29 Ottobre 2026, giovedì
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Governo sotto attacco: tra polemiche su giustizia e caro-vita, l’opposizione accusa “propaganda e silenzi”

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La pressione politica sull’esecutivo torna a salire, stretta tra le polemiche sul caso Delmastro e le crescenti difficoltà economiche delle famiglie italiane. Dal Movimento 5 Stelle al Partito Democratico, le opposizioni convergono su un’accusa comune: il governo sarebbe più impegnato nella gestione della comunicazione e nella propaganda che nell’affrontare i nodi strutturali del Paese.

A riaccendere il fronte giudiziario è Chiara Appendino (M5S), che punta il dito contro la maggioranza sulla vicenda delle chat del sottosegretario Andrea Delmastro. “La Procura le ritiene essenziali per fare luce sugli affari del clan camorristico Senese, ma si continua ad alzare muri”, denuncia la deputata, parlando apertamente di una destra “schierata dalla parte sbagliata: con le mafie”. La richiesta è netta: consegna immediata delle conversazioni e nessuna copertura politica. “La verità non si nasconde”, insiste Appendino, rivendicando la necessità di piena trasparenza.

Sul fronte economico, il Partito Democratico attacca invece quella che definisce una strategia di distrazione di massa. Antonio Misiani accusa il governo di inseguire “affannosamente” polemiche mediatiche, come il caso Vannacci e la vicenda di Ceuta, mentre il costo della vita continua a crescere. I numeri, sottolinea, parlano chiaro: il gasolio ha superato i 2 euro al litro sia sulla rete ordinaria sia in autostrada, con aumenti che incidono direttamente sulle famiglie. “Oltre 20 euro in più per un pieno rispetto a un anno fa”, evidenzia, criticando le misure adottate dall’esecutivo come insufficienti e temporanee.

Lo sconto sulle accise, infatti, viene bollato come “un pannicello caldo”: una riduzione parziale già dimezzata nei fatti e destinata a scadere a breve, senza una strategia strutturale di politica energetica. Nel frattempo, avverte Misiani, l’inflazione torna a colpire i beni essenziali e i salari non riescono a tenere il passo, con un’erosione del potere d’acquisto certificata anche dai dati ISTAT.

Sulla stessa linea Alfredo D’Attorre, che parla di una deriva comunicativa del governo, accusato di inseguire temi divisivi mentre il Paese affronta problemi concreti. “Non è normale doversi vergognare dei comportamenti del proprio governo”, afferma, riferendosi alla gestione della vicenda di Ceuta e alla linea adottata dalla presidente del Consiglio. Secondo l’esponente dem, l’attenzione su emergenze lontane servirebbe a coprire l’assenza di risposte sul caro-vita.

Ancora più diretto Alessandro Zan, che sintetizza l’attacco in una contrapposizione netta: “Mentre il governo insegue la propaganda, gli italiani inseguono prezzi sempre più alti”. Il caro carburanti diventa così il simbolo di una difficoltà più ampia, quella di un Paese lasciato solo ad affrontare un aumento generalizzato del costo della vita.

Il quadro che emerge è quello di uno scontro politico sempre più polarizzato: da un lato le opposizioni che denunciano mancanza di trasparenza e inefficacia economica, dall’altro un governo accusato di privilegiare la narrazione rispetto alle soluzioni. Sullo sfondo, restano le preoccupazioni degli italiani, alle prese con bollette, carburanti e salari che non tengono il passo dell’inflazione.

Fineco AM accelera sugli ETF: tre nuovi strumenti azionari per investire nei mercati globali

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Il mondo degli investimenti passivi continua a conquistare spazio nei portafogli degli italiani ed europei, e Fineco Asset Management sceglie di rafforzare la propria presenza nel segmento con una nuova iniziativa strategica. La società di gestione patrimoniale irlandese ha annunciato la quotazione su Borsa Italiana di tre nuovi ETF azionari realizzati in collaborazione con Amundi, uno dei maggiori operatori globali nel settore dell’asset management.

I nuovi strumenti consentono agli investitori di accedere a tre tra gli indici più rappresentativi dei mercati azionari internazionali: l’MSCI World, benchmark globale che raccoglie le principali società dei Paesi sviluppati; l’S&P 500, simbolo dell’economia statunitense e riferimento per le large cap americane; e lo Stoxx Europe 600, indice che fotografa l’andamento delle maggiori aziende europee.

Una proposta che punta sulla semplicità, ma con una logica precisa: offrire soluzioni liquide, trasparenti e facilmente integrabili all’interno di strategie di investimento diversificate.

La crescita degli ETF spinge nuovi modelli di investimento

Il debutto dei nuovi ETF arriva in una fase di forte espansione per il comparto. Gli strumenti indicizzati hanno registrato negli ultimi anni una crescita significativa grazie alla combinazione di costi contenuti, elevata trasparenza e possibilità di ottenere un’esposizione ampia ai mercati attraverso un singolo prodotto.

