30 Ottobre 2026, venerdì
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Omicidio Bruno, il cold case si chiude dopo 14 anni: arrestati i presunti responsabili della rapina mortale

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Quattordici anni di silenzio investigativo, di piste da ricostruire e di elementi da riconsiderare. Un lavoro paziente e meticoloso che oggi porta a una svolta decisiva in uno dei più dolorosi fatti di cronaca avvenuti nel Pinerolese. I Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Pinerolo, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Torino, hanno infatti risolto il cosiddetto cold case dell’omicidio di Giovanni Bruno, il titolare di un bar-tabacchi di Pinerolo ucciso durante una rapina il 4 giugno 2013.

Quella sera tre malviventi fecero irruzione nell’attività commerciale con l’obiettivo di mettere a segno una rapina. Durante l’azione criminale, uno dei componenti del gruppo esplose diversi colpi di pistola contro il commerciante, che perse la vita. Un delitto che sconvolse profondamente la comunità locale e che, nonostante le indagini avviate nell’immediatezza dei fatti, era rimasto senza un volto certo per oltre un decennio.

La svolta è arrivata grazie alla riapertura del fascicolo e a una complessa attività investigativa condotta dai militari dell’Arma, che hanno riesaminato il caso raccogliendo nuovi elementi probatori. Le indagini hanno consentito di identificare con certezza i tre presunti responsabili della rapina e dell’omicidio. Uno di loro, però, è deceduto circa otto anni fa, mentre per gli altri due la Procura ha richiesto una misura cautelare, accolta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Torino con l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Il primo arresto è stato eseguito il 27 luglio. In manette è finito un uomo di 79 anni, originario della Sardegna e già noto alle forze dell’ordine, rintracciato a Torino e trasferito nella casa circondariale “Lorusso e Cutugno”. Il giorno successivo, 28 luglio, i Carabinieri hanno arrestato anche il secondo indagato, un torinese di 53 anni, anch’egli con precedenti, che è stato condotto nello stesso istituto penitenziario.

L’operazione rappresenta il punto di arrivo di un’indagine lunga e complessa, dimostrando come il tempo non cancelli la possibilità di fare luce anche sui delitti più difficili da risolvere. La ricostruzione investigativa ha permesso di restituire una risposta giudiziaria a un omicidio che per anni era rimasto senza colpevoli individuati, offrendo un importante segnale sul valore della perseveranza investigativa e sul costante impegno delle forze dell’ordine nel perseguire i responsabili dei reati più gravi.

Resta fermo che i provvedimenti cautelari sono stati emessi nella fase delle indagini preliminari e che, come previsto dall’ordinamento, gli indagati devono considerarsi presunti innocenti fino all’eventuale sentenza definitiva di condanna.

Ex Ilva, linea dura dei sindacati: sciopero di otto ore mentre il governo apre al confronto estivo

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Il dossier ex Ilva torna al centro della scena industriale italiana con un doppio segnale: da un lato la mobilitazione sindacale, dall’altro l’apertura del governo a un confronto serrato già nel mese di agosto. Al termine dell’incontro a Palazzo Chigi, Fim, Fiom e Uilm hanno proclamato otto ore di sciopero in tutti gli stabilimenti del gruppo, accompagnate da assemblee con lavoratrici e lavoratori.

Una decisione che fotografa la tensione crescente attorno al futuro del polo siderurgico, ma che si inserisce in un quadro di dialogo che, almeno nelle intenzioni, resta aperto. I sindacati hanno infatti evidenziato come l’esecutivo abbia dato disponibilità ad avviare un confronto strutturato nelle prossime settimane.

A tracciare la linea del governo è stato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che ha respinto qualsiasi ipotesi di immobilismo: “Non siamo rimasti inerti di fronte alla situazione ereditata”, ha sottolineato, invitando tutte le parti a riconoscere il senso di responsabilità dimostrato durante il confronto.

Il punto di svolta indicato dall’esecutivo è la costituzione immediata di un tavolo tecnico, già a partire da martedì 4 agosto, con il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, della Regione Puglia, del Comune di Taranto e dei ministeri competenti. Obiettivo: elaborare in tempi rapidi proposte concrete da riportare al tavolo politico di Palazzo Chigi.

Mantovano ha inoltre voluto chiarire la posizione del governo rispetto agli sviluppi giudiziari, in particolare al decreto della Corte d’Appello di Milano: “Non intendiamo fasciarci la testa né rassegnarci. Non siamo parti contrapposte: condividiamo gli stessi obiettivi”. Una dichiarazione che punta a ricondurre il confronto su un terreno di collaborazione, pur nella diversità dei ruoli.

