25 Ottobre 2026, domenica
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Napoli, neonato morto dopo il parto: arrestato ai domiciliari il primario. Sospesi tre sanitari

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Non si sarebbe fermata alla sala parto la vicenda giudiziaria sulla morte di un neonato avvenuta all’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia. Secondo l’ipotesi della Procura, le presunte responsabilità dei sanitari coinvolti non riguarderebbero soltanto la gestione del parto e delle complicazioni insorte nelle ore successive. Ci sarebbe anche un secondo capitolo, ancora più delicato: quello delle condotte che sarebbero state messe in atto dopo il decesso per ostacolare la ricostruzione dei fatti.

È su questo doppio fronte, quello della responsabilità sanitaria e quello del presunto tentativo di alterare la verità documentale e investigativa, che si concentra l’inchiesta della Procura di Torre Annunziata sulla morte di un bambino deceduto alla fine di marzo del 2024, poco più di un mese dopo la nascita.

Quattro sanitari sono stati raggiunti da misure cautelari disposte dal gip del Tribunale di Torre Annunziata su richiesta della Procura. Tra loro c’è anche il primario pro tempore del reparto di Ginecologia dell’ospedale, nei cui confronti sono stati disposti gli arresti domiciliari. Per altri due medici e per un’ostetrica è arrivata invece la sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per la durata di dodici mesi.

Le accuse, tutte da verificare nel corso del procedimento e sulle quali gli indagati potranno esercitare pienamente i propri diritti di difesa, sono particolarmente pesanti. Si va dalla responsabilità colposa per morte in ambito sanitario alla falsità materiale e ideologica in atto pubblico commessa da pubblico ufficiale, fino alla frode in processo penale e al depistaggio.

Il parto, le complicazioni e il ricovero in terapia intensiva

La vicenda comincia con la nascita del bambino, avvenuta circa un mese prima della sua morte. Il parto, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, sarebbe stato seguito da complicazioni tali da rendere necessario il ricovero immediato del neonato nel reparto di terapia intensiva.

Da quel momento si sarebbe aperta una fase clinica particolarmente complessa, conclusasi con il decesso del piccolo alla fine di marzo 2024.

È proprio sulle modalità con cui venne gestito il parto e sulle decisioni assunte nelle fasi immediatamente successive alla nascita che gli investigatori avrebbero concentrato una parte fondamentale degli accertamenti. L’obiettivo è ricostruire con precisione la sequenza degli eventi, stabilire quali condizioni presentasse il neonato e verificare se le condotte dei sanitari siano state coerenti con gli obblighi professionali e con i protocolli previsti in una situazione di emergenza.

Secondo la prospettazione accusatoria, dagli accertamenti sarebbero emersi elementi tali da configurare responsabilità colpose nella gestione sanitaria che avrebbe preceduto il decesso.

Ma l’inchiesta avrebbe fatto emergere anche un ulteriore livello di responsabilità, che non riguarda più soltanto ciò che sarebbe accaduto durante il parto.

La seconda parte dell’inchiesta: documenti e presunto depistaggio

È infatti sulle condotte successive che si concentra uno degli aspetti più delicati dell’indagine.

La Procura contesta ai quattro sanitari, a vario titolo, anche ipotesi di falsità e di frode in processo penale e depistaggio. In sostanza, secondo la ricostruzione degli inquirenti, dopo la morte del neonato sarebbero state poste in essere attività finalizzate a rendere più difficile l’accertamento delle eventuali responsabilità.

Il punto centrale dell’inchiesta è dunque capire se la documentazione sanitaria e gli altri elementi utili alla ricostruzione della vicenda siano stati correttamente formati e conservati oppure se, come sostiene l’accusa, siano intervenute modifiche, omissioni o alterazioni in grado di condizionare gli accertamenti.

È un passaggio giudiziariamente decisivo. In un’indagine per responsabilità sanitaria, infatti, la documentazione clinica rappresenta uno degli strumenti fondamentali per ricostruire tempi, decisioni e interventi. Eventuali manipolazioni, se dimostrate, potrebbero incidere non soltanto sulla posizione dei singoli sanitari, ma sulla stessa possibilità di ricostruire in modo attendibile ciò che è accaduto.

L’inchiesta della Guardia di finanza

A eseguire le misure cautelari sono stati i finanzieri del Gruppo di Torre Annunziata, nell’ambito dell’indagine coordinata dalla Procura.

L’ordinanza del gip fotografa, secondo l’impostazione investigativa, una vicenda nella quale il profilo sanitario e quello successivo della presunta alterazione degli elementi di prova sarebbero strettamente collegati.

La misura più grave è stata disposta nei confronti del primario pro tempore del reparto di Ginecologia, collocato agli arresti domiciliari. Per gli altri tre indagati, due medici e un’ostetrica, il giudice ha disposto invece l’interdizione dall’esercizio della professione per un anno.

La diversa intensità delle misure riflette le valutazioni cautelari compiute dal gip sulla posizione dei singoli indagati. Sarà ora il procedimento giudiziario a dover stabilire se le contestazioni formulate dalla Procura troveranno conferma nel corso delle successive fasi processuali.

Una vicenda che ora dovrà essere ricostruita in ogni dettaglio

L’inchiesta dovrà chiarire soprattutto una domanda: che cosa accadde realmente nelle ore del parto e nei momenti immediatamente successivi alla nascita?

Per rispondere, gli investigatori dovranno mettere in ordine una sequenza di eventi che comprende le condizioni cliniche del neonato, le decisioni assunte durante il parto, gli interventi effettuati dopo la nascita, il trasferimento in terapia intensiva e l’evoluzione del quadro clinico fino al decesso.

