazione e l’impegno politico. Spinelli ha sperimentato entrambe le strade, senza che l’una cancellasse l’altra. Il giornalismo le aveva dato gli strumenti per leggere la politica; l’esperienza parlamentare le aveva consentito di misurarsi direttamente con i meccanismi delle istituzioni che per anni aveva osservato dall’esterno.

La sua scomparsa lascia così un vuoto nel giornalismo italiano e nel campo della cultura europeista. Ma lascia anche una traccia più ampia, quella di una protagonista che ha attraversato una parte significativa della storia politica del continente portando con sé un’eredità familiare straordinaria e, allo stesso tempo, la necessità di confrontarsi criticamente con essa.

Per Barbara Spinelli l’Europa non è mai stata soltanto una geografia politica. È stata una domanda aperta, un progetto incompiuto e, soprattutto, un terreno sul quale misurare la capacità della politica di guardare oltre i confini nazionali. Una questione rimasta centrale nel suo lavoro fino all’esperienza parlamentare e oltre.

La notizia della sua morte, arrivata da Strasburgo, assume per questo un significato particolare. È proprio nel cuore delle istituzioni europee che viene ricordata una giornalista che all’Europa ha dedicato una parte importante della propria vita e del proprio pensiero.

Se l’algoritmo decide chi è libero

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A cura di Gilberto Borzini

Dovremo scegliere tra Comodità e Libertà: tra la comodità dei dispositivi elettronici che “semplificano” la vita e la Libertà dal condizionamento e dal controllo esercitato dagli stessi dispositivi.

Il caso del giudice europeo a cui sono stati bloccati gli account e i conti correnti online a causa di provvedimenti ritenuti “terroristici” dagli algoritmi dell’AI statunitense impongono una riflessione che va al di là delle simpatie per l’operato individuale dei giudici o degli attivisti o di chiccessia. Il vero elemento di inquietudine è che la nostra libertà, vera o presunta che sia, viene definita e regolamentata da strumenti tecnologici perfettamente estranei alla competenza politica che possono decidere del nostro destino in base ad una parola letta, o meglio interpretata male, dall’algoritmo di turno.

Il fatto è che tutti i nostri dispositivi sono resi “utili” dai rispettivi software operativi che vengono concessi “in licenza” ai fruitori, rimanendo così di indiscussa proprietà dei rispettivi costruttori, i quali possono disporre del funzionamento, dell’attivazione o della disattivazione rispettando esclusivamente propri parametri decisionali, anche quando quei parametri cozzano con il buonsenso o con il dettato normativo di interi continenti come quello europeo.

Un baratro normativo

Negli scorsi anni nel saggio “Transumanesimo e Metaverso” osservavo come non vi fosse alcuna normativa nazionale o europea in grado di definire i limiti dell’azione del metaverso o la responsabilità giuridica rispetto ad eventuali danni prodotti dallo stesso, o meglio dall’esposizione prolungata al Metaverso, sulla psiche individuale. Che io sappia negli ultimi due o tre anni nulla è cambiato e se per caso un giovane finisce preda della sindrome di Hikikomori, purtroppo molto più diffusa di quanto non si creda, le problematiche psicologiche ricadono tuttora in capo alla famiglia del danneggiato come se l’ambiente dell’esistenza parallela e sociopatica offerta dal Metaverso non fosse in alcun modo responsabile del disagio psichico.

Fatto sta che chi produce software e applicazioni sembra vivere in un mondo parallelo in cui non valgono le leggi degli Stati ma solamente le disposizioni e le regole affermate dai costruttori: un universo parallelo in cui l’accettazione delle regole deve necessariamente coincidere con un’omologazione comportamentale che si fa beffe dei normali criteri della libertà individuale di pensiero e di parola costituzionalmente affermati.

Così il mondo virtuale assume autonomia normativa fino a trasformarsi in una sorta di “impero digitale” che si pretende superiore rispetto alle normative consolidate nel mondo reale, che si manifesta come “intoccabile” pena l’esilio dal proprio mondo per chi osa protestare, la “bannazione” temporanea o eterna, la sottrazione di account, la cessazione di siti web, la chiusura di conti correnti, la scomparsa di relazioni, il blocco degli accessi alla rete.

Tutto questo mentre gli stessi proprietari di software, ovvero di sistemi, fanno dei nostri dati personali il più ampio commercio utile alle profilazioni pubblicitarie, alle targettizzazioni dei contenutiin vista di ricche campagne promozionali.

Siamo di fronte ad un contesto in cui i cornuti, gli utilizzatori dei sistemi, sostengono e premiano chi gli mette le corna, i fornitori di sistemi, diffondendo e rinforzando con l’utilizzo la forza (e l’arroganza) dei sistemi stessi.

Davanti a questo paradosso l’intero entourage legislativo, in Europa, in Italia e forse ovunque,  appare oltremodo silenzioso, forse obbligato al silenzio da forze sovranazionali che sfuggono alle normali regole commerciali.