In Europa il patrimonio complessivo degli ETF ha superato quota 3.100 miliardi di euro, mentre la raccolta netta ha raggiunto livelli record nel 2025 con 335 miliardi di euro. Il trend si è confermato anche nel 2026, con 219 miliardi di euro di nuovi flussi già raccolti nel primo semestre.

Numeri che raccontano un cambiamento nelle abitudini degli investitori: sempre più risparmiatori, supportati anche dalla consulenza finanziaria, cercano strumenti efficienti per costruire portafogli equilibrati senza rinunciare alla diversificazione geografica.

«La scelta di arricchire la nostra gamma di strumenti passivi conferma l’impegno di Fineco AM nel mettere a disposizione di consulenti e clienti soluzioni efficienti per un’esposizione diversificata ai mercati azionari», ha dichiarato Lorenzo Di Pietrantonio, CEO di Fineco AM.

Fineco e Amundi, una partnership fondata sulla complementarità

L’operazione rafforza una collaborazione strategica tra due realtà con competenze complementari. Da una parte Fineco AM, con il proprio rapporto diretto con consulenti e investitori; dall’altra Amundi, che mette a disposizione una piattaforma globale e una consolidata esperienza nella gestione degli ETF.

Il gruppo francese, presente in numerosi mercati internazionali, gestisce masse significative a livello globale e rappresenta uno dei principali protagonisti europei nel settore degli investimenti indicizzati.

Il modello adottato prevede una delega operativa: Amundi si occupa dell’infrastruttura tecnica e della gestione degli ETF, mentre Fineco AM mantiene il presidio del brand e della relazione con la propria rete distributiva.

«Questa quotazione rappresenta una tappa importante di una collaborazione di lunga data, nata per rispondere all’evoluzione delle esigenze della clientela», ha sottolineato Paolo Proli, Condirettore Generale di Amundi SGR.

Tre ETF “core” per costruire portafogli più efficienti

Per gli investitori, il valore della nuova gamma sta soprattutto nella natura degli strumenti proposti. MSCI World, S&P 500 e Stoxx Europe 600 rappresentano infatti tre mattoni fondamentali per chi desidera partecipare alla crescita dei principali mercati azionari senza concentrarsi su una singola area geografica.

L’esposizione globale, quella focalizzata sugli Stati Uniti e quella dedicata all’Europa consentono di costruire combinazioni diverse in funzione degli obiettivi, del profilo di rischio e dell’orizzonte temporale.

In un universo finanziario caratterizzato da una crescente disponibilità di prodotti sofisticati e complessi, la nuova iniziativa di Fineco AM e Amundi punta su un principio semplice: spesso gli strumenti più efficaci sono quelli capaci di offrire chiarezza, diversificazione e accessibilità.

La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: accompagnare gli investitori verso soluzioni sempre più efficienti, mantenendo al centro trasparenza e qualità della gestione.

Azzurro – Storie di Mare: l’Italia che nasce dall’acqua torna su Rai 1

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C’è un’Italia che non si limita a guardare il mare: lo vive, lo attraversa, lo trasforma in memoria, lavoro e identità. È da questa dimensione profonda e autentica che riparte Azzurro – Storie di Mare, in onda su Rai 1 dall’8 agosto al 26 settembre, ogni sabato alle 11.30. Al timone, ancora una volta, Beppe Convertini, volto ormai simbolo di un racconto televisivo capace di intrecciare territorio e umanità.

Giunto alla sesta stagione, il programma conferma e rinnova la sua vocazione: esplorare l’Italia seguendo il filo dell’acqua, senza fermarsi alla linea della costa ma spingendosi nell’entroterra, dove il mare continua a vivere nei gesti quotidiani, nelle tradizioni e nei saperi tramandati. Non un semplice itinerario geografico, ma un mosaico di incontri, perché sono le persone — pescatori, artigiani, artisti, famiglie — a restituire l’anima più autentica dei luoghi.

Il viaggio prende avvio dalla Romagna, a Cesenatico, dove il mare si insinua nel Porto Canale Leonardesco diventando parte integrante della città. Tra barche storiche e antichi metodi di conservazione del pesce, emerge una cultura popolare ancora pulsante. A pochi chilometri, Cesena offre un cambio di prospettiva: dalla vitalità del porto si passa alla quiete della Rocca Malatestiana e della Biblioteca Malatestiana, mentre le note del liscio, con Mirko Casadei, raccontano una terra sospesa tra tradizione e convivialità.

Scendendo lungo l’Adriatico, la narrazione approda in Puglia. A Castro e Santa Cesarea Terme, la costa salentina si rivela in tutta la sua forza visiva: grotte, scogliere e approdi antichi custodiscono storie di mare e di uomini. Qui il Mediterraneo diventa racconto, tra leggende, cucina e il ritmo coinvolgente della pizzica, interpretata dagli artisti della Notte della Taranta.

A Barletta e nella Puglia Imperiale, il mare dialoga con la storia: castelli, cattedrali e vicoli raccontano un passato cavalleresco che convive con la quotidianità delle comunità. Il viaggio si spinge poi nell’entroterra fino ad Altamura, dove il profumo del pane diventa narrazione: un rito antico fatto di gesti precisi, tempi lenti e tradizioni familiari custodite con cura.