A questa ricostruzione si aggiunge ora quella relativa alla documentazione e alle condotte successive. Se le ipotesi di falsità e depistaggio venissero confermate, il caso assumerebbe una dimensione ulteriore rispetto a quella, già drammatica, della presunta responsabilità sanitaria.

Al momento, tuttavia, si tratta di contestazioni investigative e cautelari. L’adozione delle misure non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Saranno gli ulteriori accertamenti e, se necessario, il giudizio a stabilire le eventuali responsabilità individuali.

Resta sullo sfondo la vicenda più dolorosa: quella di un bambino nato con complicazioni, ricoverato immediatamente in terapia intensiva e morto poco più di un mese dopo. Ed è proprio dalla necessità di dare una risposta certa alla famiglia che l’indagine dovrà ora ricostruire, passo dopo passo, che cosa accadde davvero in quelle ore e se, oltre agli errori eventualmente commessi nell’assistenza, vi sia stato anche un tentativo di impedire che quegli errori venissero scoperti.

Ex Ilva, il governo riconvoca i sindacati a Palazzo Chigi: giovedì nuovo vertice sul futuro dell’acciaio italiano

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Il dossier ex Ilva torna ancora una volta al centro dell’agenda di Palazzo Chigi. Il governo ha convocato per giovedì 8 ottobre, alle 18.30, un nuovo incontro con i sindacati dei metalmeccanici per fare il punto sulla situazione degli stabilimenti e sulle prospettive industriali e occupazionali del gruppo. La convocazione è stata comunicata dalle organizzazioni sindacali.

Non è un appuntamento ordinario. La nuova riunione arriva in una fase particolarmente delicata per il più tormentato dossier industriale italiano, con il futuro del polo siderurgico di Taranto ancora appeso a un intreccio di decisioni giudiziarie, scelte industriali e misure di protezione del lavoro. Il confronto di giovedì si inserisce inoltre a pochi giorni da un passaggio giudiziario destinato ad avere un peso decisivo sulla vicenda: il 20 ottobre è infatti prevista l’udienza della Cassazione chiamata a esaminare il ricorso relativo al provvedimento che ha imposto lo spegnimento dell’area a caldo.

Un tavolo che torna a riunirsi nel momento più delicato

La convocazione di Palazzo Chigi arriva mentre la situazione produttiva dello stabilimento tarantino resta sotto pressione. Nei giorni scorsi i sindacati avevano chiesto chiarimenti urgenti sulle prospettive dell’impianto e, in particolare, sul futuro dell’area a caldo. A Taranto l’attenzione è concentrata anche sull’altoforno 2, indicato nelle settimane precedenti come l’unico ancora operativo, mentre sono circolate informazioni relative a un possibile abbassamento della carica e al conseguente progressivo arresto delle attività.

È questo il punto che rende il nuovo vertice particolarmente significativo: il confronto non riguarda soltanto la gestione dell’emergenza occupazionale, ma la possibilità stessa di mantenere una prospettiva industriale per il sito e per la filiera che ruota intorno all’acciaieria.

Il governo, nelle precedenti interlocuzioni con le organizzazioni sindacali, ha indicato una strategia fondata sulla prosecuzione della produzione siderurgica, sulla transizione verso un modello di produzione dell’acciaio più sostenibile e sul ricorso a forni elettrici alimentati con preridotto, oltre che sulla tutela dei lavoratori e sui progetti di reindustrializzazione dell’area di Taranto.

L’emergenza non riguarda soltanto Taranto

Il problema, ormai, supera ampiamente i confini dello stabilimento pugliese. La crisi dell’ex Ilva coinvolge direttamente l’indotto e, a cascata, una rete di imprese che dipende dalla continuità delle attività siderurgiche. Per questo il tema degli ammortizzatori sociali è diventato una delle questioni centrali del confronto tra governo e sindacati.

Già a settembre l’esecutivo aveva lavorato a un provvedimento destinato a offrire strumenti di tutela ai lavoratori dell’indotto, dopo le conseguenze della decisione giudiziaria sulla chiusura dell’area a caldo. L’obiettivo dichiarato era evitare che l’arresto delle attività produttive si traducesse immediatamente in una nuova ondata di licenziamenti.

Nel confronto del 16 settembre il governo aveva inoltre illustrato l’intenzione di introdurre un modello di cassa integrazione diverso da quello collegato alla cessazione definitiva dell’attività, proprio per accompagnare una fase considerata transitoria. I sindacati avevano indicato tra le priorità il blocco dei licenziamenti nell’indotto, garanzie per i lavoratori direttamente coinvolti e continuità produttiva.

La partita giudiziaria corre in parallelo

A rendere ancora più complesso il quadro è il calendario della giustizia. La Corte di Cassazione è chiamata a pronunciarsi il 20 ottobre sul ricorso relativo alla decisione della Corte d’Appello di Milano che ha disposto lo spegnimento dell’area a caldo. La Procura generale della Cassazione ha chiesto alle Sezioni unite di accogliere parzialmente i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria.

Secondo la requisitoria della Procura generale, la disciplina sull’amianto nei cowpers degli altiforni non stabilirebbe un obbligo autonomo di rimozione integrale entro il termine indicato dai precedenti provvedimenti. Sul fronte delle polveri sottili, invece, viene richiamata la necessità di verificare l’esistenza di un pericolo grave e rilevante alla luce anche delle valutazioni sanitarie più recenti. Si tratta di argomenti destinati a pesare sul quadro giudiziario della vicenda, ma la decisione finale spetterà naturalmente alla Cassazione.