Cosa resta della Libertà

Da sempre la Libertà è un puro concetto, una sorta di idealità più metafisica che pratica, e il Libero Arbitrio che alla Libertà rimanda è oggetto di secolari dibattiti e confabulazioni. Nel ventennio iniziale di questo secolo il concetto di libertà è passato dalla Partecipazione di impronta gaberiana al consumo di marca neoliberista: siamo liberi di consumare, e saremmo anche liberi di manifestare la nostra volontà di partecipazione alle scelte politiche nazionali se non fosse che quando proviamo a farlo c’è sempre qualche armato in piazza pronto a bastonarci. Se solo il “consenso” può manifestare è lecito domandarsi di quale Libertà disponiamo.

Ma consumare ci piace, ci piace sempre di più al punto da fare la fila per impossessarci del nuovissimo modello di “controllore personale” disponibile sul mercato, un pratico oggetto da tasca che sa sempre dove siamo, con chi parliamo, di cosa parliamo, che gusti abbiamo, cosa immaginiamo, dove stiamo andando e a fare cosa, con cui ci fotografiamo e filmiamo, i cui dispositivi integrati consentono o impediscono l’accesso alle nostre stesse risorse, con un nuovissimo concetto di Libertà che corrisponde all’obbedienza alle disposizioni del controllore elettronico da taschino o da borsetta, disponibile anche in versione pieghevole.

Optiamo allora, come cavie da laboratorio, a favore della comodità e a scapito della libertà così come nel recente passato abbiamo sacrificato la libertà in nome di un vago concetto di sicurezza, come se la libertà fosse ormai un peso, un onere gravoso, una materia troppo complicata e impegnativa per farcene carico.

E portiamo in tasca il nostro nemico, il nostro controllore personale.

Alta velocità, i lavoratori egiziani davanti alla Prefettura: «Ora diritti e continuità occupazionale»

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La partita sull’Alta velocità passa anche per i diritti di chi, ogni giorno, lavora nei cantieri. È su questo terreno che domani, giovedì 8 ottobre, si concentrerà la mobilitazione promossa dalla Fillea CGIL Salerno, che alle 15 porterà davanti alla Prefettura, in piazza Amendola, i lavoratori egiziani impegnati nei cantieri dell’Alta velocità.

Il presidio si terrà mentre all’interno del Palazzo di Governo è previsto l’incontro tra la Prefettura, il sindacato e l’azienda appaltante Xenia, convocato dopo la richiesta avanzata dalla Fillea CGIL per affrontare una situazione che, secondo quanto denunciato dall’organizzazione sindacale, presenta criticità sul piano delle condizioni di lavoro e della tutela occupazionale.

Al centro del confronto c’è una richiesta precisa: dare piena attuazione al protocollo di legalità e alle disposizioni che prevedono la salvaguardia dei livelli occupazionali. Per il sindacato non si tratta soltanto di garantire la prosecuzione di un rapporto di lavoro, ma di assicurare che la realizzazione di una delle più importanti infrastrutture ferroviarie in corso nel Paese proceda senza lasciare ai margini proprio le persone che contribuiscono materialmente alla sua costruzione.

La questione assume un peso particolare per i lavoratori egiziani coinvolti nella vicenda, che la Fillea CGIL considera esposti a una condizione di particolare fragilità. Il sindacato ha denunciato condizioni che ritiene riconducibili a forme di sfruttamento e chiede che, accanto alla tutela della continuità lavorativa, venga garantito il pieno riconoscimento dei diritti contrattuali e delle condizioni di dignità previste dalla legge.

La convocazione in Prefettura viene accolta positivamente dalla Fillea CGIL, che tuttavia considera l’incontro soltanto un primo passaggio. L’obiettivo dichiarato è arrivare a impegni concreti e verificabili, evitando che la vertenza si traduca nell’interruzione dei rapporti di lavoro o nell’uscita dal cantiere di lavoratori che, secondo il sindacato, devono invece essere tutelati nell’ambito delle regole previste dal protocollo di legalità.

«Esprimiamo soddisfazione per la sollecitudine con cui la Prefettura ha accolto la nostra richiesta e convocato l’incontro», afferma Vito Grieco, segretario generale della Fillea CGIL Salerno. Ma, aggiunge, «ora occorrono risposte concrete».

La richiesta del sindacato è netta: «Chiediamo l’applicazione del protocollo di legalità e il rispetto delle disposizioni a tutela dei livelli occupazionali». Per Grieco, il punto non è soltanto occupazionale. «Questi lavoratori non possono essere lasciati soli: devono poter continuare a lavorare in quel cantiere, con il pieno riconoscimento dei loro diritti e in condizioni dignitose».

È proprio la continuità del lavoro a rappresentare uno dei nodi più delicati della vertenza. La Fillea CGIL chiede che le garanzie previste dagli strumenti di legalità e dalle intese applicabili ai grandi cantieri vengano concretamente rispettate, impedendo che eventuali passaggi organizzativi o contrattuali finiscano per scaricare sui lavoratori il costo delle trasformazioni nei rapporti tra imprese.