Al centro del dibattito resta il cosiddetto “piano straordinario”, evocato durante l’incontro ma ancora da tradurre in un progetto operativo. Per il governo, questo passaggio richiede una solida base tecnica: una valutazione approfondita degli impatti del quadro normativo e giudiziario, oltre a un’analisi delle prospettive industriali e finanziarie.

Tra le priorità indicate emerge la necessità di ampliare il perimetro degli investimenti, coinvolgendo nuovi soggetti, con particolare attenzione agli investitori italiani. Parallelamente, si punta a esplorare tutte le opportunità di sviluppo per il territorio di Taranto, individuando le risorse disponibili e le possibili sinergie.

Non meno centrale è il tema occupazionale. L’esecutivo ha evidenziato l’urgenza di garantire tutele e prospettive a chi rischia di perdere il lavoro, inserendo la questione nel più ampio ridisegno industriale del sito.

Infine, viene rafforzato il ruolo degli enti territoriali, chiamati a partecipare attivamente al processo decisionale. Regione Puglia e Comune di Taranto saranno parte integrante del tavolo tecnico, in un’ottica di governance condivisa.

Il percorso, nelle intenzioni del governo, dovrà portare rapidamente a soluzioni concrete. Ma la proclamazione dello sciopero segnala che il tempo delle attese è finito: per i sindacati, ora servono risposte immediate e tangibili.

Hormuz, la svolta diplomatica dell’Oman: verso una gestione condivisa dello stretto più strategico al mondo

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L’Oman rilancia il proprio ruolo di mediatore nel Golfo Persico con una proposta destinata a incidere sugli equilibri energetici globali. Secondo quanto riportato da Reuters, il Sultanato ha avanzato all’Iran un piano per istituire un meccanismo regionale congiunto di gestione dello Stretto di Hormuz, uno dei choke point marittimi più cruciali per il commercio internazionale di petrolio e gas.

Il progetto prevede un sistema di governance condivisa tra gli attori regionali, accompagnato da un modello di finanziamento basato su tariffe volontarie. In questo quadro, Teheran rinuncerebbe al controllo esclusivo della rotta, aprendo a una gestione più cooperativa e multilaterale, sostenuta – secondo fonti diplomatiche – da un ampio consenso tra i Paesi dell’area.

L’iniziativa omanita si ispira esplicitamente al modello dello Stretto di Malacca, uno dei corridoi marittimi più trafficati al mondo, dove le nazioni rivierasche e gli utenti internazionali collaborano per garantire sicurezza, tutela ambientale e operazioni di ricerca e soccorso. In quel contesto, i costi vengono condivisi su base volontaria dagli operatori che beneficiano della rotta, creando un equilibrio tra responsabilità e interesse economico.

Applicato a Hormuz, un simile schema potrebbe ridurre le tensioni geopolitiche che da anni gravano sulla regione, offrendo una piattaforma di cooperazione pragmatica in un’area spesso segnata da rivalità strategiche. Allo stesso tempo, garantirebbe maggiore prevedibilità ai mercati energetici globali, fortemente sensibili a qualsiasi instabilità lungo questa arteria marittima.

Resta tuttavia da verificare la disponibilità dell’Iran ad accettare una riduzione del proprio controllo diretto su uno snodo così strategico. La proposta dell’Oman, pur ambiziosa, si inserisce in un contesto diplomatico delicato, dove ogni apertura richiede un attento bilanciamento tra sovranità nazionale e sicurezza collettiva.

Se accolta, l’iniziativa potrebbe segnare un precedente significativo per la gestione condivisa delle principali vie di comunicazione marittima, trasformando Hormuz da potenziale punto di crisi a laboratorio di cooperazione regionale.

Intercettazioni, ritorno al Senato: Fratelli d’Italia rilancia la stretta sui “reati spia”

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Nel cuore del dibattito parlamentare sul decreto Giustizia e Migranti torna a farsi strada un tema tanto tecnico quanto politicamente sensibile: l’uso delle intercettazioni. Il gruppo di Fratelli d’Italia al Senato ha infatti ripresentato un emendamento – già depositato in Commissione – che mira a riformulare i confini delle cosiddette intercettazioni “a strascico”, riaprendo la discussione su uno degli strumenti più incisivi dell’azione investigativa.

Secondo quanto emerge da fonti parlamentari, la proposta è stata formalmente riproposta entro la scadenza fissata alle 16:15 di oggi, martedì 28 luglio, termine ultimo per la presentazione degli emendamenti in Aula. Il provvedimento, atteso ora al vaglio dell’emiciclo, si inserisce in una strategia più ampia volta a rafforzare la capacità dello Stato di intercettare tempestivamente segnali di attività criminali organizzate.

