25 Ottobre 2026, domenica
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La maggioranza supera il voto segreto: la riforma elettorale diventa legge

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La riforma della legge elettorale supera l’ultimo passaggio alla Camera e diventa legge. L’Aula di Montecitorio ha approvato il provvedimento con 227 voti favorevoli e 164 contrari, chiudendo un iter parlamentare segnato da modifiche, ripensamenti e dal passaggio particolarmente delicato del voto segreto. La maggioranza ha retto anche in questa fase, confermando i numeri necessari per portare a compimento una riforma destinata a incidere sulle prossime elezioni politiche.

Il voto di Montecitorio rappresenta il terzo passaggio parlamentare dopo le modifiche introdotte dal Senato. Il testo torna dunque alla Camera in una versione diversa rispetto a quella uscita dal primo esame dei deputati, soprattutto su due punti destinati a incidere concretamente sulla competizione elettorale: l’introduzione delle preferenze, mantenendo i capilista bloccati, e l’innalzamento della soglia delle firme richieste alle forze politiche che non hanno rappresentanza parlamentare.

È proprio la partita sulle preferenze ad avere accompagnato gran parte del percorso della riforma. A luglio, infatti, Montecitorio aveva bocciato l’emendamento che ne prevedeva l’introduzione. Il Senato ha successivamente modificato l’impianto, inserendo nel testo la possibilità per gli elettori di esprimere la propria scelta sui candidati, mentre resta il meccanismo dei capilista bloccati. Una soluzione che interviene quindi sulla modalità di selezione degli eletti senza cancellare completamente la componente di scelta affidata ai partiti attraverso la definizione delle liste.

Il secondo elemento riguarda invece l’accesso alla competizione elettorale. Per le forze politiche che non sono già presenti in Parlamento viene aumentato il numero delle firme necessarie per poter presentare le proprie liste. È una modifica che tocca direttamente le condizioni di ingresso nella competizione e che, di conseguenza, assume un peso particolare per i partiti e i movimenti privi di una rappresentanza parlamentare.

Il passaggio più delicato

Ma il dato politico della giornata non è soltanto nei numeri della votazione finale. Il passaggio più osservato è stato quello del voto segreto, una modalità che, per sua natura, sottrae il comportamento del singolo parlamentare alla verifica pubblica e può rendere più incerto l’esito di un provvedimento sostenuto dalla maggioranza.

Il risultato, in questo caso, non ha prodotto sorprese in grado di modificare il percorso della riforma. La maggioranza ha tenuto e il provvedimento ha superato anche questo snodo. Il voto segreto, tuttavia, ha rappresentato un banco di prova significativo perché ha consentito di verificare la tenuta parlamentare della coalizione in una fase nella quale la legge elettorale, per il suo stesso contenuto, assume inevitabilmente un rilievo che va oltre il normale confronto tra maggioranza e opposizione.

La legge elettorale, del resto, non è una riforma come le altre. Stabilisce le regole attraverso cui il consenso raccolto nelle urne viene trasformato in rappresentanza parlamentare. Per questo ogni modifica alle modalità di candidatura, alla scelta degli eletti e ai requisiti per partecipare alla competizione finisce per incidere sugli equilibri della futura contesa politica.

Dalle Camere alle urne

Con l’approvazione definitiva si chiude dunque il percorso parlamentare del provvedimento. Il testo arrivato alla Camera dopo le modifiche del Senato ha trovato i numeri per il via libera conclusivo, mettendo fine a un iter nel quale uno degli elementi centrali è stato proprio il confronto sulla possibilità per gli elettori di incidere sulla scelta dei candidati attraverso le preferenze.

L’impianto che entra in vigore combina così due meccanismi differenti: da una parte la permanenza dei capilista bloccati, dall’altra l’introduzione delle preferenze. Ne deriva un sistema nel quale una parte delle candidature resta determinata a monte dalle forze politiche, mentre per gli altri candidati interviene la scelta degli elettori.

È questo il punto sul quale si concentrerà ora l’attenzione del dibattito politico. La legge non si limita infatti a ridisegnare una procedura parlamentare, ma stabilisce le regole con cui partiti, candidati ed elettori si confronteranno nella prossima competizione elettorale.

Il voto finale di Montecitorio consegna intanto un dato netto: 227 deputati hanno votato a favore, 164 contro. La riforma supera così l’ultimo ostacolo parlamentare e passa dalla dimensione delle trattative tra i partiti a quella, molto più concreta, dell’applicazione delle nuove regole.

Torino, tensione al corteo pro Palestina: la polizia usa l’idrante dopo il lancio di oggetti

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La serata di tensione a Torino si è sviluppata lungo il percorso di un corteo pro Palestina partito dal Campus Einaudi, dove si era appena concluso un incontro dedicato alla situazione in Medio Oriente organizzato dal coordinamento Torino per Gaza. Una manifestazione che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto proseguire per le strade della città e che invece ha incontrato più volte gli sbarramenti predisposti dalle forze dell’ordine.

In testa al corteo campeggiava lo striscione con la scritta “Contro ogni genocidio. Contro ogni guerra. Ora e sempre Resistenza”. Secondo quanto riferito, al momento della partenza il gruppo era composto da circa 200 persone.

Il primo stop è arrivato in corso Farini, dove il passaggio dei manifestanti è stato impedito dalla polizia. Di fronte allo sbarramento, il corteo ha modificato il proprio itinerario, invertendo la direzione e tornando verso lungo Dora Siena. Una scelta che non ha però consentito alla manifestazione di proseguire: anche lungo quel tratto le forze dell’ordine hanno predisposto un nuovo blocco, fermando nuovamente il corteo.

È a quel punto che la situazione è rimasta a lungo in una fase di stallo. Per circa un’ora manifestanti e forze dell’ordine sono rimasti contrapposti, con il corteo impossibilitato a proseguire lungo il percorso individuato.

La tensione è poi salita quando, secondo quanto riferito, sono stati lanciati alcuni oggetti contro gli agenti, insieme a una torcia da segnalazione. La risposta delle forze dell’ordine è arrivata con l’impiego dell’idrante, utilizzato per contenere la situazione e impedire ulteriori iniziative contro lo sbarramento.

Il momento di maggiore tensione si è dunque consumato dopo una lunga fase di fronteggiamento, quando il corteo era già stato costretto per due volte a interrompere il proprio percorso. Non si è trattato quindi di un unico episodio isolato, ma di una serata caratterizzata da una progressiva contrapposizione tra il gruppo di manifestanti e il dispositivo di sicurezza schierato lungo le strade interessate dalla protesta.

Con il passare delle ore, il corteo ha iniziato a perdere consistenza fino a sciogliersi. Gli organizzatori hanno quindi rilanciato la mobilitazione indicando come prossimo appuntamento il corteo regionale di sabato 10 ottobre.

La manifestazione torinese si era inserita nel programma delle iniziative promosse dal coordinamento Torino per Gaza e aveva preso forma proprio al termine dell’incontro organizzato al Campus Einaudi. Un passaggio dall’assemblea alla piazza che, nel corso della serata, ha assunto i contorni di un confronto sempre più teso con il dispositivo delle forze dell’ordine.

Al centro della protesta, come sintetizzato dallo striscione di apertura, i temi della guerra, della situazione palestinese e della richiesta di mobilitazione contro i conflitti. Il corteo, partito con circa 200 partecipanti, si è concluso dopo gli stop imposti lungo il percorso e l’intervento dell’idrante seguito al lancio di oggetti e di una torcia da segnalazione.

Ora l’attenzione degli organizzatori si sposta sul prossimo appuntamento regionale, fissato per sabato 10 ottobre, mentre la serata torinese lascia alle spalle una sequenza di blocchi, cambi di percorso e momenti di tensione culminati nell’intervento delle forze dell’ordine.

Iran, il Pentagono prepara il nuovo fronte: gli Usa pronti a colpire Teheran anche prima delle Midterm

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La domanda non sembra più essere se lo scontro tra Stati Uniti e Iran possa riaccendersi, ma quando. A Washington il calendario militare torna infatti a intrecciarsi con quello politico e, secondo le indiscrezioni raccolte da Axios, il Pentagono avrebbe già impartito al Comando centrale degli Stati Uniti, il Centcom, l’ordine di completare i preparativi necessari per una possibile ripresa delle operazioni militari su larga scala contro Teheran.

Non significa che la Casa Bianca abbia deciso di premere il grilletto. Donald Trump, secondo le stesse ricostruzioni, non avrebbe ancora autorizzato una nuova campagna di attacchi né fissato una data. Ma il fatto che il dispositivo militare americano venga preparato per ogni eventualità rappresenta un segnale politico e strategico tutt’altro che secondario. La macchina bellica deve essere pronta prima che arrivi una decisione presidenziale, soprattutto quando la finestra operativa potrebbe essere relativamente stretta.