La mobilitazione di domani assume così un significato che va oltre la singola vertenza. Nei grandi cantieri infrastrutturali, osserva il sindacato, il rispetto delle regole sul lavoro costituisce una componente essenziale della stessa idea di legalità che dovrebbe accompagnare la realizzazione delle opere pubbliche. Il tema non riguarda quindi soltanto il mantenimento di alcuni posti di lavoro, ma la capacità della filiera degli appalti di garantire trasparenza, diritti e condizioni dignitose a chi opera al suo interno.

Il presidio davanti alla Prefettura servirà anche a tenere alta l’attenzione sulla vicenda nel momento in cui le istituzioni sono chiamate a confrontarsi con l’impresa. La Fillea CGIL fa sapere che, in assenza di risposte ritenute adeguate e del riconoscimento dei diritti rivendicati, non sono escluse ulteriori iniziative di mobilitazione.

La linea del sindacato, dunque, è quella del confronto istituzionale, ma senza rinunciare alla pressione dei lavoratori. La richiesta che arriverà domani in piazza Amendola è semplice quanto decisiva: chi sta contribuendo alla costruzione dell’Alta velocità deve poter continuare a farlo, con un lavoro regolare, tutelato e dignitoso.

Dal raduno social al caos, il Comune di Vicenza denuncia il TikToker: «Danno d’immagine alla città»

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Il raduno era nato sullo schermo di uno smartphone. In poche ore si è trasformato in una presenza fisica capace di portare centinaia di giovani nelle strade di Vicenza e, soprattutto, di lasciare dietro di sé una scia di tensione, inseguimenti, violenza e danneggiamenti. È su questa trasformazione, dal mondo virtuale a quello reale, che ora si concentra anche l’iniziativa del Comune.

Palazzo Trissino ha infatti dato mandato all’Avvocatura comunale di procedere nei confronti di Hamza Messaf, conosciuto sui social come “Ilvucumpra”, in relazione al raduno convocato attraverso le piattaforme social nella giornata di sabato 3 ottobre, a Campo Marzo, e agli episodi che successivamente hanno interessato l’area di viale Roma e il Park Verdi.

La contestazione del Comune non riguarda soltanto ciò che è accaduto materialmente. C’è un secondo livello, meno visibile ma ritenuto altrettanto importante dall’amministrazione: quello dell’immagine della città. Un’immagine che, secondo Palazzo Trissino, può essere danneggiata anche quando non viene colpito direttamente il patrimonio pubblico.

Il sindaco Giacomo Possamai lo mette in chiaro: «Le regole valgono per tutti». Anche quando un appuntamento nasce spontaneamente sui social, anche quando a promuoverlo è una persona con un seguito molto ampio e anche quando, nel giro di poche ore, l’iniziativa riesce a mobilitare centinaia di ragazzi.

«Non ci sono persone che, per la loro notorietà o per il numero dei loro follower, possono considerarsi al di sopra delle regole», sottolinea il sindaco. Da qui la scelta di non limitarsi alla gestione dell’emergenza o alla ricostruzione di quanto accaduto, ma di intraprendere un’azione formale.

«Non possiamo limitarci a registrare quello che è accaduto e poi voltare pagina», aggiunge Possamai. «Quando una situazione produce conseguenze sulla città e sulla sua immagine, le istituzioni devono assumersi la responsabilità di intervenire».

Il doppio fronte del danno

C’è una precisazione importante nella ricostruzione fornita dal Comune. Nessun bene di proprietà comunale è stato danneggiato. I danneggiamenti materiali hanno riguardato invece il Park Verdi, struttura gestita da Magis Smart.

Palazzo Trissino ha già preso contatto con la società, affinché proceda con la denuncia e con la richiesta di risarcimento nei confronti dei responsabili.

Il Comune, dunque, distingue nettamente due piani. Da una parte c’è il danno materiale, che dovrà essere quantificato e risarcito da chi verrà individuato come responsabile. Dall’altra c’è quello che l’amministrazione considera un danno alla reputazione della città.

«Non ci sono stati danni al patrimonio comunale. Ma questo non significa che quanto accaduto sia meno grave», osserva Possamai. «I danni materiali vanno risarciti e chi li ha provocati deve essere individuato e deve risponderne. Ma c’è un altro danno, che riguarda direttamente la città: il danno all’immagine di Vicenza».

È proprio questo secondo profilo a spingere il Comune verso l’azione legale.

La questione, nella lettura dell’amministrazione, non è quindi soltanto quella di stabilire quanto sia costato un atto vandalico o chi debba pagare per un bene danneggiato. Il punto è anche comprendere che cosa accade quando un appuntamento lanciato sui social assume, nel giro di pochissimo tempo, le dimensioni di un evento di massa.

Quando il social diventa una piazza

È qui che il caso vicentino assume una dimensione che va oltre la singola giornata e oltre la cronaca locale.

Per organizzare un raduno non servono più necessariamente manifesti, comunicati, autorizzazioni, associazioni o una macchina organizzativa tradizionale. Può bastare un profilo seguito da migliaia di persone, un messaggio, un video, un invito condiviso rapidamente.

La piazza, in questo caso, viene prima costruita virtualmente e poi occupata fisicamente.