Nel merito, l’intervento normativo punta a modificare l’articolo 270 del codice di procedura penale, ampliando il ricorso alle conversazioni telefoniche come strumento per avviare indagini su cosiddetti “reati spia” di matrice mafiosa. Si tratta di fattispecie che, pur non configurando direttamente un reato associativo, possono rappresentare indizi precoci di fenomeni criminali più complessi e strutturati.

L’obiettivo dichiarato è dunque quello di anticipare la soglia investigativa, consentendo agli inquirenti di intervenire in una fase più precoce rispetto all’emersione piena del reato. Una prospettiva che, se da un lato rafforza l’arsenale contro le mafie, dall’altro riaccende il confronto sul delicato equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutela delle garanzie individuali.

Il ritorno dell’emendamento in Aula segna quindi un passaggio cruciale: non solo per il destino del decreto, ma anche per il futuro assetto normativo delle intercettazioni in Italia, terreno da sempre al centro di un confronto serrato tra politica, magistratura e opinione pubblica.

TAV, Appendino attacca governo e Salvini: “Chiarire sui violenti e sui 15 miliardi per un’opera che resta senza tunnel”

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Un doppio fronte di polemica politica si apre sulla Tav Torino-Lione dopo gli scontri avvenuti in Val di Susa. A portarlo in Parlamento è Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, che in Aula ha chiesto un’informativa ai ministri competenti puntando il dito sia contro la gestione dell’ordine pubblico sia contro la prosecuzione di un’opera che, secondo i pentastellati, continua a sollevare interrogativi economici e strategici.

Da una parte, Appendino ha chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi di riferire sulle violenze registrate nei pressi del cantiere di Chiomonte, condannando senza esitazioni le azioni dei manifestanti più radicali.

“Chi tira pietre e bombe carta contro le forze dell’ordine è un delinquente”, ha dichiarato la deputata M5S, chiedendo però che venga fatta chiarezza su come sia stato possibile consentire l’ingresso nell’area del cantiere a un numero così elevato di persone incappucciate e organizzate nonostante gli strumenti di prevenzione messi in campo dallo Stato.

Secondo Appendino, infatti, il tema non riguarda soltanto la condanna dei responsabili delle violenze, ma anche l’efficacia delle misure adottate dal governo per evitare che episodi simili possano ripetersi.

“Dopo intelligence, droni, decreti sicurezza e 1.800 identificati preventivamente, bisogna spiegare come sia stato possibile arrivare a una situazione del genere”, ha affermato, criticando l’esecutivo per aver trasformato la sicurezza in uno strumento prevalentemente comunicativo invece che operativo.

Il nodo dei costi: “Salvini spieghi dove sono finiti 15 miliardi”

Il secondo bersaglio dell’intervento di Appendino è stato il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, chiamato a rispondere sul futuro della grande opera ferroviaria.

La deputata ha rilanciato le critiche storiche del Movimento 5 Stelle alla Torino-Lione, sostenendo che il progetto abbia visto lievitare i costi senza garantire risultati concreti sul territorio italiano.

“C’è un cantiere che da trent’anni devasta un territorio e impegna 15 miliardi”, ha dichiarato Appendino, chiedendo al ministro di chiarire “con quali soldi va avanti quest’opera”, alla luce dell’aumento dei costi e dei tempi di realizzazione.

Nel mirino anche lo stato dei lavori: “Dopo trent’anni sul versante italiano non c’è ancora un metro scavato”, ha affermato, ricordando una recente visita ai cantieri della Val di Susa.

Per l’esponente pentastellata, la Tav rappresenterebbe il simbolo di una politica delle grandi opere che privilegia progetti controversi rispetto alle esigenze quotidiane dei cittadini, citando i problemi del trasporto ferroviario pendolare in molte aree del Paese.

“La passione di Salvini è per opere bocciate dalle analisi costi-benefici, che ingoiano miliardi e restano immobili per anni, come il Ponte sullo Stretto”, ha attaccato.

Lo scontro con Meloni: “I video non sostituiscono l’azione dello Stato”

Nel suo intervento, Appendino ha rivolto critiche anche alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo la comunicazione del governo sugli scontri in Val di Susa.

La deputata ha ribadito la propria posizione contraria alla Torino-Lione, sostenendo che non sia stata modificata né per ragioni politiche né per le tensioni generate dagli episodi di violenza.

“Le mie idee non le cambio per convenienza”, ha detto, ricordando anche il periodo in cui, da sindaca di Torino, aveva disposto lo sgombero di un luogo occupato da esponenti dell’area anarchica e di aver successivamente ricevuto minacce tali da richiedere una protezione.