Le fonti statunitensi e israeliane citate da Axios non escludono infatti che una nuova offensiva possa cominciare già prima delle elezioni di metà mandato americane, le Midterm di novembre. Uno scenario considerato possibile, sebbene non quello ritenuto più probabile. E c’è un’ulteriore variabile temporale: l’eventuale apertura delle ostilità potrebbe precedere anche le elezioni israeliane del 27 ottobre.

È proprio questa sovrapposizione di calendari a rendere la situazione particolarmente esplosiva. Da una parte ci sono gli obiettivi militari di Washington e la necessità di mantenere la pressione su Teheran. Dall’altra ci sono due appuntamenti elettorali capaci di modificare rapidamente il costo politico di qualsiasi decisione.

L’ordine al Centcom e una guerra ancora senza data

La direttiva del Pentagono, secondo le informazioni riportate da Axios, non fisserebbe una data per l’inizio delle operazioni. Il suo significato sarebbe piuttosto quello di predisporre le forze americane affinché possano intervenire rapidamente nel momento in cui il presidente dovesse impartire l’ordine.

È una distinzione importante. Preparare un’operazione non equivale a decidere di eseguirla, ma riduce drasticamente i tempi necessari per passare dalla decisione all’azione. In una crisi internazionale, questa differenza può diventare decisiva.

Il possibile elenco degli obiettivi indica inoltre che non si tratterebbe necessariamente di una semplice azione dimostrativa. Le fonti parlano di infrastrutture energetiche, siti strategici e impianti legati al programma nucleare iraniano. Una campagna di questo tipo avrebbe inevitabilmente conseguenze molto più ampie della sola dimensione militare.

Colpire le infrastrutture energetiche iraniane significherebbe infatti intervenire su uno dei nervi scoperti dell’economia di Teheran. Attaccare gli impianti nucleari significherebbe invece affrontare direttamente il dossier che da anni rappresenta uno dei principali punti di frizione tra l’Iran, gli Stati Uniti e Israele.

Il rischio è che una simile combinazione di obiettivi renda molto difficile mantenere l’operazione entro confini rigidamente controllati. Ogni attacco contro il comparto energetico può produrre ripercussioni sui mercati. Ogni attacco contro le infrastrutture nucleari può provocare una risposta iraniana. E ogni risposta può trascinare nella crisi altri attori regionali.

Il vero bersaglio della pressione americana

La strategia di Washington sembra poggiare su una convinzione precisa: l’Iran sarebbe oggi in una condizione di vulnerabilità molto maggiore rispetto al passato.

Un funzionario del Pentagono, citato da Axios, ha descritto gli Stati Uniti come in una posizione di “grande forza”, sottolineando il controllo americano dello Stretto di Hormuz e la crescente pressione sull’economia iraniana. Il messaggio è chiaro: Washington ritiene di avere ancora un margine di manovra significativo e di poter scegliere tra due strade, la trattativa oppure un’ulteriore escalation militare.

È la logica sintetizzata nella formula riferita dalla fonte americana: Teheran potrebbe scegliere la strada “facile”, cioè negoziare, oppure quella “difficile”, affrontando una nuova fase del conflitto.

Ma dietro questa apparente alternativa c’è un problema strategico. La pressione militare può creare le condizioni per una trattativa, ma può anche produrre l’effetto opposto. Un Iran messo alle strette potrebbe decidere di rispondere proprio sui punti nei quali conserva capacità di deterrenza, utilizzando strumenti militari e politici asimmetrici.

La questione centrale, dunque, non è soltanto quanto Washington sia in grado di colpire, ma quanto sia in grado di controllare ciò che accadrà dopo.

Lo Stretto di Hormuz, la variabile che può cambiare tutto

Tra gli elementi citati dal funzionario americano c’è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più delicati del pianeta. Il suo peso va ben oltre la geografia regionale: qualsiasi instabilità prolungata nell’area può avere conseguenze immediate sui mercati energetici internazionali.

È qui che la crisi iraniana incrocia direttamente la politica interna americana.

Un nuovo conflitto potrebbe infatti provocare un aumento dei prezzi del petrolio, con effetti a cascata sui carburanti, sui costi di trasporto e, più in generale, sull’inflazione. Per un’amministrazione americana alla vigilia delle Midterm, sarebbe una variabile tutt’altro che trascurabile.

Il paradosso per Trump è evidente. Una nuova operazione militare potrebbe essere presentata come la dimostrazione della forza americana e della capacità della Casa Bianca di imporre condizioni a Teheran. Ma se l’escalation dovesse tradursi in un’impennata del prezzo dell’energia, il vantaggio strategico potrebbe trasformarsi in un problema politico interno.

Ed è probabilmente anche per questo che il calendario conta così tanto.

La variabile Trump: colpire prima o aspettare?

Le elezioni di metà mandato rappresentano uno degli elementi che rendono particolarmente complessa la scelta presidenziale.

Una guerra nelle settimane immediatamente precedenti il voto potrebbe monopolizzare il dibattito politico americano. Trump potrebbe tentare di trasformare la crisi in una prova di leadership, sostenendo di aver riportato gli Stati Uniti in una posizione di forza. Gli avversari, al contrario, potrebbero accusare la Casa Bianca di aver aperto un nuovo fronte proprio mentre il Paese si prepara a votare.

Il rischio maggiore per l’amministrazione sarebbe però quello di perdere il controllo della dinamica degli eventi. Una guerra può essere iniziata scegliendo il momento ritenuto più favorevole, ma non può essere necessariamente conclusa secondo lo stesso calendario.

Da questo punto di vista, la possibilità di un attacco prima delle Midterm appare meno come una scelta già presa e più come una carta che Washington vuole mantenere sul tavolo.

Trump avrebbe così la possibilità di esercitare pressione senza necessariamente utilizzare subito la forza. Il messaggio a Teheran sarebbe che gli Stati Uniti sono pronti. Il messaggio agli alleati sarebbe che Washington mantiene l’iniziativa. Il messaggio al mercato sarebbe invece molto più difficile da controllare.

Israele osserva e aspetta

A complicare ulteriormente il quadro c’è Israele. Le fonti citate da Axios collocano le possibili operazioni americane anche in prossimità delle elezioni israeliane del 27 ottobre.

La coincidenza temporale non è irrilevante. Per Gerusalemme, il dossier iraniano rappresenta da anni una questione di sicurezza nazionale e il programma nucleare di Teheran resta uno dei principali fattori strategici dell’intera regione.

Una nuova offensiva americana contro l’Iran avrebbe quindi conseguenze dirette anche sul calcolo strategico israeliano. Al tempo stesso, qualsiasi iniziativa israeliana potrebbe condizionare la posizione americana, soprattutto se dovesse innescare una risposta iraniana di ampia portata.

Il rischio è quello di una spirale nella quale Washington e Gerusalemme finiscano per influenzarsi reciprocamente, mentre Teheran cerca di aumentare il costo politico e militare di qualsiasi attacco.

La vera partita è al tavolo negoziale

Nonostante il linguaggio militare e i preparativi del Pentagono, la possibilità di una trattativa rimane centrale.

La logica della pressione americana sembra essere proprio questa: aumentare il costo dell’intransigenza iraniana fino a rendere il negoziato l’opzione meno onerosa per Teheran. È una strategia che Trump ha utilizzato più volte, combinando minaccia militare, pressione economica e apertura diplomatica.

Il problema è stabilire quale sia il punto oltre il quale la pressione smette di produrre concessioni e comincia invece a produrre reazioni.

Se Washington ritiene che l’Iran sia sufficientemente indebolito da non poter sostenere un confronto prolungato, la tentazione di aumentare ulteriormente la pressione può diventare forte. Ma proprio la percezione di essere messi all’angolo può spingere gli iraniani a reagire in maniera più aggressiva.

Per questo il confine tra deterrenza ed escalation è oggi estremamente sottile.

Il calendario resta nelle mani della Casa Bianca

Al momento, dunque, non esiste una data ufficiale per una nuova offensiva americana contro l’Iran. Le indiscrezioni indicano però che il Pentagono si starebbe preparando a ogni eventualità e che la possibilità di un’azione prima delle Midterm non può essere esclusa.

Le probabilità di un attacco nelle prossime settimane, secondo le fonti citate da Axios, non sarebbero elevate. Ma il punto politico è proprio quel “non escludiamo”.

Washington vuole conservare la possibilità di agire senza essere costretta ad agire. È una forma di pressione che consente a Trump di tenere aperti contemporaneamente due percorsi: la forza e la diplomazia.

Il presidente americano, come sostiene il funzionario citato dal media statunitense, ritiene di avere “tutte le carte” in mano. La vera sfida sarà capire se quelle carte potranno essere utilizzate senza far saltare il tavolo.