Nel frattempo, il Parlamento sta esaminando il decreto dedicato all’ex Ilva, che punta a intervenire sugli ostacoli normativi e ambientali per consentire la continuità produttiva. Il provvedimento dovrà essere convertito entro il 27 ottobre, appena una settimana dopo l’udienza della Cassazione.

Il tempo stringe per una soluzione industriale

È proprio questa sovrapposizione di scadenze a spiegare il peso politico e industriale del vertice dell’8 ottobre. Il governo si trova davanti a una finestra temporale stretta: da una parte deve gestire gli effetti immediati della crisi sull’occupazione, dall’altra deve mantenere aperta una prospettiva industriale credibile per gli impianti.

Sul tavolo c’è anche il futuro assetto proprietario. Nelle settimane scorse era emersa la possibilità di un’offerta da parte di una cordata italiana, inizialmente orientata soprattutto sull’area a freddo dello stabilimento. Il governo ha più volte ribadito la disponibilità a sostenere gli operatori interessati, ma la partita resta legata alla presentazione concreta delle offerte e alla definizione di un progetto industriale sostenibile.

La questione, dunque, non è soltanto decidere come attraversare l’emergenza. È capire se e come l’ex Ilva possa arrivare dall’altra parte della crisi conservando una capacità produttiva significativa, un’occupazione stabile e un ruolo nella siderurgia nazionale.

Il nodo dell’acciaio resta aperto

L’appuntamento di giovedì arriva così in una fase in cui ogni soluzione appare legata alle altre. La decisione giudiziaria condiziona la produzione, la produzione condiziona il lavoro dell’indotto, il lavoro richiede strumenti di tutela e gli strumenti di tutela devono essere accompagnati da un progetto industriale capace di dare una prospettiva agli stabilimenti.

È la ragione per cui il nuovo incontro di Palazzo Chigi assume un significato che va oltre la semplice gestione di una vertenza sindacale. Attorno all’ex Ilva si confrontano infatti tre esigenze difficili da separare: la tutela dell’ambiente e della salute, la difesa dell’occupazione e la necessità di mantenere in Italia una grande capacità siderurgica.

Giovedì, alle 18.30, governo e sindacati torneranno dunque allo stesso tavolo. L’obiettivo immediato sarà fare il punto sulla situazione. Quello più difficile sarà capire quale margine rimanga per trasformare una lunga sequenza di emergenze in un percorso industriale definito.

Per l’ex Ilva, ancora una volta, il calendario corre più velocemente delle soluzioni.

Robert Kelker-Kelly, addio alla star delle soap: da Bo Brady a Stavros Cassadine

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È morto Robert Kelker-Kelly, attore americano che per anni ha rappresentato uno dei volti più familiari della televisione seriale statunitense. L’interprete, conosciuto soprattutto dal pubblico delle soap opera, è stato trovato senza vita nella sua abitazione in Missouri. Aveva costruito la propria carriera attraverso alcuni dei titoli più popolari del daytime americano, dando vita a personaggi diventati riconoscibili per milioni di spettatori.

La notizia della morte ha rapidamente attraversato il mondo della televisione statunitense, riportando l’attenzione su una carriera sviluppatasi quasi interamente nel territorio delle soap, un genere che negli Stati Uniti ha rappresentato per decenni una vera e propria istituzione televisiva.

A confermare il decesso è stato il medico legale. Secondo le informazioni rese note dalle autorità intervenute nell’abitazione, la richiesta di soccorso era partita per un uomo in arresto cardiaco. Non è tuttavia stato reso noto se quell’episodio sia direttamente riconducibile alla causa della morte. Al momento non sono state diffuse ulteriori informazioni ufficiali sulle circostanze del decesso.

Il volto di Bo Brady

Per Robert Kelker-Kelly, la consacrazione arrivò con Il tempo della nostra vita, titolo originale Days of Our Lives, una delle soap opera più longeve e conosciute della televisione americana.

Tra il 1992 e il 1995 interpretò Bo Brady, personaggio che aveva già una precisa identità nell’immaginario degli spettatori grazie all’interpretazione di Peter Reckell. Kelker-Kelly raccolse dunque un’eredità importante, entrando in una storia televisiva già profondamente radicata nel pubblico.

Il suo passaggio nella soap non fu però una semplice parentesi professionale. L’interpretazione gli consentì di affermarsi come uno dei protagonisti del daytime televisivo dell’epoca e gli valse nel 1994 un Soap Opera Digest Award come miglior attore protagonista.

Un riconoscimento che racconta anche il peso che le soap avevano allora nel panorama dell’intrattenimento americano. Il successo di un personaggio non si misurava soltanto attraverso gli ascolti, ma anche attraverso il rapporto costruito quotidianamente con il pubblico, episodio dopo episodio, in una forma di televisione capace di trasformare gli attori in presenze familiari.

Nel 1995 arrivò inoltre un altro riconoscimento, questa volta condiviso con Lisa Rinna. I due furono premiati come coppia più sexy per la storia dei rispettivi personaggi, confermando la popolarità raggiunta durante la loro esperienza nella soap.

Dagli esordi in televisione a Another World

La carriera di Robert Kelker-Kelly era iniziata diversi anni prima. Nel 1987 l’attore era entrato nel cast di Another World, soap conosciuta in Italia con il titolo Destini, interpretando Sam Fowler.