Pur condividendo la condanna della premier per le aggressioni agli agenti, Appendino ha contestato al governo di limitarsi alla denuncia pubblica senza assumersi la responsabilità della prevenzione.

“Dopo quattro anni non siete lì per commentare, siete lì per agire”, ha dichiarato, accusando l’esecutivo di aver puntato sulla propaganda attraverso nuovi decreti sicurezza senza riuscire a impedire gli episodi di violenza.

La conclusione dell’attacco politico è stata affidata a una frase destinata a riaccendere lo scontro tra maggioranza e opposizione: “Un video non ferma una pietra, non ripara un cantiere e non protegge un agente. Serve un’azione concreta”.

La vicenda Tav torna così al centro del dibattito nazionale, intrecciando tre temi altamente sensibili: sicurezza, grandi infrastrutture e rapporto tra governo e territori.

Alcol, la dipendenza silenziosa che uccide più di droga e fumo: la leva del prezzo può cambiare le abitudini

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A cura di Daniele Cappa

L’alcol continua a essere una delle emergenze sanitarie più sottovalutate del nostro tempo. È una sostanza legale, socialmente accettata e spesso associata a momenti di convivialità, ma il suo impatto sulla salute pubblica racconta una realtà molto diversa. I dati più recenti confermano infatti un quadro allarmante: negli ultimi anni l’alcolismo e le patologie correlate hanno provocato più vittime rispetto al consumo di droghe e al fumo.

In Italia, tra il 2008 e il 2017, sono state stimate circa 435 mila morti legate direttamente o indirettamente all’abuso di alcol: decessi causati dalle malattie croniche associate al consumo eccessivo, dagli incidenti stradali, dagli infortuni e dalle conseguenze sociali di una dipendenza che coinvolge non soltanto chi beve, ma anche le persone che gli stanno accanto.

L’alcol, proprio perché diffuso e facilmente accessibile, rappresenta una minaccia spesso meno percepita rispetto alle sostanze illegali. Eppure, considerando l’impatto complessivo sulla società, è proprio questa sostanza a occupare una posizione particolarmente critica.

Alcol, eroina e cocaina: la classifica del rischio

Qual è la sostanza più pericolosa? La risposta dipende dal parametro utilizzato. Se si guarda al danno individuale, eroina, crack e metanfetamine risultano tra le droghe con il maggiore potenziale distruttivo. Ma se si considera il danno complessivo, cioè quello provocato sia alla persona sia alla comunità, il quadro cambia.

L’alcol emerge come una delle sostanze più problematiche perché combina elevata diffusione, accettazione sociale e conseguenze sanitarie e comportamentali. È una sostanza capace di generare danni non soltanto sul piano fisico, ma anche attraverso incidenti, violenze, problemi familiari e perdita di produttività.

Secondo diverse analisi sul peso sociale delle dipendenze, l’alcol risulta complessivamente tra le sostanze più dannose, seguito da eroina, cocaina e crack. Un paradosso evidente: una sostanza acquistabile legalmente in qualsiasi supermercato o locale può produrre un impatto sociale superiore a quello di molte droghe illegali.

La strategia dell’Oms: intervenire sul prezzo per ridurre i consumi dannosi

Aumentare il prezzo delle bevande alcoliche può sembrare una soluzione semplice, quasi banale. In realtà è una delle politiche di prevenzione più studiate e sostenute dalle evidenze scientifiche.

Il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità “Alcohol pricing in the WHO European Region. Update report on the evidence and recommended policy actions” sottolinea come gli strumenti economici siano tra quelli più efficaci per contrastare il consumo rischioso di alcol. L’obiettivo non è colpire la socialità o demonizzare un consumo moderato, ma ridurre l’accessibilità economica soprattutto per chi sviluppa comportamenti dannosi o dipendenza.

Le strategie indicate dall’Oms riguardano principalmente due fronti: limitare la disponibilità delle bevande alcoliche e intervenire sulla leva fiscale, attraverso tasse e politiche di prezzo capaci di rendere meno conveniente il consumo eccessivo.

Il principio è chiaro: quando una sostanza potenzialmente dannosa diventa più costosa, soprattutto nelle fasce di prezzo più basse, diminuisce il consumo complessivo e si riducono anche le conseguenze sanitarie.

Una tassa sull’alcol: più risorse per lo Stato, meno abuso

L’aumento della tassazione sugli alcolici potrebbe avere un duplice effetto positivo: da una parte garantire maggiori entrate pubbliche da destinare alla sanità, alla prevenzione e alle politiche sociali; dall’altra contribuire a limitare il consumo indiscriminato, in particolare quello legato ai prodotti più economici e facilmente accessibili.