Perché la questione iraniana non riguarda più soltanto la capacità degli Stati Uniti di colpire Teheran. Riguarda la capacità di Washington di controllare le conseguenze di un attacco, di evitare uno shock energetico globale e, soprattutto, di impedire che una guerra pensata come strumento di pressione si trasformi in un conflitto molto più lungo e imprevedibile.

È questo il vero dilemma davanti a Trump: dimostrare di essere pronto a colpire senza essere costretto a farlo. E riuscire, nello stesso tempo, a convincere l’Iran che la trattativa è ancora possibile, ma che il tempo per scegliere la strada diplomatica potrebbe non essere infinito.

Quando la tecnologia diventa una filiera autonoma, chi governerà il futuro?

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A cura di Salvatore Guerriero, Presidente Nazionale e Internazionale della Confederazione delle Imprese nel mondo – PMI International 

C’è un passaggio nella storia dell’innovazione tecnologica che merita di essere osservato con particolare attenzione. Non riguarda soltanto la velocità con cui vengono sviluppati nuovi chip, l’intelligenza artificiale, i robot umanoidi o le infrastrutture spaziali. Riguarda qualcosa di molto più profondo, la progressiva costruzione di filiere tecnologiche autonome, capaci di progettare, produrre, utilizzare e, in prospettiva, collocare nello spazio le proprie infrastrutture.

Il progetto Terafab attribuito a Elon Musk, al di là delle dimensioni e dei numeri che dovranno essere verificati e soprattutto tradotti in concreta realtà industriale, rappresenta bene questa tendenza. L’obiettivo è quello di ridurre la dipendenza dall’esterno attraverso una filiera sempre più integrata, nella quale progettazione dei chip, produzione, sistemi di calcolo, intelligenza artificiale, robotica, energia e infrastrutture spaziali possano essere ricondotti a un unico grande ecosistema tecnologico.

È il concetto della filiera in house portato a una dimensione completamente nuova. Avere dentro la propria organizzazione ciò che serve per essere competitivi significa oggi non soltanto possedere una fabbrica, ma controllare conoscenze, ricerca, progettazione, tecnologia, capacità produttiva, dati e infrastrutture. Significa cercare di non dipendere, nei settori strategici, dalle decisioni di altri soggetti. È una trasformazione che dovrebbe interessare molto da vicino anche l’Europa e l’Italia.

L’Unione europea ha compreso che la dipendenza da fornitori esterni nei settori strategici può rappresentare una vulnerabilità. Il Chips Act e il nuovo Chips Act 2.0 vanno proprio nella direzione di rafforzare ricerca, progettazione, produzione e resilienza della filiera europea dei semiconduttori, riducendo le dipendenze strategiche. L’Italia, a sua volta, sta cercando di costruire una propria capacità industriale e scientifica. Il progetto Silicon Box a Novara, con un investimento previsto di 3,2 miliardi di euro e un sostegno pubblico di 1,3 miliardi, rappresenta un esempio concreto di questa strategia. Parallelamente, il Paese sta rafforzando la ricerca sui semiconduttori, l’intelligenza artificiale e il trasferimento tecnologico tra università, ricerca e imprese.

Ma la vera sfida è molto più grande.

Per decenni la competitività industriale è stata costruita attraverso catene globali del valore. Oggi, invece, la crescente competizione tecnologica sta riportando al centro un concetto che sembrava appartenere al passato, quello dell’autonomia strategica. Chip, energia, intelligenza artificiale, cloud, robotica, telecomunicazioni e spazio stanno diventando elementi di una stessa grande infrastruttura economica. Chi controlla questi elementi possiede una parte importante della capacità di decidere il proprio futuro industriale. Ed è proprio qui che nasce la domanda più importante. Chi governerà questa trasformazione? Una cosa è possedere una tecnologia straordinariamente avanzata. Altra cosa è stabilire quali limiti debba avere il suo utilizzo. Se la capacità tecnologica cresce molto più rapidamente della capacità normativa e istituzionale, il rischio è che il diritto arrivi dopo, quando le decisioni fondamentali sono già state prese.

Immaginiamo un futuro nel quale grandi gruppi privati possano controllare contemporaneamente enormi quantità di capacità di calcolo, reti satellitari, sistemi di intelligenza artificiale, robot umanoidi, infrastrutture energetiche e piattaforme spaziali. Chi stabilirà le regole? Il mercato, i proprietari delle infrastrutture, gli Stati, le organizzazioni internazionali o una nuova forma di governance nella quale pubblico e privato dovranno necessariamente confrontarsi? Non è una domanda contro l’impresa privata e nemmeno contro l’innovazione. È esattamente il contrario. È proprio perché l’innovazione può produrre un valore enorme che occorre costruire un quadro di regole all’altezza della sua potenza. Il vero problema non è fermare il progresso. È impedire che il progresso possa svilupparsi senza una responsabilità proporzionata alla sua capacità di incidere sulla società.

La conquista dello spazio, in questa prospettiva, non è più soltanto una questione scientifica. È destinata a diventare sempre più una questione industriale, economica e geopolitica. Le infrastrutture satellitari, l’energia, le comunicazioni, la robotica, l’intelligenza artificiale e, in futuro, i data center nello spazio possono aprire mercati oggi difficili perfino da immaginare.

L’Italia e l’Europa non possono limitarsi ad assistere a questa trasformazione. Devono parteciparvi da protagoniste. La recente cooperazione italo-francese sulle tecnologie spaziali, l’accesso autonomo allo spazio, le comunicazioni satellitari e l’intelligenza artificiale dimostra che la dimensione europea sta assumendo un ruolo sempre più importante nella costruzione di una capacità tecnologica autonoma. Per l’Italia questa è anche una grande occasione industriale. Il nostro Paese possiede competenze, università, centri di ricerca, imprese manifatturiere e una straordinaria capacità di trasformare la conoscenza in prodotti e servizi. La sfida consiste nel mettere tutto questo sistema in rete, trasformando l’eccellenza spesso frammentata in una vera filiera nazionale ed europea. Non dobbiamo necessariamente costruire una copia di ciò che stanno immaginando i grandi gruppi americani. Dobbiamo costruire una nostra capacità di progettare il futuro. E qui emerge anche l’altra faccia della trasformazione, quella del lavoro. L’intelligenza artificiale e gli umanoidi sostituiranno alcune attività, ma potranno contemporaneamente crearne altre. Cambieranno professioni, competenze, modelli organizzativi e processi produttivi. Il problema non sarà soltanto quanti posti di lavoro verranno eliminati, ma soprattutto quali nuove competenze saranno necessarie e chi avrà la possibilità di acquisirle. Il valore prodotto dalla nuova tecnologia potrà essere enorme. Potranno nascere nuove imprese, nuovi servizi, nuovi mercati e nuove professionalità. Ma questo risultato non sarà automatico. Dipenderà dalla capacità delle istituzioni, della scuola, dell’università e delle imprese di accompagnare la trasformazione e di investire sulle persone. La grande sfida, dunque, non è scegliere tra uomo e tecnologia. È costruire una tecnologia che aumenti le possibilità dell’uomo senza sottrargli la responsabilità delle decisioni fondamentali.

Forse siamo davanti a una delle più grandi trasformazioni della storia economica. Stiamo passando dall’impresa che produce beni all’impresa che tende a controllare l’intera infrastruttura tecnologica necessaria per produrli, elaborarli, distribuirli e svilupparli oltre i confini terrestri.

Il genio umano sta aprendo porte che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza. Ma più aumenta la nostra capacità di trasformare ciò che immaginiamo in realtà, più diventa indispensabile una domanda. Chi stabilisce le regole di ciò che possiamo fare? Il futuro non avrà bisogno soltanto di grandi innovatori. Avrà bisogno di istituzioni capaci di comprendere l’innovazione, di accompagnarla e, quando necessario, di porre limiti condivisi. Perché conquistare nuovi spazi è una straordinaria ambizione dell’umanità. Ma quei nuovi spazi non possono diventare territori senza regole. La vera sfida dei prossimi decenni sarà quindi duplice. Sviluppare la tecnologia con una velocità mai conosciuta prima e, nello stesso tempo, costruire un diritto altrettanto veloce, capace di governarla nell’interesse dell’uomo. Non è più soltanto una questione di tecnologia. È una questione di economia, di sovranità, di responsabilità e, in definitiva, di civiltà.

Legge elettorale, oggi alla Camera il voto finale sullo Stabilicum

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È arrivata all’ultimo miglio la nuova legge elettorale. Dopo settimane di scontro parlamentare, tre questioni di fiducia e una raffica di votazioni, la Camera si prepara oggi al voto definitivo sul cosiddetto Stabilicum, il testo già approvato dal Senato e ora chiamato al passaggio conclusivo a Montecitorio.

La seduta prenderà il via alle 10.30 con le dichiarazioni di voto. Lo scrutinio finale è previsto non prima delle 12.30 e avrà una caratteristica destinata a rendere particolarmente delicata la giornata: il voto sarà segreto.