Era l’inizio di un percorso strettamente legato al mondo della serialità televisiva, un ambiente nel quale Kelker-Kelly avrebbe trovato negli anni una delle principali dimensioni della propria carriera.

Another World rappresentava già allora uno degli appuntamenti storici della televisione americana. Entrare nel cast di una produzione di questo tipo significava confrontarsi con un sistema narrativo molto particolare, costruito su personaggi destinati a evolversi nel tempo e su trame capaci di intrecciarsi per anni.

Per un interprete, il lavoro nelle soap richiede una continuità e una familiarità con il personaggio molto diverse da quelle del cinema tradizionale. I tempi di produzione sono serrati, la quantità di materiale da girare è elevata e il rapporto con il pubblico si costruisce attraverso una presenza costante.

Kelker-Kelly seppe muoversi proprio in questo territorio.

Dopo l’esperienza ne Il tempo della nostra vita, tornò infatti a Another World, questa volta nel ruolo di Shane Roberts. Un ritorno che testimonia quanto la soap sia stata una componente centrale del suo percorso professionale.

Da Bo Brady a Stavros Cassadine

Se Bo Brady fu il personaggio che gli garantì una particolare popolarità, per una parte del pubblico internazionale il nome di Robert Kelker-Kelly è rimasto soprattutto associato a General Hospital.

Nella celebre soap interpretò Stavros Cassadine, entrando nell’universo narrativo della famiglia Cassadine, una delle dinastie più note e complesse della storia della serie.

È proprio attraverso Stavros Cassadine che Kelker-Kelly riuscì a raggiungere anche il pubblico italiano appassionato di General Hospital. Il personaggio apparteneva a una delle linee narrative più articolate della soap e consentì all’attore di confrontarsi con un ruolo molto distante da quello che lo aveva reso popolare in precedenza.

La sua carriera può così essere letta anche attraverso la successione di personaggi differenti, ma accomunati dalla capacità delle soap di costruire figure narrative destinate a rimanere a lungo nella memoria degli spettatori.

Una carriera costruita nel cuore del daytime americano

La parabola professionale di Robert Kelker-Kelly è legata a un’epoca nella quale le soap opera occupavano uno spazio centrale nella televisione americana. Per decenni, produzioni come Another World, Days of Our Lives e General Hospital hanno accompagnato quotidianamente intere generazioni di spettatori, trasformando le vicende dei loro protagonisti in appuntamenti familiari.

È anche in questo contesto che va collocato il percorso dell’attore.

Kelker-Kelly non è stato soltanto il volto di alcuni personaggi particolarmente popolari. È stato un interprete profondamente legato a un genere televisivo che richiede agli attori una particolare capacità di sostenere nel tempo personaggi complessi, attraversando cambiamenti, svolte narrative e continui rilanci delle storie.

Il suo nome resta quindi legato a una stagione importante della televisione americana e a due produzioni che hanno avuto un ruolo significativo nella storia delle soap opera.

Da Bo Brady a Stavros Cassadine, Robert Kelker-Kelly ha attraversato due universi narrativi differenti, lasciando una traccia soprattutto nel pubblico che per anni ha seguito quotidianamente le sue interpretazioni.

La sua morte chiude una carriera costruita lontano dai riflettori del grande cinema, ma dentro uno dei sistemi narrativi più popolari e longevi della televisione americana. Un percorso fatto di personaggi, ritorni e nuove identità televisive, nel quale il rapporto con il pubblico è sempre stato il centro del mestiere.

E proprio quel pubblico, negli Stati Uniti e anche oltre i confini americani, oggi saluta uno dei volti che hanno contribuito a dare un’identità alle soap opera degli anni Novanta.

Riso Amaro per il Made in Italy: La crisi del riso e la sfida ambientale. Il Nord Italia davanti a un bivio che riguarda acqua, clima ed economia

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A cura di Gilberto Borzini

Ne scrivemmo prima della scorsa edizione di Risò, il festival vercellese del riso inaugurato in pompa magna dalla Presidente del Consiglio, e oggi anche il “giornalone” torinese riprende il concetto da noi esposto: coltivare il riso costa sempre di più e rende sempre meno, al punto da dover ripensare il modello agricolo padano e, più in generale, quello del Made in Italy.

Banalmente il riso italiano, prodotto che si vuole di eccellenza alimentare, trova sempre più difficoltà di vendita nei mercati mondiali dei cereali e costa sempre di più: a fronte di un crollo dei prezzi in un mercato soggetto alle sovraproduzioni orientali e sudamericane a cui si vanno affiancando rapidamente anche quelle africane, i costi di produzione crescono a vista d’occhio tra gasoli rincarati e fertilizzanti introvabili, al punto che non pochi coltivatori si dichiarano disposti a seminare solo a fronte di precontratti di vendita confermati.

Ambiente e risorse

Alle condizioni economiche di criticità risicola si aggiungono considerazioni ambientali significative: la scarsità idrica e le condizioni conclamate del cambiamento climatico hanno prosciugato i ghiacciai e i nevai alpini che storicamente alimentano i fiumi in pianura, mentre sul versante delle colture venete le dinamiche della risalita dell’acqua di mare nel delta del Po si vanno definendo in forma drammatica se non catastrofica.

In più non è superfluo indicare come la risorsa idrica intercettata da un acoltura particolarmente idrovora come quella del riso sottrae disponibilità ai centri abitati di prossimità le cui falde acquifere non sono affatto brillanti.