In un momento storico segnato dall’aumento del costo della vita, molti governi cercano nuove risorse senza gravare ulteriormente sui redditi più bassi. Una revisione mirata della fiscalità sugli alcolici potrebbe rappresentare una strada alternativa rispetto all’idea di aumentare esclusivamente il prezzo del tabacco, intervenendo su un’altra fonte di danno sanitario spesso trascurata.

L’ipotesi potrebbe essere quella di un incremento progressivo e proporzionato: pochi centesimi in più su vino, birra e prodotti a bassa gradazione, fino ad arrivare a un aumento più significativo sui superalcolici e sulle bevande con maggiore concentrazione di alcol.

Per il consumatore moderato, quello che beve occasionalmente e responsabilmente, l’impatto sarebbe praticamente impercettibile: pochi centesimi distribuiti nel tempo, una variazione che difficilmente inciderebbe sulle abitudini quotidiane. Lo stesso vale per gli esercenti, che potrebbero assorbire o trasferire marginalmente l’aumento senza trasformarlo in un ostacolo alla vendita.

Diverso sarebbe il messaggio rivolto ai consumatori ad alto rischio: chi acquista grandi quantità di prodotti alcolici economici vedrebbe aumentare il costo complessivo del consumo, creando un deterrente concreto. Non si tratta quindi di una “punizione” per chi beve un bicchiere a tavola, ma di uno strumento per ridurre gli eccessi.

Anche piccoli incrementi, se applicati su milioni di acquisti, possono generare entrate rilevanti per lo Stato. Risorse che potrebbero essere reinvestite proprio nella lotta alle dipendenze, nei servizi territoriali, nelle campagne educative e nell’assistenza alle famiglie coinvolte.

La tassazione non basta: serve una politica complessiva

Le tasse sugli alcolici sono soltanto uno degli strumenti disponibili. La loro efficacia dipende dal modo in cui vengono applicate. Una tassazione uniforme su birra, vino e superalcolici può evitare che i consumatori semplicemente spostino le proprie scelte verso prodotti meno tassati. In altri casi può essere più efficace colpire maggiormente le bevande con una gradazione alcolica più elevata o con costi di produzione particolarmente bassi.

Un’altra misura già adottata in alcuni Paesi è il cosiddetto “prezzo minimo unitario”, che stabilisce una soglia minima per ogni unità di alcol contenuta nella bevanda. La Scozia ha introdotto questa politica ottenendo una riduzione delle vendite di circa il 5%, con effetti particolarmente evidenti tra i consumatori più a rischio.

Secondo l’Oms, molti Paesi europei hanno introdotto forme di regolamentazione del prezzo degli alcolici, ma spesso con risultati limitati a causa di strutture fiscali poco efficaci o applicazioni incomplete. Il prezzo minimo unitario, invece, resta ancora una misura adottata solo da un numero ristretto di Stati.

Il costo dell’abuso è già una tassa sulla società

Chi si oppone agli aumenti fiscali sugli alcolici sostiene spesso che possano danneggiare l’economia o penalizzare i consumatori. Le evidenze disponibili raccontano però una realtà differente: il consumo dannoso di alcol produce già oggi un costo enorme per la collettività.

Malattie, ricoveri, incidenti, assenze dal lavoro e perdita di produttività rappresentano una spesa economica e sociale che ricade sull’intero sistema Paese. Ridurre il consumo rischioso significa quindi non soltanto salvare vite, ma anche diminuire un peso finanziario che grava sulla sanità pubblica e sull’economia.

La sfida è trovare il giusto equilibrio: non colpire chi consuma in modo responsabile, ma intervenire dove l’alcol diventa un problema di salute pubblica. Una tassa intelligente, calibrata e accompagnata da investimenti nella prevenzione potrebbe trasformare una misura fiscale in uno strumento di tutela collettiva.

Perché, in fondo, il vero costo dell’alcol non è quello scritto sullo scontrino: è quello che arriva dopo, negli ospedali, nelle famiglie e nella società.

Orrore a Orange: cinque neonati trovati morti in una casa nel Vaucluse

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Un caso dai contorni drammatici scuote Orange, comune del dipartimento del Vaucluse, nel Sud-est della Francia. All’interno dell’abitazione di una coppia sposata sono stati trovati i corpi senza vita di cinque neonati. La scoperta, avvenuta in circostanze inquietanti, ha portato all’apertura di un’indagine da parte delle autorità francesi per ricostruire la dinamica dei fatti e accertare le eventuali responsabilità.