È il momento nel quale la solidità numerica della maggioranza dovrà misurarsi con una dinamica diversa da quella delle votazioni sulla fiducia. Se nei tre passaggi precedenti i numeri erano pubblici e la disciplina di partito facilmente verificabile, oggi ogni deputato potrà esprimersi senza che il proprio voto venga associato formalmente alla scelta compiuta. È proprio questa la ragione per cui, nelle ultime ore, i gruppi parlamentari hanno intensificato contatti, riunioni e appelli alla presenza.

La terza fiducia è passata

Il passaggio più recente è andato a favore del governo. Mercoledì 7 ottobre l’Aula ha approvato con 228 voti favorevoli, 144 contrari e 3 astensioni la terza e ultima questione di fiducia, posta sull’articolo 3 della riforma.

Con quel voto è stato sostanzialmente blindato il testo trasmesso da Palazzo Madama. Poco dopo è arrivato anche il via libera all’articolo 8, che prevede la possibilità per i caregiver di votare fuori sede, una delle disposizioni inserite nel provvedimento.

La maggioranza ha quindi superato senza cedimenti il percorso parlamentare più insidioso. Sono stati inoltre respinti tutti gli ordini del giorno presentati dalle opposizioni, circa quaranta, chiudendo di fatto lo spazio per ulteriori modifiche al provvedimento.

Ora resta il voto finale. Ed è proprio questo il passaggio che concentra le maggiori attenzioni.

La maggioranza ha annunciato una mobilitazione pressoché totale. I gruppi hanno chiesto la presenza di tutti i parlamentari e, secondo quanto riferito, sono stati precettati anche i ministri. L’obiettivo è semplice: evitare che assenze, defezioni o franchi tiratori possano trasformare il voto segreto in un’incognita politica.

«Sul voto finale non ci saranno problemi», ha assicurato il senatore di Fratelli d’Italia Alberto Balboni. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, interpellata a margine del vertice Med9 di Spalato, ha risposto con una battuta alla domanda sulla propria serenità: «Lo sono sempre».

Dietro la sicurezza ostentata dalla maggioranza resta però l’attenzione per quello che, in Parlamento, è uno dei momenti più difficili da controllare: la cabina del voto segreto.

Il nodo dello scrutinio segreto

È sul metodo di voto che si è acceso nelle ultime ore uno dei confronti più accesi tra maggioranza e opposizioni.

Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha chiesto che il voto avvenga attraverso il cosiddetto catafalco, il sistema utilizzato per l’elezione del presidente della Repubblica, con un’urna e palline bianche e nere. Una proposta alla quale si sono associate Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e Movimento 5 Stelle.

La richiesta non riguarda soltanto la tecnologia utilizzata per esprimere la preferenza, ma soprattutto le condizioni nelle quali il voto viene esercitato. Le opposizioni chiedono di evitare spostamenti tra i banchi, di impedire che i deputati restino in piedi durante le operazioni e di introdurre maggiori cautele rispetto a fotografie e riprese dalle tribune.

Il timore, evidente, è che un voto formalmente segreto possa essere accompagnato da forme di controllo politico informale.

La presidenza della Camera ha però confermato che si procederà attraverso il sistema elettronico. Il presidente di turno Giorgio Mulè ha assicurato che «la presidenza assicura la segretezza del voto».

È un passaggio tutt’altro che marginale. Il voto segreto, infatti, rappresenta una delle poche circostanze nelle quali la disciplina parlamentare può essere messa alla prova da una scelta individuale non immediatamente verificabile. Per la maggioranza significa dover trasformare la compattezza politica mostrata nelle votazioni di fiducia in una presenza fisica altrettanto compatta nell’Aula. Per le opposizioni significa invece provare a intercettare eventuali malumori interni alla coalizione di governo.

La battaglia politica va oltre l’Aula

Il confronto sulla legge elettorale non si esaurisce tuttavia nella procedura parlamentare. Attorno allo Stabilicum si è ormai aperta una partita politica che coinvolge direttamente la futura competizione elettorale.

Le opposizioni hanno organizzato diverse riunioni per coordinare iniziative comuni, dentro e fuori dal Parlamento. Il fronte contrario alla riforma punta a trasformare il voto finale non soltanto in una battaglia sulle norme elettorali, ma in un confronto più ampio sul rapporto tra maggioranza, istituzioni e rappresentanza politica.

Il Movimento 5 Stelle ha scelto una linea particolarmente dura. Chiara Appendino ha accusato il governo di aver concentrato sulla riforma elettorale un’energia che, a suo giudizio, non sarebbe stata impiegata con la stessa intensità su altre emergenze nazionali.

«Quando c’è da salvare la poltrona Meloni è iperattiva, quando c’è da salvare gli italiani sparisce», ha affermato la deputata del Movimento 5 Stelle intervenendo a Radio Anch’io su Rai Radio 1.

Un attacco che fotografa il terreno sul quale le opposizioni intendono portare lo scontro: non soltanto la tecnica elettorale, ma la priorità politica attribuita dal governo alla riforma.

Appendino: “Un disperato tentativo di autoconservazione”

Ancora più netto il giudizio di Appendino sul contenuto della legge. «Questa non è una legge elettorale: è un disperato tentativo di autoconservazione della casta», ha dichiarato.

Al centro della contestazione c’è soprattutto il tema delle firme necessarie per presentare le liste. Secondo la deputata pentastellata, l’innalzamento delle soglie rappresenterebbe una barriera destinata a rendere più difficile l’ingresso nella competizione elettorale di nuove forze politiche.

La critica investe quindi uno dei punti più sensibili di qualsiasi sistema elettorale: l’equilibrio tra governabilità e accesso alla rappresentanza.

Per la maggioranza, regole più rigorose possono essere lette come uno strumento per garantire maggiore ordine nella competizione e impedire candidature prive di un adeguato radicamento. Per le opposizioni, invece, il rischio è quello di trasformare le regole di accesso in una barriera politica, soprattutto in una fase caratterizzata da una partecipazione elettorale in calo e da una crescente distanza tra cittadini e istituzioni.

È questo il punto sul quale lo scontro rischia di protrarsi anche dopo il voto della Camera.

Una legge che guarda già alle prossime urne

La partita sulla legge elettorale, infatti, non riguarda soltanto il funzionamento del Parlamento che sarà eletto. Riguarda anche chi potrà presentarsi agli elettori e con quali condizioni.

Da qui la durezza delle accuse dell’opposizione. Appendino ha parlato di una maggioranza che «cambia le regole del gioco quando il gioco sta per finire» e ha contestato l’idea che chi governa possa intervenire sulle regole elettorali per proteggere la propria posizione.

«Chi governa non ha il diritto di disegnare le elezioni a propria immagine e somiglianza per paura di perderle», ha affermato.

Il governo e la maggioranza, dal canto loro, arrivano al voto dopo avere dimostrato in Aula di disporre dei numeri necessari per portare avanti il provvedimento. Le tre fiducie hanno ridotto al minimo il margine per modifiche parlamentari e hanno consentito di arrivare al testo finale senza sorprese.

Resta ora la variabile del voto segreto.

Montecitorio si prepara al “sold out”

La giornata si annuncia dunque come una prova di compattezza per tutti. La maggioranza dovrà dimostrare che la solidità mostrata nelle votazioni di fiducia regge anche quando il voto diventa non riconducibile al singolo deputato. Le opposizioni dovranno invece decidere se concentrare la loro iniziativa sul tentativo di mettere in difficoltà la maggioranza oppure utilizzare il passaggio finale per costruire una mobilitazione politica più ampia.

Il Parlamento si prepara così a una seduta ad alta tensione, nella quale la dimensione procedurale e quella politica finiranno inevitabilmente per sovrapporsi.

Alle 10.30 cominceranno le dichiarazioni di voto. Dopo, quando l’Aula sarà chiamata allo scrutinio segreto, arriverà il momento della verità per lo Stabilicum.

A quel punto non saranno più sufficienti le dichiarazioni di intenti, le rassicurazioni dei leader o i numeri delle fiducie. A parlare saranno i voti. E, proprio perché segreti, potrebbero raccontare qualcosa in più rispetto alla semplice approvazione di una legge elettorale: la reale tenuta delle forze politiche alla vigilia della prossima sfida nelle urne.

Il Matisse che non ti aspetti: il viaggio straordinario del maestro al Mudec di Milano

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Jeune fille assise, robe persane. Collection personnelle de Picasso, 1942 - Artwork Location: Musée national Picasso, Parigi, Francia - Permission for usage must be provided in writing from Scala.

Se pensiamo a Henri Matisse, la mente corre subito a esplosioni di colore puro, linee sinuose e interni borghesi dall’eleganza senza tempo. Ma dietro quella superficie apparentemente serena si nasconde un’inquietudine creativa che si è nutrita di mondi lontani. A svelare questa straordinaria complessità è la mostra “Matisse. Il mondo in una stanza”, ospitata nelle sale del Mudec – Museo delle Culture di Milano. Un viaggio visivo che promette di ridefinire il modo in cui guardiamo a uno dei padri del Novecento.