«L’appuntamento di sabato non era una normale manifestazione, né una festa di piazza organizzata secondo le modalità con cui tradizionalmente vengono programmati gli eventi cittadini», osserva Possamai. Era, nella definizione del sindaco, «un raduno di massa convocato attraverso i social», capace di richiamare in poche ore centinaia di giovanissimi, anche da altre zone del Veneto.

È un modello di mobilitazione che mette le istituzioni davanti a una difficoltà nuova: la velocità.

La capacità di un contenuto di raggiungere contemporaneamente migliaia di persone rende infatti molto più breve il tempo a disposizione per capire che cosa stia accadendo, valutare i rischi e organizzare una risposta. La velocità della rete e quella della macchina pubblica non sempre procedono allo stesso ritmo.

«Oggi una persona attraverso i social può convocare in poche ore centinaia, e in alcuni casi migliaia, di ragazzi in una città», sottolinea il sindaco. «È una capacità di mobilitazione che fino a pochi anni fa non esisteva in questa forma».

Per Possamai, dunque, sarebbe un errore leggere quanto avvenuto a Vicenza come un episodio completamente isolato. Negli ultimi anni, osserva il sindaco, fenomeni legati a grandi raduni spontanei, mobilitazioni nate sulle piattaforme social e appuntamenti organizzati rapidamente attraverso la rete si sono verificati in diverse città italiane.

La domanda che emerge è allora più ampia di quella relativa al singolo raduno: come devono attrezzarsi le istituzioni quando la rete è in grado di trasformare un invito digitale in una concentrazione improvvisa di persone nello spazio pubblico?

La ricerca dei responsabili

Parallelamente alla decisione del Comune, resta naturalmente centrale l’individuazione dei responsabili degli episodi di violenza e danneggiamento.

Il sindaco ha avuto interlocuzioni con Prefettura e Questura, chiedendo che venga fatto tutto il possibile per individuare chi abbia commesso i fatti e perché si proceda con la necessaria fermezza.

La posizione di Palazzo Trissino è netta: la responsabilità non può essere diluita nella dimensione collettiva del raduno.

«Chi rompe, chi aggredisce, chi danneggia deve essere individuato e deve rispondere di quello che ha fatto», afferma Possamai. «Questo vale per chiunque».

Ma il sindaco allarga anche il ragionamento a chi organizza o promuove iniziative di questo tipo.

«Vale per chi partecipa a un raduno e vale per chi lo organizza e lo promuove», sostiene.

È su questo terreno che si colloca la decisione del Comune di procedere legalmente. Non soltanto, nelle parole del sindaco, come strumento giudiziario, ma anche come segnale politico e istituzionale.

«Non è soltanto una scelta legale. È una scelta di responsabilità», spiega Possamai. «Quando un fenomeno produce conseguenze sulla città, le istituzioni non possono limitarsi a commentarlo».

La questione dell’ordine pubblico

Il caso apre inevitabilmente anche un capitolo sulle competenze e sugli strumenti a disposizione delle istituzioni.

Il Comune può intervenire per quanto rientra nelle proprie prerogative. Ma la gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica resta una competenza dello Stato. Ed è proprio su questo punto che Possamai chiede un salto di qualità.

«Lo Stato deve mettere Prefetture e Questure nelle condizioni di poter affrontare questi fenomeni con strumenti adeguati e con una reale capacità di intervento», afferma.

Il problema, secondo il sindaco, è che le modalità attraverso cui oggi si aggregano grandi gruppi di persone sono cambiate molto più rapidamente rispetto agli strumenti tradizionali di prevenzione.

Un appuntamento può nascere, crescere e raggiungere centinaia di persone nel tempo necessario a far circolare un contenuto sulle piattaforme. E in mezzo possono esserci anche molti minorenni.

Da qui la richiesta di «capacità di monitoraggio, prevenzione, coordinamento e intervento adeguate alla nuova realtà».

Il messaggio di Possamai è rivolto anche a evitare che il confronto tra istituzioni si trasformi in una disputa sulle responsabilità.

«Su questo non devono esserci divisioni tra istituzioni», dice. «Il Comune farà la propria parte, ma l’ordine pubblico è una competenza dello Stato».

La richiesta, quindi, è che ogni livello istituzionale possa intervenire con strumenti proporzionati alla rapidità con cui questi fenomeni si sviluppano.

«Quello che è successo a Vicenza può succedere in qualunque altra città italiana», avverte il sindaco. «Sarebbe un errore aspettare il prossimo episodio prima di affrontare il problema».

«Vicenza è una città aperta»

Nella parte finale del suo intervento, Possamai sente anche la necessità di separare nettamente il caso del raduno dal rapporto complessivo della città con chi arriva da fuori.

Vicenza, ribadisce il sindaco, vuole continuare a essere una città aperta.

«Chi viene per divertirsi è il benvenuto. Chi viene per vivere la città è il benvenuto. Chi viene per studiare, lavorare, incontrarsi e stare insieme è il benvenuto».

Il limite, secondo l’amministrazione, viene superato quando il comportamento individuale o collettivo mette a rischio altre persone o il patrimonio.

«Chi viene per aggredire, danneggiare o mettere in pericolo altre persone deve sapere che troverà una risposta ferma», dice Possamai.