In pratica i coltivatori, da sempre, privatizzano il bene comune (acqua) e i ricavi economici, mentre al territorio non lasciano che le briciole come, nel caso dei risaioli, le modestissime condizioni economiche dei collaboratori, e al riguardo si ricorda che le 8 ore lavorative furono la prima grande conquista sindacale ottenuta dalle mondine piemontesi retribuite, al tempo, con 82 centesimi al giorno.

Siamo allora di fronte a una monocoltura i cui benefici sono riservati a pochissimi e che poco o nulla redistribuisce al territorio, generando inoltre possibili criticità nella disponibilità idrica degli abitati.

Elementi della crisi

Pchi giorni addietro sulle colonne de La Notte Online indicavamo come i cambiamenti nelle abitudini di consumo della Generazione Z  stiano generando serie difficoltà ad alcune linee di produzione caratteristiche di quel vasto argomento chiamato “Made in Italy”: il crollo delle vendite di vino, Prosecco escluso, riguarda soprattutto i vini più “pesanti”, i grandi rossi toscani e piemontesi, accompagnano un drastico calo delle vendite delle grandi firme della moda e, anche a causa dei dazi statunitensi, un altrettanto significativo crollo dell’export alimentare di alta gamma.

Nel suo piccolo il riso italiano non gode di popolarità essendo troppo lungo da cuocere, troppo ricco di amidi per preparati che non siano il “risotto” e, soprattutto, non venduto in confezioni “apri e mangia” per una generazione che, cresciuta a Mac-Qualcosa e Ordini online, con la cucina e il gusto ha una relazione fortemente conflittuale.

Si noti infine che il consumo di riso nel mondo è in crescita, ma sono proprio le caratteristiche della produzione nazionale, oltre ai suoi prezzi, a renderla meno appetibile rispetto a concorrenze più versatili e meno onerose, al punto che una delle maggiori imprese piemontesi del settore ha avviato con la Repubblica del Congo un accordo di produzione, voltando così le spalle piuttosto platealmente alla produzione locale.

Ripensare il Made in Italy

Nel territorio piemontese del riso è in corso una pressante battaglia tra conservatori e innovatori dove i primi non desiderano si definisca alcun cambiamento mentre i secondi premono per una conversione agrovoltaica dei terreni.

Mentre la vicina Lombardia reclama a grandissima voce energia a buon mercato e in alta disponibilità, la conversione dei terreni risicoli in agrovoltaici apporterebbe un significativo fenomeno economico, magari partecipato dalle aziende pubbliche del settore con benefici a ricaduta per i residenti tutti, la politica regionale piemontese non sembra particolarmente orientata a sostenere il cambiamento imponendo importanti limiti di consumo di suolo: l’installazione di impianti in aree agricole è consentita entro un massimo dello 0,8% della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) a livello regionale e del 2% per singolo comune (che sale al 3% per le configurazioni di autoconsumo o Comunità Energetiche Rinnovabili). Nel complesso le norme approvate dalla Regione Piemonte mirano a evitare la perdita di terreni fertili privilegiando tetti, parcheggi, cave dismesse e aree industriali, e ammettendo l’agrivoltaico solo se preserva la continuità della produzione agricola e pastorale.

Ripensare il modello produttivo

Una politica miope, ad avviso di chi scrive, quella espressa dalla Regione Piemonte che così facendo limita lo sviluppo economico territoriale ancorandolo a modelli di coltivazione oggi in evidente difficoltà commerciale.

Ma ampliando lo sguardo dobbiamo domandarci: se nel vercellese l’economia del riso è in calo che dire del tessile biellese, del vinicolo astigiano e dell’industria torinese?

La stessa domanda deve però essere posta in tutte le Regioni in cui le economie originarie sembrano essere poste in crisi dai cambiamenti, importanti e significativi, in corso sia nella dinamica ambientale e sia, soprattutto, nelle forme di approvvigionamento e acquisto.

Si tratta di una crisi strutturale avviata con le “quote latte” nei lontani anni ’80 e andata via via crescendo, ampliandosi e diversificandosi coinvolgendo sempre maggiori ambiti produttivi in un panorama che non tiene ancora conto dell’eventuale ingresso dell’Ucraina nella UE, quando la maggioranza dei contributi agrari saranno catalizzati dall’immensa e “povera” campagna orientale a scapito dei coltivatori oggi attivi nella UE.

Davanti a questo scenario è davvero urgente individuare nuovi e diversi modelli economici per i nostri territori insieme a nuove e significative produzioni agricole capaci di soddisfare le attese dei mercati di consumo senza alterare la pressione ambientale.

É una sfida complessa che temiamo l’attuale esecutivo non sia in grado di poter raccogliere.

Inchiesta su Cva, la Procura di Palermo indaga su presunte tangenti per autorizzazioni ambientali

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La Compagnia valdostana delle acque, una delle principali partecipate pubbliche della Valle d’Aosta, è coinvolta in un’inchiesta della Procura di Palermo che ipotizza un sistema di corruzione legato alle autorizzazioni ambientali in Sicilia. L’indagine, ancora in fase preliminare, ruota attorno a un contratto di consulenza che avrebbe dovuto facilitare il percorso autorizzativo di alcuni progetti energetici del gruppo Cva e della controllata Cva Eos.

Secondo gli investigatori, la consulenza affidata all’avvocato Pierluigi Matta potrebbe essere stata solo una copertura. L’incarico, del valore di almeno centocinquanta mila euro, sarebbe stato utilizzato per trasferire parte dei compensi in contanti a Gaetano Armao, all’epoca presidente della Commissione tecnica specialistica della Regione Siciliana e figura di rilievo della politica regionale. In cambio, Armao avrebbe garantito un trattamento favorevole nelle valutazioni di impatto ambientale e nelle verifiche sul rispetto delle prescrizioni richieste per gli impianti energetici.