La mostra mette in luce un aspetto a lungo trascurato dalla critica tradizionale: il rapporto viscerale e profondo tra l’artista francese e le culture extraeuropee. Non si tratta di semplice esotismo o di una fascinazione passeggera. Per Matisse, l’arte islamica, l’artigianato africano, le icone russe e le suggestioni del Pacifico sono stati veri e propri motori di una rivoluzione interiore, capaci di scardinare le regole della prospettiva e del colore occidentali.

Il percorso espositivo si sviluppa attraverso otto sezioni tematiche che riuniscono circa cento capolavori tra dipinti, disegni e sculture, arrivati a Milano grazie a prestiti eccezionali da istituzioni del calibro del MoMA di New York, del Philadelphia Museum of Art e del Musée de l’Orangerie di Parigi. Tra le stanze del Mudec sfilano ritratti intensi come La Femme au voile e Lorette a la veste rouge, affiancati da studi sul nudo e celebri capolavori grafici, come le famose tavole di Jazz e il monumentale dittico Océanie.

La vera sorpresa della mostra, tuttavia, risiede nel dialogo filologico tra le opere d’arte e gli oggetti personali di Matisse. Per la prima volta, i dipinti vengono accostati ai tessuti, alle stoffe ricamate, ai costumi tradizionali rumeni e alle maschere africane Yoruba di cui il pittore amava circondarsi nel suo atelier. Questi elementi non erano semplici arredi, ma “interlocutori” quotidiani, frammenti di mondo che Matisse collezionava e metabolizzava fino a farli diventare parte della propria grammatica visiva.

Curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti, l’esposizione non si limita a celebrare il genio dell’artista, ma si inserisce con forza nel dibattito contemporaneo sui concetti di colonialismo, alterità e appropriazione culturale. Laddove altri artisti del suo tempo guardavano al “primitivo” con un occhio distante e talvolta paternalistico, Matisse cercava una fusione totale. Sulla sua tela convivono, senza gerarchie, l’arabesco geometrico mediorientale e la spiritualità bidimensionale delle icone russe.

Il percorso si chiude idealmente con i disegni preparatori per la Cappella del Rosario di Vence, in Costa Azzurra, l’opera totale che l’artista considerava la sintesi perfetta di un’intera vita di ricerca e di aperture verso l’assoluto. Ad arricchire l’esperienza, una selezione di fotografie d’epoca, inclusi alcuni scatti rari realizzati dallo stesso Matisse durante i suoi viaggi in Marocco, che restituiscono lo sguardo curioso e mai sazio di un uomo che ha saputo racchiudere l’intero pianeta nello spazio della propria stanza.

La spesa delle famiglie cambia volto: meno cibo, meno vestiti, più rinunce

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La fotografia dei consumi delle famiglie italiane nel 2025 restituisce un Paese che, più che rinunciare, continua a scegliere con attenzione dove spendere. Il bilancio tracciato dall’Istat racconta infatti una trasformazione silenziosa delle abitudini quotidiane: meno acquisti, maggiore selezione, rinunce concentrate soprattutto sui beni considerati rinviabili e una crescente attenzione anche a voci che fino a qualche anno fa sembravano più difficili da comprimere.

Il segnale più delicato riguarda il carrello della spesa. Nel 2025 il 29,4% delle famiglie italiane dichiara di aver limitato la spesa per alimentari, intervenendo sulla quantità oppure sulla qualità dei prodotti acquistati. La percentuale è in calo rispetto al 31,1% registrato nel 2024, ma significa comunque che quasi una famiglia su tre ha modificato il proprio modo di fare la spesa per contenere l’esborso.

È un dato che va letto oltre la semplice variazione percentuale. Quando una famiglia dichiara di aver ridotto la quantità o la qualità del cibo acquistato, non sta necessariamente rinunciando a un prodotto specifico. Può scegliere marche meno costose, ridurre gli acquisti di alcuni alimenti, approfittare maggiormente delle offerte, cambiare negozio oppure eliminare dal carrello ciò che non considera indispensabile. Sono comportamenti diversi, ma hanno un denominatore comune: la necessità di far quadrare il bilancio domestico.

Anche le bevande finiscono sotto osservazione. Nel 2025 il 33,8% delle famiglie dichiara di averne limitato la spesa, contro il 35,3% dell’anno precedente. Ancora una volta, dunque, il dato migliora, ma resta significativo il numero di nuclei che intervengono sulle proprie abitudini di consumo.

Il quadro complessivo suggerisce quindi un allentamento della pressione rispetto al 2024, ma non una sua scomparsa. La riduzione delle percentuali indica che una parte delle famiglie ha recuperato margini di spesa, mentre la quota ancora elevata di chi continua a modificare i propri comportamenti mostra quanto siano diventate strutturali alcune strategie di contenimento.

Il guardaroba è il primo capitolo dei tagli

Se c’è però una voce che più di altre racconta la prudenza con cui gli italiani hanno affrontato il 2025, è quella dell’abbigliamento e delle calzature.

Per il quarto anno consecutivo, secondo l’Istat, è questa la categoria di spesa che le famiglie dichiarano di aver limitato maggiormente. Escludendo i nuclei che dichiarano di non aver sostenuto questo tipo di spesa, pari al 5,8% del totale delle famiglie residenti, il 43,8% ha cercato di ridurla.

La percentuale è in diminuzione rispetto al 47,5% del 2024. Anche in questo caso, dunque, emerge un miglioramento. Ma quasi 44 famiglie su 100 che acquistano abiti e scarpe dichiarano di aver cercato di spendere meno rappresentano un indicatore difficilmente trascurabile.

L’abbigliamento, del resto, è una delle prime voci sulle quali una famiglia può intervenire senza modificare nell’immediato le proprie necessità fondamentali. Un acquisto può essere rimandato, sostituito, ridimensionato. Si può comprare meno, attendere i saldi, scegliere prodotti meno costosi oppure prolungare la vita di ciò che già si possiede.

È proprio questa possibilità di rinvio a trasformare il settore in una sorta di termometro della fiducia e della capacità di spesa. Quando il bilancio familiare si fa più stretto, il nuovo paio di scarpe o il capo di abbigliamento possono facilmente scivolare in fondo alla lista delle priorità.

E il divario territoriale resta marcato. Nel Mezzogiorno la quota di famiglie che dichiara di aver limitato questa spesa raggiunge il 52,1%, se si escludono quelle che non hanno sostenuto la relativa spesa. Anche qui il dato è comunque migliorato rispetto al 57,6% del 2024. La distanza rispetto al dato complessivo conferma però quanto le condizioni economiche delle famiglie continuino a differenziarsi lungo la geografia del Paese.

Non cambiano solo i consumi: cambiano le abitudini

L’aspetto forse più interessante del rapporto Istat è che il fenomeno non riguarda soltanto ciò che le famiglie comprano o non comprano. Cambia anche il modo in cui affrontano alcune spese.

Nel 2025 diminuisce infatti la quota di famiglie che dichiara di non aver modificato le proprie abitudini per beni e servizi legati alla sanità. Sono il 74,6%, contro il 78,6% del 2024. Significa che, pur restando largamente maggioritaria la parte della popolazione che non dichiara cambiamenti, cresce la quota di chi ha invece modificato i propri comportamenti.

Una dinamica simile emerge per la cura e l’igiene personale. Le famiglie che dichiarano di non aver cambiato abitudini scendono dal 63,3% al 61,8%.

Il dato non autorizza a concludere che gli italiani stiano necessariamente rinunciando alle cure o ai prodotti essenziali. Indica piuttosto che anche queste categorie sono entrate in una fase nella quale una parte delle famiglie sente la necessità di rivedere le proprie scelte di consumo.

È una distinzione importante. Il contenimento della spesa può assumere forme molto diverse: acquistare un prodotto meno costoso, ridurre la frequenza di un acquisto, cambiare marca o servizio, rinviare una prestazione. La statistica Istat fotografa il cambiamento del comportamento, ma non stabilisce automaticamente quale sia la rinuncia concreta compiuta da ogni singola famiglia.

Carburanti e viaggi, la mobilità entra nel conto

Anche il capitolo della mobilità mostra segnali di cambiamento.

Nel caso dei carburanti, la quota di famiglie che nel 2025 dichiara di non aver modificato le proprie abitudini scende al 68,2%, dal 71,4% del 2024. La variazione è particolarmente evidente nel Nord, dove la percentuale passa dal 76,9% al 71,8%.

È un elemento che merita attenzione perché il carburante non appartiene, per molte famiglie, alla categoria delle spese facilmente eliminabili. Per chi utilizza l’automobile per lavorare, accompagnare i figli, raggiungere servizi o spostarsi in territori scarsamente serviti dal trasporto pubblico, ridurre i consumi può essere più complicato che rinunciare a un acquisto discrezionale.

