A cura di Gilberto Borzini
Dovremo scegliere tra Comodità e Libertà: tra la comodità dei dispositivi elettronici che “semplificano” la vita e la Libertà dal condizionamento e dal controllo esercitato dagli stessi dispositivi.
Il caso del giudice europeo a cui sono stati bloccati gli account e i conti correnti online a causa di provvedimenti ritenuti “terroristici” dagli algoritmi dell’AI statunitense impongono una riflessione che va al di là delle simpatie per l’operato individuale dei giudici o degli attivisti o di chiccessia. Il vero elemento di inquietudine è che la nostra libertà, vera o presunta che sia, viene definita e regolamentata da strumenti tecnologici perfettamente estranei alla competenza politica che possono decidere del nostro destino in base ad una parola letta, o meglio interpretata male, dall’algoritmo di turno.
Il fatto è che tutti i nostri dispositivi sono resi “utili” dai rispettivi software operativi che vengono concessi “in licenza” ai fruitori, rimanendo così di indiscussa proprietà dei rispettivi costruttori, i quali possono disporre del funzionamento, dell’attivazione o della disattivazione rispettando esclusivamente propri parametri decisionali, anche quando quei parametri cozzano con il buonsenso o con il dettato normativo di interi continenti come quello europeo.
Un baratro normativo
Negli scorsi anni nel saggio “Transumanesimo e Metaverso” osservavo come non vi fosse alcuna normativa nazionale o europea in grado di definire i limiti dell’azione del metaverso o la responsabilità giuridica rispetto ad eventuali danni prodotti dallo stesso, o meglio dall’esposizione prolungata al Metaverso, sulla psiche individuale. Che io sappia negli ultimi due o tre anni nulla è cambiato e se per caso un giovane finisce preda della sindrome di Hikikomori, purtroppo molto più diffusa di quanto non si creda, le problematiche psicologiche ricadono tuttora in capo alla famiglia del danneggiato come se l’ambiente dell’esistenza parallela e sociopatica offerta dal Metaverso non fosse in alcun modo responsabile del disagio psichico.
Fatto sta che chi produce software e applicazioni sembra vivere in un mondo parallelo in cui non valgono le leggi degli Stati ma solamente le disposizioni e le regole affermate dai costruttori: un universo parallelo in cui l’accettazione delle regole deve necessariamente coincidere con un’omologazione comportamentale che si fa beffe dei normali criteri della libertà individuale di pensiero e di parola costituzionalmente affermati.
Così il mondo virtuale assume autonomia normativa fino a trasformarsi in una sorta di “impero digitale” che si pretende superiore rispetto alle normative consolidate nel mondo reale, che si manifesta come “intoccabile” pena l’esilio dal proprio mondo per chi osa protestare, la “bannazione” temporanea o eterna, la sottrazione di account, la cessazione di siti web, la chiusura di conti correnti, la scomparsa di relazioni, il blocco degli accessi alla rete.
Tutto questo mentre gli stessi proprietari di software, ovvero di sistemi, fanno dei nostri dati personali il più ampio commercio utile alle profilazioni pubblicitarie, alle targettizzazioni dei contenutiin vista di ricche campagne promozionali.
Siamo di fronte ad un contesto in cui i cornuti, gli utilizzatori dei sistemi, sostengono e premiano chi gli mette le corna, i fornitori di sistemi, diffondendo e rinforzando con l’utilizzo la forza (e l’arroganza) dei sistemi stessi.
Davanti a questo paradosso l’intero entourage legislativo, in Europa, in Italia e forse ovunque, appare oltremodo silenzioso, forse obbligato al silenzio da forze sovranazionali che sfuggono alle normali regole commerciali.
Cosa resta della Libertà
Da sempre la Libertà è un puro concetto, una sorta di idealità più metafisica che pratica, e il Libero Arbitrio che alla Libertà rimanda è oggetto di secolari dibattiti e confabulazioni. Nel ventennio iniziale di questo secolo il concetto di libertà è passato dalla Partecipazione di impronta gaberiana al consumo di marca neoliberista: siamo liberi di consumare, e saremmo anche liberi di manifestare la nostra volontà di partecipazione alle scelte politiche nazionali se non fosse che quando proviamo a farlo c’è sempre qualche armato in piazza pronto a bastonarci. Se solo il “consenso” può manifestare è lecito domandarsi di quale Libertà disponiamo.
Ma consumare ci piace, ci piace sempre di più al punto da fare la fila per impossessarci del nuovissimo modello di “controllore personale” disponibile sul mercato, un pratico oggetto da tasca che sa sempre dove siamo, con chi parliamo, di cosa parliamo, che gusti abbiamo, cosa immaginiamo, dove stiamo andando e a fare cosa, con cui ci fotografiamo e filmiamo, i cui dispositivi integrati consentono o impediscono l’accesso alle nostre stesse risorse, con un nuovissimo concetto di Libertà che corrisponde all’obbedienza alle disposizioni del controllore elettronico da taschino o da borsetta, disponibile anche in versione pieghevole.
Optiamo allora, come cavie da laboratorio, a favore della comodità e a scapito della libertà così come nel recente passato abbiamo sacrificato la libertà in nome di un vago concetto di sicurezza, come se la libertà fosse ormai un peso, un onere gravoso, una materia troppo complicata e impegnativa per farcene carico.
E portiamo in tasca il nostro nemico, il nostro controllore personale.