La ricostruzione della Procura delinea un meccanismo che, se confermato, metterebbe in discussione la trasparenza dei processi autorizzativi e il ruolo di una partecipata pubblica che opera in un settore strategico come quello dell’energia idroelettrica e rinnovabile. Le verifiche riguardano non solo i flussi finanziari, ma anche la natura delle attività svolte dal consulente e la reale necessità dell’incarico.

Il caso ha immediatamente suscitato reazioni politiche. Elisa Pirro, senatrice e coordinatrice regionale del Movimento 5 Stelle in Valle d’Aosta, ha espresso forte preoccupazione per quanto sta emergendo. Ha chiesto che venga fatta piena luce sulle attività di Cva in Sicilia e sulle modalità con cui venivano gestite le pratiche della principale partecipata regionale. Anche il Movimento 5 Stelle siciliano ha criticato la mancanza di trasparenza nei processi autorizzativi, sottolineando la necessità di garantire procedure chiare e controlli rigorosi.

L’inchiesta si concentra su un nodo cruciale: il rapporto tra pubblico e privato nella gestione delle autorizzazioni ambientali. Le valutazioni di impatto e le verifiche sulle prescrizioni sono passaggi decisivi per qualsiasi progetto energetico, e la loro integrità è essenziale per tutelare il territorio e la credibilità delle istituzioni. Se le ipotesi della Procura dovessero trovare conferma, il caso potrebbe aprire un fronte delicato per la Valle d’Aosta, che considera Cva un pilastro della propria economia e della propria strategia energetica.

La Procura di Palermo prosegue gli accertamenti, mentre la politica chiede chiarezza e responsabilità. La vicenda, ancora in evoluzione, mette in evidenza quanto sia fragile il confine tra consulenza legittima e interferenza indebita, e quanto sia necessario vigilare affinché le partecipate pubbliche operino con trasparenza e nel pieno rispetto delle regole.

Il Pd rilancia l’allarme sui diritti e sulle tutele sociali. Dalle aggressioni omofobe alla crisi abitativa, un fronte politico che chiede risposte

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La giornata politica del Partito Democratico si è intrecciata con quattro vicende diverse, ma unite da un filo comune: la richiesta di colmare vuoti normativi e di affrontare questioni che incidono sulla vita quotidiana delle persone. Dalle aggressioni omofobe alla crisi abitativa, fino alla morte di un operaio a Caivano, il Pd ha scelto di mettere al centro una serie di temi che, pur lontani tra loro, compongono un quadro di fragilità sociale che chiede risposte.

Crimini d’odio, Zan: “Non è solo violenza, è odio. E la legge deve riconoscerlo”

Alessandro Zan è tornato a parlare di omotransfobia dopo la decisione della magistratura sul caso di Stephano e Matteo, la coppia aggredita a Roma durante il Capodanno 2025. Uno dei responsabili è stato rinviato a giudizio, mentre gli altri due saranno affidati alla messa alla prova. Per Zan, il punto non è solo la condanna, ma ciò che manca: l’aggravante legata all’orientamento sessuale, che l’ordinamento italiano non contempla.

Zan ha ricordato che la violenza contro persone LGBT non è una violenza generica, perché il movente è parte integrante del reato. Senza una norma specifica, sostiene, l’odio non viene riconosciuto né nominato. La bocciatura del ddl Zan nel 2021 ha lasciato un vuoto che continua a produrre conseguenze concrete. Da qui la richiesta di una legge che includa orientamento sessuale e identità di genere tra i crimini d’odio, per prevenire e contrastare una violenza che, secondo il Pd, non può essere trattata come un’aggressione qualunque.

Bonafoni: “La politica deve colmare il vuoto normativo. Non può farlo la magistratura”

Sulla stessa vicenda è intervenuta Marta Bonafoni, che ha ribadito come il mancato riconoscimento dell’aggravante sia il risultato di una lacuna legislativa. Per Bonafoni, non è compito dei giudici supplire alle mancanze del Parlamento. La tutela delle persone LGBT, afferma, non è un tema astratto, ma riguarda la protezione concreta di chi subisce violenza e discriminazione.

Bonafoni ha ricordato la mobilitazione che accompagnò la coppia dopo l’aggressione, sottolineando che la solidarietà civile non basta se non è accompagnata da strumenti giuridici adeguati. La politica, sostiene, deve assumersi la responsabilità di costruire una legge che riconosca e punisca i crimini d’odio.

Majorino: “La casa è un diritto. Serve un piano nazionale, non annunci irrealizzabili”

Pierfrancesco Majorino ha spostato l’attenzione su un’altra emergenza: la questione abitativa. Per il responsabile Pd sul diritto alla casa, la situazione è diventata insostenibile. I prezzi degli affitti crescono, le case popolari vuote restano inutilizzate, i Comuni non hanno strumenti per affrontare la pressione del mercato.

Majorino propone un piano nazionale che preveda investimenti significativi, almeno quattro miliardi come primo passo, il recupero di centomila alloggi pubblici inutilizzati, misure per sostenere gli affitti e interventi urbanistici per favorire la rigenerazione e la costruzione di abitazioni a basso costo. Critica le misure annunciate dal governo, giudicate inattuate e insufficienti, e richiama l’urgenza di una strategia strutturale che restituisca dignità al diritto alla casa.