È una distinzione che il Comune considera essenziale anche per evitare che un episodio di questo tipo finisca per alimentare una lettura generalizzata del fenomeno.

Il tema, nelle parole del sindaco, non è chi partecipa a un evento nato sui social, né il fatto che giovani provenienti da altre città scelgano Vicenza come luogo di incontro. Il punto è il rispetto delle regole e la capacità delle istituzioni di intervenire quando queste vengono violate.

Sabato, secondo Palazzo Trissino, si è manifestato con particolare evidenza un fenomeno destinato a diventare sempre più rilevante: la distanza tra l’apparente informalità di un appuntamento digitale e le conseguenze concrete che può produrre nello spazio pubblico.

Un invito pubblicato online può sembrare soltanto un contenuto tra migliaia. Ma quando centinaia di persone decidono di seguirlo, quel contenuto smette di essere soltanto virtuale. Diventa una piazza, un assembramento, un problema di sicurezza, una responsabilità.

E proprio su questa linea di confine, tra libertà della rete e responsabilità nella vita reale, si giocherà anche il seguito della vicenda vicentina.

«Il Comune ha scelto di fare la propria parte», conclude Possamai. «Lo facciamo tutelando il nome della nostra città e agendo legalmente nei confronti di chi riteniamo responsabile del danno arrecato alla sua immagine».

La partita, però, non riguarda soltanto Vicenza. Riguarda un modo nuovo di convocare persone, occupare spazi e trasformare la popolarità digitale in capacità di mobilitazione reale. Un fenomeno che corre alla velocità dei social e che, proprio per questo, impone alle istituzioni di interrogarsi su regole, prevenzione e responsabilità prima che sia il prossimo raduno a imporre loro di farlo.

Tre anni dopo il 7 ottobre, Israele si ferma: il dolore delle famiglie e il conto ancora aperto con lo Stato

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Tre anni dopo, il tempo in Israele sembra essersi fermato alle 6.29 del 7 ottobre 2023. È quell’ora, impressa nella memoria collettiva del Paese, che questa mattina ha scandito il momento più solenne della commemorazione. Nel luogo in cui tre anni fa la musica del festival Nova venne improvvisamente spezzata dagli spari, i familiari delle vittime hanno chinato il capo e osservato un minuto di silenzio. Intorno a loro, le fotografie di chi non è più tornato a casa, i fiori deposti davanti ai ritratti, il paesaggio del sud di Israele trasformato ancora una volta in uno spazio della memoria.

Alle 6.29 ora locale, le 5.29 in Italia, non sono servite parole. È bastato il silenzio per riportare indietro l’orologio a quella mattina di tre anni fa, quando l’assalto guidato da Hamas contro le comunità israeliane lungo il confine con la Striscia di Gaza provocò il più grave attacco mai subito da Israele nella sua storia recente e aprì una guerra destinata a cambiare profondamente il Medio Oriente.

Al Nova Music Festival, nel deserto, l’attacco arrivò mentre migliaia di giovani partecipavano a una festa. I miliziani entrarono nell’area utilizzando anche veicoli e parapendii, mentre la folla cercava disperatamente una via di fuga. Le immagini di quei momenti, le testimonianze dei sopravvissuti e i volti delle vittime sono diventati negli anni parte di una memoria nazionale che continua a essere segnata non soltanto dal lutto, ma anche dalle domande rimaste senza risposta.

La memoria alle 6.29

La scelta dell’orario non è simbolica soltanto perché coincide con l’inizio dell’attacco. È diventata una sorta di punto zero della memoria israeliana. Alle 6.29 si interrompe la normalità e comincia la giornata che avrebbe aperto una nuova fase della storia del Paese.

Anche il presidente Isaac Herzog ha voluto ricordare quel momento. Nella sua residenza ufficiale, insieme alla moglie, ha acceso una candela alle 6.29 e ha diffuso successivamente il video sui social. «Sono passati tre anni da quella terribile mattina. Tre anni di dolore, di lutto e di un ricordo che non svanirà mai», ha scritto Herzog, invitando a chinare il capo in memoria degli uomini e delle donne uccisi.

La fiamma della candela, nelle parole e nei gesti della giornata, diventa così il contrappunto alle immagini del 7 ottobre: il fuoco dei razzi, gli incendi, le automobili date alle fiamme, il fumo che si alzava dalle comunità colpite. Una memoria privata che si sovrappone a quella nazionale e che, tre anni dopo, resta tutt’altro che pacificata.

Il dolore non cancella le domande

Per le famiglie delle vittime, infatti, commemorare non significa soltanto ricordare. Significa anche chiedere conto di ciò che accadde prima che Hamas riuscisse a oltrepassare il confine, penetrare nel territorio israeliano e colpire comunità e obiettivi militari per ore.

È questo il punto sul quale il lutto si trasforma in una domanda politica e istituzionale. I familiari chiedono da tempo una commissione d’inchiesta indipendente che ricostruisca le decisioni assunte prima dell’attacco, analizzi le informazioni disponibili e individui le responsabilità lungo l’intera catena politica, militare e di sicurezza.