Secondo le prime informazioni diffuse dai media locali, a fare la macabra scoperta sarebbe stato il marito della donna. L’uomo avrebbe trovato all’interno di una scatola un corpo in avanzato stato di decomposizione e, sconvolto dall’accaduto, avrebbe deciso di portarlo in ospedale. È stato proprio il personale sanitario, in base agli obblighi previsti dalla legge francese, a informare le autorità competenti.

Dopo la segnalazione, gli agenti della polizia giudiziaria di Avignone hanno effettuato una perquisizione nell’abitazione della coppia. Durante i controlli, gli investigatori avrebbero trovato altri resti riconducibili a neonati, custoditi all’interno di sacchetti di plastica e sistemati in scatole di cartone.

La scoperta dopo una discussione sul contenuto delle scatole

La ricostruzione iniziale dell’inchiesta racconta di una sequenza di eventi particolarmente drammatica. Secondo una fonte vicina alle indagini citata dal quotidiano francese Le Parisien, il marito si sarebbe trovato fuori casa mentre la moglie si recava in ospedale a causa di dolori addominali. Poco prima, i due avrebbero avuto una discussione proprio sul contenuto di alcune scatole presenti nell’abitazione.

Spinto dai dubbi, l’uomo avrebbe iniziato a controllare quei contenitori, fino al ritrovamento del primo corpo. Da quel momento è scattata la segnalazione che ha portato gli investigatori nell’abitazione familiare.

La coppia, secondo quanto riferito dagli inquirenti, non avrebbe precedenti penali. La donna, nata nel 1994, è descritta come casalinga e viveva con il marito e i due figli della coppia, rispettivamente di 8 e 12 anni.

Un’inchiesta complessa per chiarire il passato della famiglia

Il caso presenta ancora numerosi interrogativi ai quali gli investigatori dovranno dare una risposta. Saranno gli accertamenti medico-legali a stabilire l’identità dei neonati, il periodo dei decessi e le circostanze che hanno portato alla loro morte.

L’elemento che rende la vicenda ancora più complessa è che, nelle stesse ore in cui emergeva il ritrovamento dei corpi, la donna ha partorito un bambino dichiarato in buone condizioni di salute.

Gli inquirenti stanno ora lavorando per ricostruire la storia della famiglia e comprendere se i decessi siano collegati a parti avvenuti in passato. La procura dovrà stabilire la natura dei fatti e le eventuali ipotesi di reato, mentre Orange resta sconvolta da una vicenda che ha profondamente colpito la comunità locale.

Ho mantenuto un taglio giornalistico da cronaca nera, con maggiore profondità narrativa, evitando toni sensazionalistici e lasciando spazio agli elementi ancora da chiarire nell’inchiesta.

Chi gioca con la Val di Susa? La TAV e il ritorno degli “Janez”

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A cura di Gilberto Borzini

Sono trascorsi venticinque anni da quando mi occupavo di TAV e poco sembra essere cambiato tanto meno quelle azioni di contrasto che sembrano così utili al governo in carica.

Più o meno venticinque anni fa venni incaricato dal vice presidente della Regione Piemonte, Assessore ai Trasporti William Casoni, di ricoprire il delicato incarico di Segretario del Tavolo tecnico politico regionale sulla TAV Torino Lione, incarico che includeva le possibili valutazione di mediazione politica con gli enti territoriali e di compensazione.

Le problematiche allora affermate si manifestavano in forma tecnica (superfluità o inutilità dell’opera) o ambientale (problematiche relative alle rocce amantifere di serpentinite) o ancora, e per me allora assai più delicate, di natura irrigua, ovvero il timore che il lungo scavo del tunnel principale potesse alterare l’approvvigionamento idrico della Valle di Susa. Vi erano poi altre dinamiche di diversa portata derivanti, ad esempio, dalle problematiche relative allo smaltimento dei mateiali di risulta degli scavi per assorbire i quali il piano cave regionale sembrava insufficiente. Quelle questioni tecniche vennero affrontate in almeno 31 riunioni che ebbi l’onore di convocare e gestire e infiniti incontri in tavoli ristretti con i sindaci allora presenti, durante le quali gli aspetti operativi venivano sottoposti ai membri degli staff ferroviari che si andavano alternando, mentre le questioni più prettamente politiche venivano di volta in volta affrontate dall’Assessore.

Questa premessa era necessaria per confortare il lettore circa l’effettiva conoscenza della materia e la scarsa sorpresa suscitata in me dai recenti episodi di violento contrasto all’opera in particolar modo nei cantieri di Chiomonte e Venaus. Scarsa sorpresa in quanto se gli aspetti tecnici, di cui ho sommariamente scritto, erano tutti affrontabili e risolvibili venendo incontro alle esigenze manifestate dagli enti locali, non così era (ed è) per la questione politica.