Per questo anche una variazione delle abitudini legate ai carburanti può essere letta come un segnale di adattamento del bilancio familiare. Si può usare meno l’auto, accorpare gli spostamenti, scegliere percorsi diversi oppure modificare semplicemente la frequenza degli spostamenti.

Ancora più evidente è il cambiamento che riguarda i viaggi. Nel 2025 il 54,9% delle famiglie dichiara di non aver modificato le proprie abitudini, contro il 56,2% del 2024. Il calo interessa soprattutto il Centro, dove la quota passa dal 59,5% al 55,6%.

Anche in questo caso non si tratta necessariamente di una rinuncia totale alle vacanze o agli spostamenti. Può significare ridurre il numero dei viaggi, scegliere destinazioni meno costose, accorciare la durata dei soggiorni o spostarsi in periodi differenti. È la stessa logica che attraversa buona parte dei dati: la spesa non scompare necessariamente, ma viene ripensata.

Un miglioramento che non cancella le difficoltà

Il quadro restituito dall’Istat ha dunque una doppia chiave di lettura.

Da una parte, il 2025 presenta segnali di miglioramento rispetto al 2024. Diminuiscono le famiglie che dichiarano di aver limitato la spesa alimentare, quelle che hanno contenuto gli acquisti di bevande e quelle che hanno ridotto la spesa per abbigliamento e calzature. Anche per carburanti e viaggi emergono variazioni che indicano un’evoluzione dei comportamenti.

Dall’altra, le percentuali restano elevate. Il fatto che quasi tre famiglie su dieci dichiarino di aver limitato la spesa alimentare e che oltre quattro su dieci, tra quelle che sostengono la relativa spesa, abbiano ridotto gli acquisti di abbigliamento racconta un Paese nel quale la capacità di spesa continua a essere gestita con cautela.

È forse questo il dato più significativo: l’Italia dei consumi non è semplicemente un Paese che spende meno. È un Paese che spende diversamente.

Il consumatore diventa più selettivo, confronta maggiormente prezzi e qualità, stabilisce priorità e rinvia ciò che può essere rinviato. La necessità di risparmiare non produce soltanto una diminuzione quantitativa degli acquisti, ma modifica la gerarchia delle esigenze.

Il carrello alimentare, il guardaroba, la cura personale, gli spostamenti e le vacanze finiscono così dentro lo stesso bilancio familiare. E ogni scelta su una voce può liberare o sottrarre risorse a un’altra.

Il dato Istat, letto nel suo insieme, racconta quindi una fase di transizione. La pressione sui bilanci appare meno intensa rispetto all’anno precedente, ma le strategie di contenimento della spesa restano ampiamente diffuse. Il miglioramento delle percentuali non equivale ancora al ritorno alle vecchie abitudini.

Dietro quei decimali ci sono famiglie che continuano a fare i conti prima di riempire il carrello, a rimandare un acquisto, a cercare un prezzo più conveniente o a decidere se un viaggio possa ancora rientrare nel bilancio dell’anno.

Ed è proprio qui che la statistica diventa cronaca economica: non fotografa soltanto quanto si spende, ma mostra quanto le condizioni economiche stiano modificando il modo in cui gli italiani decidono che cosa è davvero necessario.

Strage ferroviaria di Andria-Corato, la Cassazione chiude il processo

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La tragedia ferroviaria del 12 luglio 2016 entra definitivamente nella storia giudiziaria italiana. La Cassazione ha confermato le due condanne inflitte ai ferrovieri coinvolti nello scontro tra i due convogli sulla linea a binario unico Andria-Corato, in Puglia, e ha reso definitive le assoluzioni di Ferrotramviaria e dei due dirigenti della società. Il bilancio di quella mattina fu di 23 morti e 51 feriti, in uno degli incidenti ferroviari più gravi avvenuti in Italia negli ultimi decenni.

La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura generale, che chiedeva di annullare la decisione con cui i giudici di secondo grado avevano assolto la società Ferrotramviaria, l’allora direttore generale Massimo Nitti e il direttore di esercizio Michele Ronchi. Con la pronuncia della Cassazione diventano dunque definitive anche queste tre assoluzioni.

Restano invece definitive le condanne per i due ferrovieri considerati responsabili dello scontro: sei anni e tre mesi di reclusione per il capostazione di Andria Vito Piccarreta e sei anni e nove mesi per il capotreno Nicola Lorizzo.

La sentenza segna così la conclusione del procedimento giudiziario principale sulla tragedia. Le altre quattordici assoluzioni erano già diventate definitive dopo il giudizio d’appello.

Due treni sullo stesso binario

Il cuore della vicenda giudiziaria è rimasto legato alla dinamica di quella mattina. Il 12 luglio 2016 due treni della Ferrotramviaria si trovarono a viaggiare sullo stesso binario, in direzioni opposte, lungo la tratta compresa tra Andria e Corato.

L’impatto avvenne nelle campagne pugliesi, in un tratto della linea caratterizzato dal sistema di circolazione a binario unico. I due convogli si scontrarono frontalmente a velocità elevata. La violenza dell’urto distrusse le prime carrozze e trasformò in pochi istanti una normale mattina di viaggio in una scena di devastazione.

Ventitré persone persero la vita. Cinquantuno rimasero ferite. Tra le vittime c’erano passeggeri di diversa età e provenienza, persone che stavano semplicemente raggiungendo il luogo di lavoro, tornando a casa o affrontando un normale spostamento lungo una linea ferroviaria utilizzata quotidianamente.

Le immagini dei vagoni accartocciati e dei soccorritori impegnati a estrarre i passeggeri dalle lamiere segnarono profondamente l’opinione pubblica. La tragedia impose immediatamente una domanda: come era stato possibile che due treni potessero essere autorizzati a percorrere contemporaneamente lo stesso tratto di una linea ferroviaria a binario unico?

La responsabilità e il nodo dell’errore umano

La risposta giudiziaria, almeno sul piano penale, ha individuato il punto decisivo nelle condotte dei due ferrovieri condannati. In attesa delle motivazioni della Cassazione, la pronuncia conferma l’impostazione già adottata nei precedenti gradi di giudizio: lo scontro fu provocato da un errore umano.

Una formula che non riduce, naturalmente, la portata della tragedia e delle sue conseguenze. Al contrario, proprio l’accertamento delle responsabilità individuali ha costituito uno degli aspetti più delicati dell’intero processo.

Il sistema di circolazione utilizzato su quella tratta richiedeva il rispetto rigoroso delle procedure previste per autorizzare la partenza dei convogli e garantire che il tratto interessato fosse libero. La catena delle comunicazioni e dei controlli avrebbe dovuto impedire che due treni potessero imboccare contemporaneamente la stessa sezione di linea.

È su questo punto che si è concentrato il giudizio nei confronti di Piccarreta e Lorizzo, le cui responsabilità sono state riconosciute fino alla definitiva pronuncia della Cassazione.

Diverso, invece, il percorso giudiziario riguardante Ferrotramviaria e i suoi dirigenti. La Procura generale aveva chiesto alla Suprema Corte di rimettere in discussione le assoluzioni, ma il ricorso è stato dichiarato inammissibile. Per la società e per Massimo Nitti e Michele Ronchi, dunque, il procedimento si chiude con l’assoluzione definitiva.

Una sentenza che separa le responsabilità

È questo uno degli elementi più significativi della decisione. La conclusione del processo non individua una responsabilità penale indistinta lungo l’intera organizzazione ferroviaria, ma separa nettamente le posizioni dei singoli imputati.

Da una parte ci sono i due ferrovieri, per i quali le condanne sono diventate definitive. Dall’altra la società e i due dirigenti, per i quali le assoluzioni non possono più essere messe in discussione nel procedimento.

La distinzione è importante perché il processo aveva fin dall’inizio una doppia dimensione. Da un lato occorreva stabilire chi avesse materialmente contribuito a determinare lo scontro. Dall’altro bisognava verificare se, a monte delle condotte individuali, esistessero responsabilità attribuibili alla struttura organizzativa, alla gestione della sicurezza o ai vertici della società.

La Cassazione, con la decisione appena pronunciata, ha definitivamente tracciato questo confine sul piano penale.

La domanda rimasta sullo sfondo

Resta però una questione che va oltre le singole responsabilità accertate in tribunale. La tragedia di Andria-Corato ha rappresentato anche uno spartiacque nella riflessione sulla sicurezza ferroviaria italiana, soprattutto per quanto riguarda le linee a binario unico e i sistemi di controllo della circolazione.

Dopo lo scontro, l’attenzione si concentrò inevitabilmente sulla possibilità di affidare la sicurezza di una linea a procedure nelle quali l’errore umano potesse assumere un peso così determinante.