Il Consiglio di ottobre, che riunisce sopravvissuti e familiari delle vittime, ha invitato a osservare un ulteriore minuto di silenzio a mezzogiorno, sottolineando che il Paese non deve limitarsi a ricordare chi è stato ucciso, ma deve anche interrogarsi sulle condizioni che resero possibile il disastro.

È una richiesta che attraversa trasversalmente la società israeliana, ma che assume un peso particolare nel giorno della commemorazione. Dopo tre anni, il dolore resta personale, mentre la domanda sulle responsabilità riguarda l’intero Stato.

Le famiglie sostengono di avere raccolto testimonianze, documenti e atti ufficiali e di avere incontrato esponenti politici e dei vertici della sicurezza. Il loro obiettivo è arrivare a un’indagine nazionale che non si limiti alla ricostruzione operativa dell’attacco, ma risalga lungo tutta la catena decisionale.

Il principio, spiegano, non è quello della vendetta e neppure quello di una resa dei conti politica. È la ricerca della verità. Una distinzione importante, soprattutto in un Paese che da tre anni vive dentro una guerra, un conflitto politico interno e una ferita collettiva ancora aperta.

«A tre anni dal massacro, lo Stato di Israele ha ancora un debito con le famiglie», ha affermato il Consiglio di ottobre. E quel debito, secondo i familiari, ha un nome preciso: la verità.

Dalla commemorazione alla protesta

Il 7 ottobre israeliano non è dunque soltanto una giornata di memoria. È anche una giornata nella quale riaffiorano le fratture politiche e sociali che attraversano il Paese.

Nel centro di Israele, un gruppo di manifestanti antigovernativi ha bloccato per alcuni minuti l’autostrada Ayalon per osservare il minuto di silenzio dedicato alle vittime. A Tel Aviv, l’acqua dell’iconica fontana di Kikar Dizengoff è stata tinta di rosso. Un gesto volutamente forte, pensato per sottrarre la commemorazione a una dimensione esclusivamente istituzionale e riportare nello spazio pubblico il tema delle responsabilità.

Ancora più esplicita la protesta comparsa sulla spiaggia di Tel Aviv. Mille e duecento figure umane sono state disposte sulla sabbia per rappresentare le vittime degli attacchi del 7 ottobre. Accanto alle sagome, grandi lettere ebraiche compongono un messaggio destinato a essere letto come un atto d’accusa: «Fallimento totale».

È il lato più politico di una giornata che il Paese avrebbe voluto forse consegnare soltanto al raccoglimento. Ma in Israele le due dimensioni sono ormai inseparabili. Ricordare i morti significa inevitabilmente interrogarsi su ciò che accadde prima della loro morte e su ciò che lo Stato avrebbe potuto fare per impedirlo.

Il Nova, simbolo di una ferita nazionale

Tra tutti i luoghi colpiti quel 7 ottobre, il sito del Nova Music Festival è diventato uno dei simboli più riconoscibili della tragedia.

La festa, pensata come uno spazio di musica e libertà nel deserto, si trasformò in poche ore in una scena di morte. I partecipanti cercarono di fuggire, si nascosero nei campi, nelle automobili, lungo le strade secondarie. Per molti di loro non ci fu una via di fuga.

Tre anni dopo, davanti alle fotografie delle vittime, il contrasto resta quasi intatto. Da una parte i volti giovani, le vite interrotte, i progetti rimasti sospesi. Dall’altra il luogo reale nel quale quelle vite sono state spezzate. Il rito della commemorazione serve anche a ricomporre questa distanza, a restituire alle vittime un’identità individuale oltre il numero complessivo dei morti.

Per le famiglie, infatti, non esistono cifre. Esistono figli, figlie, fratelli, sorelle, compagni, genitori, amici. Esistono fotografie che continuano a essere mostrate e nomi che vengono pronunciati perché non vengano assorbiti dalla dimensione anonima della tragedia.

Tre anni che hanno cambiato Israele

Il 7 ottobre 2023 non ha soltanto segnato la più sanguinosa giornata della storia recente di Israele. Ha modificato il rapporto del Paese con la propria sicurezza, ha aperto una guerra devastante nella Striscia di Gaza e ha prodotto conseguenze regionali e internazionali che continuano a farsi sentire.

Ma per chi oggi torna nei luoghi degli attacchi, la geopolitica rimane sullo sfondo. In primo piano ci sono le assenze.

Il minuto di silenzio delle 6.29 contiene proprio questa contraddizione. Da una parte c’è una nazione che ricorda una giornata diventata spartiacque della propria storia. Dall’altra ci sono famiglie che continuano a vivere una tragedia profondamente privata e che chiedono allo Stato di spiegare perché sia stato possibile arrivare a quel punto.

Per questo la commemorazione non si esaurisce nei fiori, nelle fotografie o nelle candele. Il silenzio, quest’anno come negli anni precedenti, è accompagnato da una domanda che resta rumorosamente aperta: come è stato possibile?

È una domanda che non riguarda soltanto ciò che accadde alle 6.29 del 7 ottobre. Riguarda soprattutto ciò che avvenne nelle ore, nei giorni e nei mesi precedenti. Le informazioni disponibili, le valutazioni dell’intelligence, le decisioni politiche e militari, la gestione del confine, gli allarmi eventualmente sottovalutati.

