A cura di Daniele Cappa
L’alcol continua a essere una delle emergenze sanitarie più sottovalutate del nostro tempo. È una sostanza legale, socialmente accettata e spesso associata a momenti di convivialità, ma il suo impatto sulla salute pubblica racconta una realtà molto diversa. I dati più recenti confermano infatti un quadro allarmante: negli ultimi anni l’alcolismo e le patologie correlate hanno provocato più vittime rispetto al consumo di droghe e al fumo.
In Italia, tra il 2008 e il 2017, sono state stimate circa 435 mila morti legate direttamente o indirettamente all’abuso di alcol: decessi causati dalle malattie croniche associate al consumo eccessivo, dagli incidenti stradali, dagli infortuni e dalle conseguenze sociali di una dipendenza che coinvolge non soltanto chi beve, ma anche le persone che gli stanno accanto.
L’alcol, proprio perché diffuso e facilmente accessibile, rappresenta una minaccia spesso meno percepita rispetto alle sostanze illegali. Eppure, considerando l’impatto complessivo sulla società, è proprio questa sostanza a occupare una posizione particolarmente critica.
Alcol, eroina e cocaina: la classifica del rischio
Qual è la sostanza più pericolosa? La risposta dipende dal parametro utilizzato. Se si guarda al danno individuale, eroina, crack e metanfetamine risultano tra le droghe con il maggiore potenziale distruttivo. Ma se si considera il danno complessivo, cioè quello provocato sia alla persona sia alla comunità, il quadro cambia.
L’alcol emerge come una delle sostanze più problematiche perché combina elevata diffusione, accettazione sociale e conseguenze sanitarie e comportamentali. È una sostanza capace di generare danni non soltanto sul piano fisico, ma anche attraverso incidenti, violenze, problemi familiari e perdita di produttività.
Secondo diverse analisi sul peso sociale delle dipendenze, l’alcol risulta complessivamente tra le sostanze più dannose, seguito da eroina, cocaina e crack. Un paradosso evidente: una sostanza acquistabile legalmente in qualsiasi supermercato o locale può produrre un impatto sociale superiore a quello di molte droghe illegali.
La strategia dell’Oms: intervenire sul prezzo per ridurre i consumi dannosi
Aumentare il prezzo delle bevande alcoliche può sembrare una soluzione semplice, quasi banale. In realtà è una delle politiche di prevenzione più studiate e sostenute dalle evidenze scientifiche.
Il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità “Alcohol pricing in the WHO European Region. Update report on the evidence and recommended policy actions” sottolinea come gli strumenti economici siano tra quelli più efficaci per contrastare il consumo rischioso di alcol. L’obiettivo non è colpire la socialità o demonizzare un consumo moderato, ma ridurre l’accessibilità economica soprattutto per chi sviluppa comportamenti dannosi o dipendenza.
Le strategie indicate dall’Oms riguardano principalmente due fronti: limitare la disponibilità delle bevande alcoliche e intervenire sulla leva fiscale, attraverso tasse e politiche di prezzo capaci di rendere meno conveniente il consumo eccessivo.
Il principio è chiaro: quando una sostanza potenzialmente dannosa diventa più costosa, soprattutto nelle fasce di prezzo più basse, diminuisce il consumo complessivo e si riducono anche le conseguenze sanitarie.
Una tassa sull’alcol: più risorse per lo Stato, meno abuso
L’aumento della tassazione sugli alcolici potrebbe avere un duplice effetto positivo: da una parte garantire maggiori entrate pubbliche da destinare alla sanità, alla prevenzione e alle politiche sociali; dall’altra contribuire a limitare il consumo indiscriminato, in particolare quello legato ai prodotti più economici e facilmente accessibili.
In un momento storico segnato dall’aumento del costo della vita, molti governi cercano nuove risorse senza gravare ulteriormente sui redditi più bassi. Una revisione mirata della fiscalità sugli alcolici potrebbe rappresentare una strada alternativa rispetto all’idea di aumentare esclusivamente il prezzo del tabacco, intervenendo su un’altra fonte di danno sanitario spesso trascurata.
L’ipotesi potrebbe essere quella di un incremento progressivo e proporzionato: pochi centesimi in più su vino, birra e prodotti a bassa gradazione, fino ad arrivare a un aumento più significativo sui superalcolici e sulle bevande con maggiore concentrazione di alcol.
Per il consumatore moderato, quello che beve occasionalmente e responsabilmente, l’impatto sarebbe praticamente impercettibile: pochi centesimi distribuiti nel tempo, una variazione che difficilmente inciderebbe sulle abitudini quotidiane. Lo stesso vale per gli esercenti, che potrebbero assorbire o trasferire marginalmente l’aumento senza trasformarlo in un ostacolo alla vendita.
Diverso sarebbe il messaggio rivolto ai consumatori ad alto rischio: chi acquista grandi quantità di prodotti alcolici economici vedrebbe aumentare il costo complessivo del consumo, creando un deterrente concreto. Non si tratta quindi di una “punizione” per chi beve un bicchiere a tavola, ma di uno strumento per ridurre gli eccessi.
Anche piccoli incrementi, se applicati su milioni di acquisti, possono generare entrate rilevanti per lo Stato. Risorse che potrebbero essere reinvestite proprio nella lotta alle dipendenze, nei servizi territoriali, nelle campagne educative e nell’assistenza alle famiglie coinvolte.
La tassazione non basta: serve una politica complessiva
Le tasse sugli alcolici sono soltanto uno degli strumenti disponibili. La loro efficacia dipende dal modo in cui vengono applicate. Una tassazione uniforme su birra, vino e superalcolici può evitare che i consumatori semplicemente spostino le proprie scelte verso prodotti meno tassati. In altri casi può essere più efficace colpire maggiormente le bevande con una gradazione alcolica più elevata o con costi di produzione particolarmente bassi.
Un’altra misura già adottata in alcuni Paesi è il cosiddetto “prezzo minimo unitario”, che stabilisce una soglia minima per ogni unità di alcol contenuta nella bevanda. La Scozia ha introdotto questa politica ottenendo una riduzione delle vendite di circa il 5%, con effetti particolarmente evidenti tra i consumatori più a rischio.
Secondo l’Oms, molti Paesi europei hanno introdotto forme di regolamentazione del prezzo degli alcolici, ma spesso con risultati limitati a causa di strutture fiscali poco efficaci o applicazioni incomplete. Il prezzo minimo unitario, invece, resta ancora una misura adottata solo da un numero ristretto di Stati.
Il costo dell’abuso è già una tassa sulla società
Chi si oppone agli aumenti fiscali sugli alcolici sostiene spesso che possano danneggiare l’economia o penalizzare i consumatori. Le evidenze disponibili raccontano però una realtà differente: il consumo dannoso di alcol produce già oggi un costo enorme per la collettività.
Malattie, ricoveri, incidenti, assenze dal lavoro e perdita di produttività rappresentano una spesa economica e sociale che ricade sull’intero sistema Paese. Ridurre il consumo rischioso significa quindi non soltanto salvare vite, ma anche diminuire un peso finanziario che grava sulla sanità pubblica e sull’economia.
La sfida è trovare il giusto equilibrio: non colpire chi consuma in modo responsabile, ma intervenire dove l’alcol diventa un problema di salute pubblica. Una tassa intelligente, calibrata e accompagnata da investimenti nella prevenzione potrebbe trasformare una misura fiscale in uno strumento di tutela collettiva.
Perché, in fondo, il vero costo dell’alcol non è quello scritto sullo scontrino: è quello che arriva dopo, negli ospedali, nelle famiglie e nella società.