La lezione più dolorosa di quella mattina fu proprio questa: quando un sistema di sicurezza dipende in misura significativa dalla correttezza delle comunicazioni e delle decisioni degli operatori, anche una singola condotta errata può produrre conseguenze irreversibili. Per questo la sicurezza ferroviaria moderna tende a privilegiare sistemi capaci di impedire materialmente l’errore o, almeno, di limitarne le conseguenze.

Il processo penale, tuttavia, aveva un compito più circoscritto: accertare responsabilità e colpe sulla base delle prove raccolte. E quel percorso, dopo dieci anni, è arrivato alla sua conclusione.

Dieci anni dopo, una ferita ancora aperta

La sentenza della Cassazione arriva a distanza di oltre dieci anni da quella mattina del luglio 2016. Un tempo lungo, soprattutto per le famiglie delle vittime, che hanno attraversato tutte le fasi del procedimento giudiziario attendendo che venissero stabilite le responsabilità per una tragedia che aveva sconvolto un’intera comunità.

La pronuncia definitiva non cancella naturalmente il dolore e non può restituire ciò che è stato perduto. Stabilisce però un punto fermo sul piano giudiziario: due condanne diventano definitive, mentre diventano definitive anche le assoluzioni della società e dei suoi due dirigenti.

Il processo consegna così una verità giudiziaria precisa, costruita attraverso tre gradi di giudizio, ma lascia intatta la memoria di quelle 23 persone che il 12 luglio 2016 salirono su un treno senza sapere che quel viaggio si sarebbe trasformato in una delle pagine più drammatiche della storia ferroviaria italiana.

La tragedia di Andria-Corato non è soltanto il racconto di uno scontro tra due convogli. È anche la storia di quanto possa essere fragile un sistema quando la sicurezza dipende da una sequenza di decisioni umane e di quanto sia difficile, dopo una catastrofe, distinguere la responsabilità del singolo da quella dell’organizzazione.

Ora, con la decisione della Cassazione, quella distinzione è diventata definitiva anche per la giustizia penale.

Mattarella concede tre grazie: tra i beneficiari anche il gioielliere Guido Gianni

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Il nome di Guido Gianni torna al centro della cronaca, questa volta per una decisione assunta al Quirinale. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso al gioielliere catanese una grazia parziale, estinguendo tre anni e due mesi della pena detentiva che gli era stata inflitta per i fatti avvenuti nel 2008 all’interno della sua gioielleria.

Il provvedimento rientra in una più ampia decisione del Capo dello Stato, che ha firmato tre decreti di grazia ai sensi dell’articolo 87, comma 11, della Costituzione. Per tutti e tre i casi, il ministro della Giustizia ha espresso parere favorevole al termine della prescritta istruttoria.

La vicenda di Gianni è però quella destinata a richiamare maggiore attenzione, perché si colloca in uno dei territori più delicati del diritto penale e del dibattito pubblico: il confine tra la legittima difesa, la reazione a una violenza criminale e la responsabilità per le conseguenze di quella reazione.

La rapina, gli spari e la condanna

Guido Gianni, nato nel 1960, era stato condannato complessivamente a dodici anni e quattro mesi di reclusione per i delitti di duplice omicidio e tentato omicidio. I fatti risalgono al 2008 e maturarono durante un tentativo di rapina nella sua gioielleria di Catania.

Nel corso dell’assalto, il gioielliere reagì sparando e due dei rapinatori rimasero uccisi. Un terzo uomo fu invece ferito. Da quel momento si aprì un lungo percorso giudiziario che avrebbe portato alla condanna dell’orefice.

È una vicenda che, nel corso degli anni, ha suscitato attenzione e discussioni anche fuori dalle aule di tribunale. Da una parte, la figura del commerciante che si trova improvvisamente esposto alla violenza di una rapina e reagisce all’aggressione. Dall’altra, l’accertamento giudiziario delle responsabilità per la morte di due persone e per il ferimento di una terza.

La grazia presidenziale non riscrive quella storia giudiziaria e non equivale a un’assoluzione. È, per sua natura, un atto di clemenza individuale che interviene sulla pena, lasciando ferma la condanna.

La decisione di Mattarella

Nel caso di Gianni, il Capo dello Stato ha concesso una grazia parziale. La misura estingue tre anni e due mesi della pena detentiva.

Un elemento decisivo nell’iter del provvedimento è stato il parere favorevole espresso dal magistrato di sorveglianza. Il Quirinale ha inoltre considerato il periodo di detenzione già scontato dal gioielliere, pari a cinque anni e tre mesi.

Il risultato concreto è significativo: la pena residua scende sotto i quattro anni. Si apre così la possibilità, per il competente Tribunale di sorveglianza, di valutare l’eventuale applicazione dell’affidamento in prova al servizio sociale previsto dall’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario.

È importante sottolineare il termine «eventuale». La grazia non determina automaticamente l’affidamento in prova. Sarà infatti l’autorità giudiziaria competente a valutare se sussistano i presupposti per l’applicazione della misura alternativa.

Il provvedimento del Presidente, dunque, produce un effetto preciso sulla pena, ma non sostituisce il giudizio del Tribunale di sorveglianza sulle modalità con cui dovrà essere eventualmente eseguita la parte residua.

Che cosa significa la grazia

La decisione riporta al centro una prerogativa costituzionale spesso poco conosciuta nel suo funzionamento concreto. L’articolo 87 della Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di concedere la grazia e commutare le pene.

Non si tratta di un quarto grado di giudizio. La grazia non serve a stabilire se una persona sia colpevole o innocente e non cancella la sentenza pronunciata dalla magistratura. È uno strumento di clemenza che può intervenire sulla pena inflitta a una persona già condannata.

Nel caso di Gianni si tratta, inoltre, di una grazia parziale. Non viene quindi cancellata l’intera pena residua, ma una parte specifica della detenzione ancora da scontare.

La decisione assume un rilievo particolare proprio perché arriva dopo cinque anni e tre mesi già trascorsi in esecuzione della pena e dopo il parere favorevole del magistrato di sorveglianza.

Gli altri due provvedimenti

Il decreto relativo a Guido Gianni è uno dei tre firmati da Mattarella.

Il primo riguarda A. A., nato nel 1972 e condannato complessivamente a sette anni di reclusione per reati in materia di stupefacenti e per altri delitti. In questo caso la grazia riguarda la pena residua, pari a cinque anni, cinque mesi e dieci giorni.

Alla base della decisione ci sono stati i pareri favorevoli delle due autorità giudiziarie competenti e, soprattutto, le condizioni di salute del condannato, definite gravissime e irreversibili. Proprio per queste condizioni era già stato disposto da tempo il differimento dell’esecuzione della pena.

Il terzo decreto riguarda invece G. B., nato nel 1981 e condannato a dieci anni di reclusione per reati in materia di stupefacenti commessi tra il 2002 e il 2009.

Per lui la grazia è parziale e comporta l’estinzione di un anno e nove mesi della pena ancora da espiare.

Anche in questo caso il Presidente ha tenuto conto del parere favorevole del magistrato di sorveglianza. Nell’istruttoria è stato evidenziato il cambiamento intervenuto nella vita del condannato, che avrebbe intrapreso e consolidato un percorso di reinserimento sociale, lavorativo e familiare.

A incidere sulla valutazione sono state anche le condizioni di salute di una figlia minore.

Come per Gianni, la riduzione della pena porta il residuo entro il limite che permette al Tribunale di sorveglianza di valutare l’eventuale affidamento in prova ai servizi sociali.

Un atto di clemenza, non una cancellazione del passato

I tre provvedimenti raccontano tre situazioni profondamente diverse e spiegano anche la natura individuale della grazia presidenziale. Non esiste un’unica ragione per cui il Capo dello Stato possa decidere di intervenire sulla pena.

Nel primo caso pesano condizioni di salute estremamente gravi. Nel secondo, quello di Guido Gianni, assumono rilievo la particolare vicenda giudiziaria, la pena già espiata e il parere favorevole del magistrato di sorveglianza. Nel terzo, l’attenzione è rivolta soprattutto al percorso di reinserimento del condannato e alle condizioni familiari.

Il filo comune è rappresentato dall’esame individuale delle singole posizioni e dall’istruttoria che precede la decisione presidenziale.

Per Guido Gianni, in particolare, la grazia arriva a distanza di diciotto anni dai fatti che segnarono la sua vita e quella delle persone coinvolte nella rapina. Una storia iniziata dentro una gioielleria di Catania, durante un assalto, e proseguita per anni nelle aule giudiziarie e nell’esecuzione della pena.

Ora quella storia entra in una fase diversa. La condanna rimane, ma la pena viene ridotta. E con il residuo portato sotto i quattro anni, sarà il Tribunale di sorveglianza a stabilire se esistano le condizioni per una misura alternativa alla detenzione.