Per le famiglie, finché quella domanda non avrà una risposta attraverso un’indagine considerata credibile e indipendente, il 7 ottobre non potrà essere soltanto una pagina della storia da commemorare. Rimarrà una ferita ancora aperta.

Alle 6.29, nel luogo dove tre anni fa la musica si fermò, Israele ha scelto ancora una volta il silenzio. Ma dentro quel silenzio, insieme al ricordo dei morti, c’è una richiesta precisa: conoscere la verità su ciò che accadde prima che tutto cominciasse.

La super‑talpa che scuote Berlino: l’ex capo del BND arrestato per spionaggio e tradimento

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Arresto eccellente in Germania: l’uomo che guidò l’intelligence estera per sette anni è ora accusato di averla tradita

Per dodici anni August Hanning, figura di primissimo piano nella storia recente della sicurezza tedesca, avrebbe trasformato la sua esperienza ai vertici del Bundesnachrichtendienst in una piattaforma privata di informazioni riservate. Non semplici analisi, ma materiale classificato proveniente direttamente dagli archivi interni del servizio segreto estero. Documenti che, secondo la procura federale, sarebbero stati utilizzati per consulenze rivolte a clienti privati e perfino a strutture di intelligence straniere.

L’arresto dell’ex direttore del BND, avvenuto martedì mattina, ha scosso Berlino come un fulmine in un cielo già carico di tensioni geopolitiche. Hanning, oggi ottantenne, è accusato di spionaggio e tentato tradimento. Una vicenda che rischia di diventare uno dei casi più gravi di compromissione della sicurezza nazionale dalla fine della Guerra Fredda.

Il flusso di documenti segreti e il ruolo della talpa interna

Secondo gli inquirenti, il canale attraverso cui Hanning avrebbe ottenuto oltre duemila documenti classificati è Manfred D., storico funzionario del BND e suo ex responsabile d’ufficio. Un uomo che, per posizione e fiducia acquisita, aveva accesso diretto ai dossier più sensibili dell’agenzia, compresi quelli destinati alla Cancelleria federale.

La collaborazione tra i due sarebbe iniziata nella primavera del 2010. Da allora, secondo la ricostruzione della procura, Manfred D. avrebbe garantito un flusso costante di informazioni interne in cambio di denaro. Una dinamica che si sarebbe protratta fino al pensionamento del funzionario, avvenuto nel marzo 2026. Per questo, anche lui è ora accusato di favoreggiamento nel tentativo di tradimento e spionaggio a favore di una potenza straniera.

L’ombra dell’Azerbaigian e le consulenze riservate

Il materiale ottenuto illegalmente sarebbe stato impiegato da Hanning nell’attività di consulenza avviata dopo l’uscita dal BND e la successiva esperienza politica al ministero dell’Interno. Alcuni documenti, secondo gli investigatori, sarebbero confluiti in una valutazione destinata a un dipendente di un servizio di intelligence estero. Le ricostruzioni della stampa tedesca indicano l’Azerbaigian come possibile destinatario.

Il legame tra Hanning e Baku non è nuovo: l’ex capo dell’intelligence figura tra i membri del consiglio del German Azerbaijan Forum, un organismo che promuove relazioni politiche ed economiche con il Paese caucasico. Gli inquirenti parlano anche di un “intenso scambio” con un altro membro di un servizio segreto straniero, al quale Hanning avrebbe fornito informazioni politiche per diversi anni.

Un terremoto politico nel momento più delicato

Lo scandalo esplode mentre il governo guidato da Friedrich Merz sta per attribuire al BND nuovi poteri operativi per contrastare le attività ostili di Mosca. L’agenzia dovrebbe ottenere maggiore autonomia nelle operazioni informatiche offensive, nel sabotaggio e nello spionaggio all’estero. L’arresto di Hanning rischia di rallentare o complicare questo processo, alimentando dubbi sulla capacità del servizio di proteggere le proprie informazioni interne.

Una lunga storia di infiltrazioni

Il caso Hanning non è un episodio isolato. L’intelligence tedesca ha una tradizione complessa di vulnerabilità e infiltrazioni che, negli anni, ha minato la fiducia dei partner occidentali. Secondo Politico, alcune agenzie alleate sono spesso riluttanti a condividere informazioni sensibili con Berlino proprio per il timore di fughe interne.

Nel 2022, l’ex capo dipartimento del BND Carsten L. è stato arrestato con l’accusa di spionaggio a favore della Russia. Il processo è ancora in corso e l’imputato continua a dichiararsi innocente. Ma l’episodio, insieme al nuovo scandalo, alimenta la percezione di un servizio segreto esposto a rischi strutturali.

Un caso che segna un prima e un dopo

L’arresto di August Hanning non è soltanto la caduta di un nome storico dell’intelligence tedesca. È il simbolo di una fragilità che attraversa l’intero sistema di sicurezza nazionale. La Germania si trova ora a dover ricostruire fiducia, credibilità e procedure interne proprio nel momento in cui la competizione tra potenze e la guerra informativa richiedono strutture impeccabili.