Ruotolo: “Verità e giustizia per Salvatore Calignano. Le morti sul lavoro non sono fatalità”

L’ultimo intervento arriva da Sandro Ruotolo, che commenta la morte di Salvatore Calignano, l’operaio di 61 anni trovato agonizzante a Caivano. L’inchiesta della Procura di Napoli Nord sta accertando le cause del decesso, compreso il rispetto delle norme di sicurezza. Ruotolo sottolinea la gravità della vicenda e chiede che venga fatta piena luce su ciò che è accaduto.

Per l’europarlamentare Pd, la morte di un lavoratore non può essere trattata come un incidente inevitabile. Ruotolo rilancia due proposte: introdurre nel codice penale il reato di omicidio sul lavoro e istituire una Procura nazionale del lavoro, dotata di competenze specifiche per indagare incidenti mortali, sfruttamento e violazioni dei diritti dei lavoratori. La tragedia di Caivano, sostiene, deve diventare un punto di non ritorno.

Un filo comune: diritti, tutele, responsabilità

Le quattro prese di posizione delineano un’agenda politica che punta a riportare al centro diritti civili, sicurezza sociale e dignità del lavoro. Il Pd chiede nuove leggi, investimenti e strumenti di tutela, denunciando vuoti normativi e scelte governative ritenute insufficienti. È un mosaico di emergenze che attraversano il Paese e che, nelle parole dei dirigenti dem, non possono essere affrontate con interventi episodici.

Se vuoi, posso trasformare questo articolo in un editoriale, un approfondimento tematico o una versione più narrativa.

Sinner si ferma per il ginocchio. La stagione si chiude con Wimbledon e lo sguardo corre già al 2027

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Jannik Sinner ha deciso di fermarsi. Dopo mesi vissuti tra trionfi, dolore e interrogativi, il campione altoatesino ha scelto la strada della cautela per proteggere il ginocchio destro, un problema che lo accompagna da oltre tre mesi e che ha richiesto valutazioni approfondite con il suo staff medico. La stagione 2026 si chiude così con la vittoria più luminosa, quella di Wimbledon del 12 luglio, ma anche con la consapevolezza che per restare al vertice serve ascoltare il proprio corpo e programmare il futuro con lucidità.

Il messaggio diffuso sui social da Sinner ha la sincerità delle decisioni difficili. Ha spiegato che il ginocchio necessita di terapie mirate e che il percorso di recupero impone uno stop immediato. Ha ricordato le emozioni vissute nelle ultime stagioni, in particolare a Torino, dove le ATP Finals gli hanno regalato momenti indimenticabili. Quest’anno, però, la priorità è diversa. La prospettiva non è più il prossimo torneo, ma la longevità della carriera. Sinner ha promesso di fare tutto il possibile per tornare al cento per cento e ha ringraziato i tifosi per il sostegno, con un saluto che ha il sapore di un arrivederci.

La scelta nasce da una valutazione medica precisa. Il ginocchio presenta un’infiammazione che non può essere ignorata e che richiede un trattamento conservativo, senza interventi invasivi. Il suo team ha stabilito che questo è il momento giusto per intervenire, così da garantire un recupero completo prima dell’inizio della preparazione per il 2027. Una decisione che riflette maturità e visione, qualità che Sinner ha dimostrato non solo in campo ma anche nella gestione della propria crescita sportiva.

Il rientro è fissato per gli Australian Open del 2027, il primo grande appuntamento della nuova stagione. Sarà il punto di ripartenza di un percorso che Sinner vuole affrontare con rinnovata energia, dopo aver messo al sicuro la salute del ginocchio e la solidità del suo gioco. Nel frattempo, il tennis mondiale dovrà abituarsi a un finale di stagione senza il suo numero uno, un’assenza che pesa ma che testimonia quanto sia cambiata la mentalità dei grandi campioni: vincere è importante, ma saper scegliere quando fermarsi lo è ancora di più.

La pausa di Sinner apre una parentesi di riflessione sul rapporto tra performance e prevenzione, un tema sempre più centrale nello sport contemporaneo. La sua decisione, ponderata e coraggiosa, diventa così un messaggio per l’intero movimento: la carriera di un atleta non si misura solo nei trofei, ma anche nella capacità di proteggere il proprio futuro.

Droni su Mosca e tensioni nel Mar Nero. La notte che riaccende la pressione sulla guerra

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La notte tra il 5 e il 6 ottobre ha segnato uno dei momenti più intensi degli ultimi mesi nel conflitto tra Russia e Ucraina. Una serie di droni lanciati da Kiev ha raggiunto la regione di Mosca, colpendo un impianto petrolifero considerato strategico per la rete energetica russa. L’attacco, descritto dai media di Mosca come il più massiccio degli ultimi due anni, ha provocato una vittima e ha riacceso l’allerta nella capitale.

Secondo le ricostruzioni circolate sui canali di monitoraggio, uno dei droni ha raggiunto il Centro di produzione e dispacciamento lineare di Volodarsk, nei pressi del villaggio di Konstantinovo. L’impianto è parte di una rete che gestisce flussi e infrastrutture petrolifere nell’area metropolitana. Il raid ha confermato la capacità ucraina di colpire obiettivi sensibili a centinaia di chilometri dal fronte, una strategia che negli ultimi mesi si è intensificata con l’obiettivo di mettere pressione sulle retrovie russe.