Venticinque anni fa in Regione presiedeva Ghigo, centro destra, e oggi Cirio, centro destra.

Al governo allora era Berlusconi, oggi Meloni.

A Torino città il centro sinistra regnava da sempre con allora un carismatico Chiamparino, e il centro sinistra replicava in Provincia.

Il quadro “politico” di allora era sovrapponibile all’attuale.

Terra di confino

Nell’inquadrare alcune dinamiche territoriali emergeva la straordinaria quantità di esponenti del malaffare di stampo mafioso che nel corso degli anni era stata inviata al soggiorno obbligato in Valsusa. Altrettanto sorprendente il numero di ex appartenenti a bande armate dalle varie denominazioni che negli anni ’70 avevano esasperato gli animi.

L’Humus, chiamiamolo così, politico sembrava sfavorevole alle iniziative di Stato e Governo e piuttosto favorevole a individuare una bandiera, un motivo di scontro.

Si valutarono motivazioni e ipotesi ma le traiettorie che si incrociavano nelle diverse motivazioni di contrasto non sembravano tali da risultare coincidenti, neppure valutando il disagio che il potente consiglio d’amministrazione dell’autostrada del Frejus (SITAV) manifestava nei confronti di un’opera ferroviaria destinata a sottrarre all’autostrada gran parte del traffico pesante e dei relativi pedaggi in una progettualità di Trasporto ad Alta Capacità che avrebbe dovuto rendere felici gli ambientalisti.

Con chi gioca Janez ?

Gli scontri, i tafferugli, le scritte iniziarono già allora  e già allora, come oggi, non pochi Janez del disordine transanzionale furono identificati, intendendosi per Janez quel glorioso personaggio portoghese che si accompagna a Sandokan in nome dell’internazionalismo della pirateria.

Poi, curiosamente, caduti i Governi destrorsi sostituiti da altre alchemiche combinazioni, la tensione parve diminuire malgrado i progressi di cantiere, per tornare nuovamente ad esplodere lo scorso fine settimana, come se l’internazionale della pirateria fosse risorta e ricomparsa.

Vale allora la pena fare qualche osservazione su Janez e l’internazionale piratesca. Li vedemmo in azione a Genova e a Seattle protestare furiosamente contro il G8 e l’economia globale, sono riapparsi a Torino e a Bologna, in sedicesimo e a ranghi ridotti, per poi manifestarsi a Chiomonte e Venaus in grande stile.

Paradossalmente Janez e l’internazionale piratesca hanno l’usanza di comparire laddove al Potere costituito serva una conflittualità aspra, una violenza scellerata che stupisca e disorienti il volgo, che consenta al Potere di approvare e applicare leggi più severe, norme più restrittive, sanzioni più repressive, e casualmente gli scontri in Val di Susa saltano fuori mentre dalle parti del Parlamento si discute un DDL Sicurezza non esattamente libertario.

Come i Pirati di Sandokan che guerreggiano contro l’odiato Brooks, Raja del Borneo malese, determinando una reazione di repressione violentissima da parte del colonialismo britannico, allo stesso modo gli Janez attuali abbracciano una causa potenzialmente corretta (la globalizzazione economica di allora o i pericoli ambientali in Valsusa oggi) determinando però un effetto contrario, di disaffezione per la loro causa e di consenso al Potere. Per chi è cresciuto, come me, negli anni ’70 in cui nulla di quanto appariva era vero ma tutto veniva organizzato al fine di produrre una conversione politica verso un centro stabile affermato dalle parole Law and Order, verso un centralismo governativo presidiato dalla DC di allora, ecco che mutatis mutandis queste micro rivolte, ampiamente amplificate da organi di informazione per i quali  ad ogni graffio corrisponde un ferito, lasciano un adito di sospetto, un punto di interrogativo irrisolto e la solita, perenne domanda che da mezzo secolo ci poni

Difesa europea, l’Italia “prenota” il Safe: 14,9 miliardi sul tavolo

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L’Italia si muove sul fronte della difesa europea e mette in agenda una richiesta da 14,9 miliardi di euro attraverso il programma Safe, il nuovo strumento dell’Unione europea destinato a sostenere gli investimenti nel settore militare. A delineare la posizione del governo è stato il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto in Parlamento durante il seguito dell’informativa sugli esiti del Vertice Nato di Ankara, condivisa con il ministro della Difesa Guido Crosetto.

«Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno», ha spiegato Tajani, chiarendo che si tratta di una sorta di “prenotazione” delle risorse disponibili. Il passaggio successivo sarà la definizione di una proposta operativa, mentre spetterà poi al ministero della Difesa stabilire come allocare concretamente i fondi nell’anno seguente.