Il processo dirà se Hanning ha davvero tradito il Paese che per anni ha servito ai massimi livelli. Ma il danno politico e istituzionale è già evidente. Berlino dovrà affrontarlo con lucidità, consapevole che la sicurezza, oggi più che mai, passa anche dalla capacità di proteggersi dall’interno.

Cisgiordania, operazioni dell’Idf nella notte: arresti e interrogatori in diverse località

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Il quadro resta in evoluzione e le informazioni provenienti dalle diverse parti non coincidono sempre nei dettagli. Il Times of Israel ha riferito dell’avvio di una serie di operazioni dell’Idf nella Cisgiordania, mentre l’agenzia palestinese WAFA ha documentato in particolare le incursioni condotte nella zona a nord-ovest di Gerusalemme.

Uno dei punti interessati è Beit Duqqu, villaggio situato a nord-ovest di Gerusalemme. Secondo WAFA, nelle prime ore di mercoledì le forze israeliane sono entrate nel centro abitato, dispiegandosi in diversi quartieri e facendo irruzione in numerose abitazioni. Alcuni residenti sarebbero stati arrestati e sottoposti a interrogatori direttamente sul posto. Le forze militari avrebbero inoltre imposto un cordone attorno al villaggio, limitando gli spostamenti in entrata e in uscita.

L’operazione, secondo la stessa agenzia palestinese, non si sarebbe limitata a Beit Duqqu. Raid e arresti sono stati segnalati anche in altre località del quadrante nord-occidentale di Gerusalemme, tra cui Beit Anan e Qatanna. A Biddu, inoltre, le forze israeliane avrebbero circondato l’area attorno all’abitazione di Qadri Samara, costringendo alcune persone a lasciare temporaneamente le proprie case. WAFA riferisce anche dell’impiego di mezzi militari per intervenire sull’edificio.

Il ricorso a operazioni notturne e a campagne di arresti nei centri abitati della Cisgiordania rappresenta una modalità ormai ricorrente delle attività di sicurezza israeliane nel territorio. Da parte israeliana, queste incursioni vengono generalmente presentate come operazioni mirate contro persone ritenute coinvolte in attività armate, nella preparazione di attentati o nella propaganda considerata favorevole alle organizzazioni terroristiche. Nei giorni scorsi l’Idf ha, per esempio, annunciato l’arresto a Nablus di due persone descritte dai militari come trafficanti di armi destinati a rifornire soggetti intenzionati a colpire civili e forze di sicurezza israeliane.

Sul versante palestinese, invece, le incursioni vengono descritte come parte di una più ampia campagna di raid e arresti che coinvolge con frequenza villaggi e città della Cisgiordania. WAFA ha riferito negli ultimi giorni di numerosi fermi effettuati in diverse aree e di controlli ai posti di blocco, in un contesto nel quale le operazioni militari incidono direttamente anche sulla libertà di movimento della popolazione.

La situazione sul terreno si inserisce in una fase particolarmente tesa. La Cisgiordania continua infatti a essere attraversata da una combinazione di operazioni militari israeliane, arresti, violenze tra palestinesi e coloni e restrizioni alla mobilità. Negli ultimi giorni si sono registrati anche episodi di violenza contro agricoltori palestinesi impegnati nella raccolta delle olive e contro giornalisti impegnati a documentare gli scontri.

Proprio l’area di Gerusalemme nord-occidentale appare interessata da una crescente pressione operativa. Le informazioni diffuse da WAFA descrivono una serie di incursioni ravvicinate nel tempo, con l’impiego di forze militari in più villaggi e il ricorso a interrogatori sul campo. Non è tuttavia possibile stabilire, sulla base delle informazioni disponibili, un bilancio complessivo e definitivo degli arresti effettuati nell’intera Cisgiordania durante la notte.

Il dato centrale resta dunque quello di una nuova estesa operazione israeliana nel territorio palestinese, condotta in più punti contemporaneamente. A Beit Duqqu, le immagini e le testimonianze riportate dalle fonti palestinesi restituiscono soprattutto la dimensione locale dell’intervento: abitazioni perquisite, residenti fermati, interrogatori e un villaggio sottoposto a un controllo militare che ha limitato temporaneamente gli spostamenti.

Le autorità israeliane collocano queste attività nella cornice delle operazioni antiterrorismo e della ricerca di persone considerate una minaccia per la sicurezza. Le autorità palestinesi denunciano invece l’impatto delle incursioni sulla popolazione civile e sulle comunità interessate. Due letture che descrivono lo stesso terreno operativo da prospettive profondamente differenti e che, in assenza di un bilancio indipendente completo, rendono necessario mantenere distinti i fatti accertati dalle dichiarazioni delle parti.

La nuova ondata di raid conferma comunque quanto la Cisgiordania rimanga uno dei principali fronti di tensione del conflitto mediorientale. Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sui grandi teatri di guerra della regione, nelle città e nei villaggi della Cisgiordania la pressione militare prosegue attraverso operazioni locali, arresti e controlli, alimentando un quadro di instabilità che resta lontano da una soluzione.