La decisione di Mattarella, dunque, non chiude il capitolo giudiziario di Guido Gianni. Ne modifica, però, in modo concreto il finale.

Carburanti, il governo prepara la carta delle accise mobili. Meloni: «Serve un price cap pienamente efficace»

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Il governo tiene aperta la porta a un nuovo intervento sul prezzo dei carburanti. Non è ancora una decisione, ma l’indicazione politica arrivata da Giorgia Meloni è netta: se la pressione sui prezzi dovesse tornare a farsi sentire, Palazzo Chigi è pronto a utilizzare gli strumenti già predisposti, a cominciare dal meccanismo delle accise mobili. E la partita si intreccia con quella, più ampia, che l’Italia sta conducendo a Bruxelles sul rapporto tra inflazione, conti pubblici e margini di manovra dei governi.

A Spalato, al termine del vertice Med9, la presidente del Consiglio ha indicato nella tenuta del price cap uno degli elementi decisivi per stabilire quale sarà la prossima mossa. «Posso auspicare che si possa pienamente ripristinare il cap», ha detto Meloni parlando del contenimento dei prezzi dei carburanti. Il governo, ha spiegato, dispone intanto di una riserva di circa 160 milioni di euro che potrebbe essere destinata a un nuovo intervento.

La questione, però, non è soltanto quanto denaro mettere sul tavolo. È soprattutto quando utilizzarlo.

Il meccanismo delle accise mobili, infatti, consente di utilizzare una parte delle maggiori entrate fiscali generate dall’aumento del prezzo dei carburanti per ridurre, attraverso un taglio delle accise, l’impatto dell’aumento alla pompa. È una sorta di cuscinetto fiscale: quando il prezzo sale e cresce anche il gettito Iva, una quota di quelle maggiori entrate può essere destinata a compensare, almeno in parte, l’aumento del costo per automobilisti e imprese.

«Per quello che riguarda il tema delle accise siamo sempre pronti ovviamente a intervenire di nuovo, particolarmente con il meccanismo delle accise mobili», ha spiegato Meloni. «Noi abbiamo perfezionato questo meccanismo per cui all’aumento del prezzo del carburante la maggiore Iva che entra viene messa da parte e utilizzata nel caso per riabbassare il prezzo tagliando le accise».

Al mese di settembre, ha aggiunto la premier, la disponibilità è di circa 160 milioni di euro. La scelta che l’esecutivo deve compiere è quindi strategica: utilizzare immediatamente quella somma per alleggerire il prezzo di benzina e gasolio oppure conservarla come riserva nel caso in cui le attuali misure di contenimento dovessero perdere efficacia.

«Ci stiamo interrogando se sia più efficace spendere queste risorse in questo momento nel quale comunque ci sono delle misure di contenimento o tenerle come provvista per quando quelle misure di contenimento dovessero terminare», ha detto Meloni, precisando che la decisione dipenderà anche «dalla tenuta del cap».

È qui che il tema delle accise si incrocia con quello del price cap. Il primo è uno strumento fiscale che consente allo Stato di attenuare l’aumento del prezzo finale. Il secondo agisce invece a monte, cercando di impedire che una fiammata delle quotazioni si trasformi in un aumento troppo rapido e pronunciato dei prezzi. Per il governo, dunque, utilizzare subito i 160 milioni potrebbe offrire un sollievo immediato, ma consumerebbe una risorsa che potrebbe rivelarsi preziosa nel caso di una nuova accelerazione.

La linea è stata ribadita anche alla luce della posizione dell’industria. Eni ha sottolineato che benzina e gasolio vengono mantenuti a «prezzi sostenibili» e che il price cap dovrebbe soprattutto rappresentare una protezione contro eventuali picchi. Una precisazione che sposta il baricentro della discussione: non tanto un intervento permanente sul prezzo dei carburanti, quanto uno strumento di emergenza da attivare quando la dinamica internazionale dell’energia produce aumenti particolarmente bruschi.

Per l’Italia, il problema resta delicato. Il prezzo alla pompa non dipende infatti esclusivamente dalle decisioni del governo. Incidono il costo internazionale del petrolio, i margini di raffinazione, il cambio euro-dollaro, la componente fiscale e, più in generale, l’andamento dei mercati energetici. È quindi possibile intervenire sulla componente fiscale, ma molto più difficile neutralizzare integralmente shock che arrivano dall’esterno.

La scelta sulle accise diventa così anche una questione di politica economica. Spendere oggi significa trasferire immediatamente una parte delle risorse disponibili a famiglie e imprese. Conservare la provvista significa invece scommettere sulla possibilità che in futuro il mercato richieda una risposta più incisiva. In entrambi i casi, la variabile decisiva resta l’andamento delle quotazioni energetiche.

La seconda partita: l’inflazione e i conti pubblici

Il dossier carburanti, tuttavia, è soltanto una parte di una discussione molto più ampia che Meloni ha portato anche sul tavolo europeo. L’Italia chiede maggiore flessibilità per affrontare gli effetti sui bilanci pubblici di un’inflazione più elevata rispetto a quella prevista quando i piani nazionali erano stati costruiti.

La premier ha parlato di un interesse crescente tra gli Stati membri, pur sottolineando che il confronto con Bruxelles è ancora lungo. «Mi pare ci sia interesse perché è una questione di buon senso, ovviamente», ha spiegato. Ma per arrivare a una soluzione, ha aggiunto, occorre costruire «una convergenza tra la Commissione, gli Stati membri, il Consiglio».

Il tema è stato discusso direttamente anche con Ursula von der Leyen. Meloni ha ricordato che la richiesta italiana non è isolata e che una posizione analoga è stata avanzata, tra gli altri, dalla Grecia.

Il punto sollevato da Roma riguarda una discrepanza che, con il passare del tempo, è diventata sempre più evidente: i bilanci pubblici e i programmi economici europei sono stati costruiti su determinate ipotesi di inflazione, ma l’inflazione effettivamente registrata è stata successivamente molto più elevata.

«Noi dobbiamo considerare che l’inflazione di oggi non è quella programmata tre anni fa», ha spiegato la presidente del Consiglio. Quando l’Europa ha approvato i piani nazionali, ha ricordato Meloni, l’inflazione programmata era intorno all’1,8 per cento. Uno scenario che, alla luce della successiva fiammata dei prezzi, si è rivelato molto distante dalla realtà.

La conseguenza non riguarda soltanto gli indicatori macroeconomici. Un’inflazione più alta produce infatti effetti automatici sulla spesa pubblica nei Paesi in cui esistono meccanismi di adeguamento collegati all’andamento dei prezzi.

È il caso dell’Italia, dove una serie di prestazioni e trasferimenti viene adeguata all’inflazione. Meloni ha citato esplicitamente le pensioni e l’assegno unico. Quando i prezzi crescono più del previsto, quindi, lo Stato si trova a sostenere costi maggiori rispetto a quelli incorporati nelle previsioni originarie.

Da qui la richiesta di Roma: tenere conto della distanza tra le ipotesi formulate al momento della programmazione e la realtà economica successivamente verificatasi.

La linea italiana tra sostegni e prudenza

Il filo che collega carburanti e inflazione è, in fondo, lo stesso. Da una parte c’è la necessità politica di evitare che l’aumento del costo dell’energia finisca per comprimere ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie e aumentare i costi delle imprese. Dall’altra c’è l’esigenza di non consumare troppo rapidamente le risorse pubbliche disponibili.

La strategia del governo sembra muoversi proprio lungo questa linea di equilibrio. Intervenire quando serve, ma senza bruciare in anticipo le munizioni finanziarie che potrebbero diventare necessarie in caso di un nuovo shock.

Per questo i 160 milioni delle accise mobili assumono un valore che va oltre la loro dimensione assoluta. Non si tratta di una cifra in grado di cambiare da sola la dinamica del mercato petrolifero, ma di una leva fiscale che consente al governo di reagire rapidamente a una nuova fiammata dei prezzi.

La vera incognita resta ora il mercato. Se il contenimento dei prezzi continuerà a funzionare, Palazzo Chigi potrebbe scegliere di conservare la dotazione. Se invece il price cap dovesse perdere efficacia e benzina e gasolio tornassero a salire sensibilmente, l’utilizzo delle accise mobili diventerebbe una delle prime opzioni sul tavolo.

«Vediamo che cosa accade nelle prossime ore», ha detto Meloni. Una frase che fotografa bene il momento: il governo non ha ancora deciso se aprire immediatamente il rubinetto delle risorse, ma non intende neppure rinunciare allo strumento.

La partita, del resto, non si gioca soltanto nelle stazioni di servizio. Si gioca sui mercati energetici, nei conti dello Stato e nei negoziati europei. E proprio la combinazione di questi tre fattori determinerà quanto spazio avrà l’esecutivo per intervenire nei prossimi mesi senza trasformare l’emergenza dei prezzi in un problema per i conti pubblici.