La risposta di Mosca non si è fatta attendere. A Zaporizhia, nella parte meridionale dell’Ucraina, un attacco russo ha danneggiato il ponte sul fiume Dnipro, bloccando il traffico e ferendo cinque persone. Tra i feriti figurano due operatori della Croce Rossa che si stavano recando al lavoro. Il ponte è una delle infrastrutture cruciali per i collegamenti civili e militari della regione, già teatro di scontri e bombardamenti fin dall’inizio dell’invasione.

La tensione si è estesa anche oltre i confini ucraini. In Romania, il sistema radar del ministero della Difesa ha rilevato due oggetti volanti nello spazio aereo ucraino, vicino al confine. L’allerta ha portato al decollo di due caccia F‑18 dalla base di Mihail Kogălniceanu, nell’ambito delle missioni di sorveglianza aerea condotte dalla forza multinazionale presente nel Paese. Nella contea di Tulcea è stata diramata un’allerta per un possibile attacco, durata circa un’ora. Le autorità romene hanno poi chiarito che nessun drone ha violato lo spazio aereo nazionale.

La sequenza di eventi della notte mostra un conflitto che continua a espandersi in profondità, coinvolgendo infrastrutture critiche, territori lontani dal fronte e Paesi confinanti. La guerra entra così in una fase in cui la dimensione tecnologica, la capacità di colpire a distanza e la reazione delle difese aeree diventano elementi centrali. Un equilibrio fragile che, ogni notte, può essere rimesso in discussione.

Addio a Jeffrey Archer, il narratore che trasformò la vita in romanzo

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Jeffrey Archer si è spento a 86 anni, nella quiete della sua abitazione londinese, mentre lavorava a una delle sue instancabili sessioni di scrittura. La notizia della morte del celebre autore britannico chiude una stagione narrativa che ha segnato profondamente la letteratura popolare internazionale. Archer è stato uno dei romanzieri più letti al mondo, capace di vendere oltre 300 milioni di copie e di costruire saghe familiari che hanno accompagnato milioni di lettori per decenni.

La sua produzione ha attraversato epoche e generi, dai romanzi storici alle epopee familiari, dalle trame politiche ai racconti brevi. Opere come Caino e Abele e la Saga dei Clifton hanno consolidato la sua fama di narratore instancabile, dotato di un ritmo avvincente e di una capacità rara di intrecciare destini, ambizioni e cadute. Archer ha sempre rivendicato un rapporto diretto con il pubblico, considerato il vero motore della sua scrittura.

La sua vita, però, non è stata solo letteratura. Prima di diventare un autore di fama mondiale, Archer fu parlamentare conservatore e figura di spicco della politica britannica. La sua carriera istituzionale venne bruscamente interrotta nel 2001, quando fu condannato per falsa testimonianza in un processo legato a una causa per diffamazione risalente agli anni Ottanta. Dopo la detenzione, tornò alla Camera dei Lord, dove rimase fino al ritiro nel 2024. Una parabola complessa, che ha alimentato la percezione di Archer come personaggio larger than life, sempre sospeso tra successo e controversia.

La sua casa editrice ha annunciato che il suo ultimo romanzo, Adamo ed Eva, uscirà questa settimana. Un’uscita che assume ora il valore di un commiato letterario, l’ultimo capitolo di una carriera che ha attraversato mezzo secolo e che ha trasformato Archer in un simbolo della narrativa popolare anglosassone.

Con la sua scomparsa, il Regno Unito perde un autore che ha saputo unire intrattenimento e ambizione, scandalo e disciplina, vita pubblica e immaginazione. Un narratore che ha scritto fino all’ultimo giorno, fedele a un mestiere che per lui era più di una professione: era una vocazione.

La Francia torna in piazza. Studenti e sindacati guidano l’“Atto III” delle proteste

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La Francia si prepara a una nuova giornata di mobilitazione studentesca, la terza in una settimana segnata da tensioni e cortei sempre più partecipati. Martedì, a Parigi, sono attese circa trentamila persone per una manifestazione che il movimento ha ribattezzato “Atto III”, segno di una protesta che non intende esaurirsi e che continua ad attrarre nuove adesioni.

Il corteo partirà nel primo pomeriggio da Place de la République e raggiungerà Place de la Nation, attraversando uno dei percorsi simbolo delle grandi mobilitazioni francesi. Accanto agli studenti ci saranno anche i sindacati, che hanno deciso di sostenere apertamente la protesta. In particolare, un’ampia alleanza del settore dell’istruzione, composta da sigle storiche come FSU, CGT, FO, CFDT, Unsa, Sud e Solidaires, ha invitato i propri iscritti a unirsi alle manifestazioni.

La mobilitazione non si limita alla capitale. Cortei sono previsti in molte città francesi, da Rennes a Marseille, da Toulouse a Lille, passando per Brest, Nancy, Montpellier, Besançon e Perpignan. Una geografia ampia che conferma la capacità del movimento studentesco di trasformarsi in un fenomeno nazionale, capace di coinvolgere territori diversi e categorie differenti.

Il governo osserva con attenzione. Il premier Sébastien Lecornu ha rivolto un appello alla calma, chiedendo che la giornata si svolga in modo pacifico. Le violenze dei giorni scorsi hanno infatti alimentato timori di nuove tensioni, e l’esecutivo punta a evitare un’escalation che potrebbe complicare ulteriormente il quadro politico e sociale.

La protesta studentesca, sostenuta da una parte significativa del mondo sindacale, si sta trasformando in un banco di prova per il governo. La capacità di gestire la piazza, ascoltare le rivendicazioni e mantenere l’ordine pubblico sarà decisiva per capire quale direzione prenderà un autunno che, in Francia, si annuncia già particolarmente caldo.