Il punto centrale, tuttavia, è la natura stessa del Safe. Come sottolineato da Crosetto, lo strumento europeo non rappresenta una spesa aggiuntiva rispetto ai vincoli di bilancio nazionali, ma piuttosto un’alternativa nelle modalità di finanziamento. «Per come è stato impostato, il Safe è uno strumento di finanziamento della spesa militare, non aggiuntivo rispetto a quella già prevista», ha precisato il ministro. In altri termini, si configura come una possibile alternativa all’emissione di titoli di Stato come BoT e CcT, da valutare sulla base della convenienza finanziaria.

La decisione finale sull’effettivo utilizzo delle risorse resta quindi aperta. Il governo dovrà stabilire entro la fine dell’anno quale quota dei 14,9 miliardi attivare, bilanciando esigenze strategiche e sostenibilità finanziaria. «Valuteremo quanto utilizzarne in modo tecnico», ha ribadito Crosetto, lasciando intendere che la scelta sarà guidata da criteri di efficienza più che da spinte politiche immediate.

Diverso è invece il piano delle decisioni politiche, che si concentra sull’eventuale ricorso allo scostamento di bilancio, considerato dal ministro della Difesa come il vero nodo da sciogliere.

Il Safe — acronimo di “Security Action for Europe” — è uno strumento concepito dall’Unione europea per rafforzare la capacità industriale nel settore della difesa, favorendo gli appalti congiunti tra Stati membri e concentrando gli investimenti sulle capacità ritenute prioritarie. L’obiettivo è duplice: da un lato aumentare l’efficienza della spesa militare europea, dall’altro consolidare un’autonomia strategica in un contesto geopolitico sempre più complesso.

In questo scenario, la mossa italiana si inserisce in una strategia più ampia che punta a coniugare vincoli di finanza pubblica e necessità di rafforzamento del comparto difesa. Una partita ancora tutta da giocare, in cui la tecnica finanziaria e la visione politica dovranno trovare un punto di equilibrio.

Clima, assedio alle coste italiane: quasi un comune su due colpito da eventi estremi

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Le coste italiane sono sempre più esposte alla violenza del clima che cambia. Negli ultimi quindici anni, infatti, quasi un comune costiero su due è stato interessato da eventi meteorologici estremi: 308 amministrazioni, pari al 48% del totale, hanno dovuto fare i conti con ben 1.073 episodi tra il 2010 e il 2026. A fotografare con precisione questa escalation è il nuovo rapporto “Spiagge” di Legambiente, realizzato insieme all’Osservatorio “Città clima”.

Non si tratta più soltanto di temperature record. Il cambiamento climatico si manifesta ormai con fenomeni sempre più intensi e frequenti lungo le coste: allagamenti, trombe d’aria e mareggiate rappresentano le criticità principali, con effetti diretti sull’erosione dei litorali e sulla sicurezza dei territori.

Particolarmente significativo è l’aumento registrato negli ultimi cinque anni: le mareggiate sono cresciute del 550%, mentre le raffiche di vento hanno segnato un incremento dell’80%. Dati che evidenziano una tendenza ormai strutturale, non più emergenziale.

La geografia del rischio mostra un’Italia spaccata, con il Sud nettamente più colpito. In testa si colloca la Sicilia con 232 eventi, seguita da Puglia (136) e Calabria (104). Tra le città, invece, sono Genova (50 eventi), Bari (44) e Palermo (38) a guidare la classifica degli impatti più rilevanti.

Secondo Legambiente, il problema non è soltanto l’intensificarsi dei fenomeni, ma anche l’assenza di una strategia adeguata. “All’Italia serve un Piano nazionale specifico per le coste”, sottolinea l’associazione, evidenziando come sia necessario passare da una logica emergenziale a una di prevenzione strutturata. Oggi, infatti, il Paese continua a inseguire le crisi senza dotarsi di strumenti pianificatori efficaci.

Il confronto europeo accentua il ritardo italiano: Spagna e Inghilterra dispongono da anni di strategie dedicate alla gestione costiera, mentre il Belgio ha già implementato interventi significativi contro il rischio di inondazioni. Un gap che richiede un cambio di passo immediato.

Per questo Legambiente ha presentato al governo sei proposte operative per una gestione sostenibile delle aree costiere. Tra le priorità emergono lo stanziamento di risorse adeguate per attuare il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici e la definizione di un programma nazionale specifico per la resilienza delle coste.

La sfida, ormai evidente, non è più solo ambientale ma anche economica e sociale: difendere le coste significa tutelare territori, comunità e un patrimonio naturale e turistico fondamentale per il Paese.