In Abruzzo, l’Adriatico cambia voce. Tra Pescara, Ortona, Tortoreto e Sant’Omero, il mare incontra la scienza, la tutela ambientale e paesaggi suggestivi come le pinete e i trabocchi. Qui il racconto si arricchisce di rituali antichi, come la sciabica, e di una cucina che conserva intatta la memoria del territorio.

Dalla costa si apre poi uno sguardo verso la Sardegna, fino ad Arborea, dove il paesaggio agricolo racconta una comunità fondata sulla cooperazione e sul lavoro condiviso. Mare e terra si fondono in un’unica visione, unite dal rispetto per la natura e dalla capacità di costruire futuro senza rinunciare alle radici.

In Veneto, l’acqua diventa protagonista assoluta, mutando continuamente forma. A Chioggia è mare e laguna, anima dei mercati e della vita quotidiana; lungo la Riviera del Brenta si trasforma in fiume, accompagnando ville e antiche rotte commerciali; a Padova scorre nel Canale Piovego, testimone di una storica connessione con Venezia.

Il racconto si amplia ulteriormente con San Leucio, dove l’acqua, pur lontana dalla costa, resta simbolo di connessione e sviluppo, intrecciandosi con la tradizione manifatturiera e il valore del lavoro. Un tassello che dimostra come l’identità italiana possa essere letta anche attraverso i percorsi meno evidenti.

Le Marche rappresentano l’ultima tappa del viaggio. Tra Fano, Mondolfo e Marotta, il mare vive nei gesti quotidiani dei pescatori e nei sapori tramandati. Tradizioni come la Moretta o i garagoi raccontano una cultura marinara intima e resistente, mentre Gradara apre uno spazio sospeso tra storia e leggenda.

Il percorso si chiude simbolicamente a Paestum, nel territorio di Capaccio, dove la campagna diventa naturale prosecuzione del mare. Qui, tra pascoli e allevamenti, si ritrovano gli stessi valori: lavoro, famiglia, rispetto dei cicli naturali.

A guidare questo itinerario è Beppe Convertini, reduce dal successo televisivo recente, che con Azzurro – Storie di Mare continua a raccontare un’Italia autentica e spesso lontana dai riflettori. Un racconto che dialoga idealmente con il suo libro Il Paese delle Tradizioni, ampliandone la narrazione sul piccolo schermo.

Il programma, prodotto da Paolo Chiparo per TV Press Star’s Management Srl, si conferma così come uno spazio televisivo capace di restituire profondità e bellezza al racconto del territorio. Un’Italia che non si limita a mostrarsi, ma si lascia ascoltare — nelle voci, nei silenzi, nelle storie che dal mare arrivano fino alle comunità.

Fosforo e fuoco nel sud del Libano: escalation silenziosa tra uliveti e colline strategiche

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Il sud del Libano torna al centro di una dinamica militare ad alta intensità, dove la geografia agricola e boschiva si intreccia con logiche strategiche e dimostrative. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa nazionale libanese NNA, le forze israeliane avrebbero impiegato munizionamento al fosforo bianco in diverse località, tra cui Yaroun, Arnoun e la città di Bint Jbeil, provocando incendi diffusi in uliveti e pinete.

L’utilizzo di questo tipo di ordigni, controverso per gli effetti incendiari e per le implicazioni sul piano del diritto internazionale umanitario, avrebbe trasformato aree rurali in fronti attivi di combustione, con fiamme propagate rapidamente dalla vegetazione secca. Non si tratta soltanto di danni ambientali: gli uliveti rappresentano una risorsa economica e simbolica per le comunità locali, già esposte a cicliche instabilità.

Parallelamente, sempre secondo NNA, un drone israeliano avrebbe sganciato una granata stordente sul villaggio di Buyut al Siyad, nel distretto di Tiro. Un’azione di questo tipo, se confermata, rientrerebbe in una strategia di pressione mirata a mantenere alta la tensione senza necessariamente innescare uno scontro aperto su larga scala.

A completare il quadro, due attacchi missilistici avrebbero colpito la collina di Ali al Taher, nei pressi di Nabatieh. L’area, per la sua posizione sopraelevata, è considerata un punto di osservazione e controllo significativo, elemento che ne aumenta il valore tattico nelle operazioni militari.

Il susseguirsi di episodi – incendi, incursioni con droni, attacchi mirati – suggerisce un’escalation a bassa intensità ma ad alto impatto locale. Una guerra che, più che nelle grandi città, si consuma tra campi coltivati, rilievi strategici e piccoli centri abitati, lasciando sul terreno non solo segni materiali, ma anche un persistente stato di precarietà per la popolazione civile.

Sangue a Vescovato, lite degenera in tragedia: 24enne ucciso, fermato un 32enne

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Una sequenza rapida e violenta, maturata nel giro di poche ore, ha trasformato una lite in un omicidio. A Vescovato, nel Cremonese, un giovane di 24 anni, di origine albanese, è stato ucciso a coltellate al culmine di un’aggressione avvenuta in strada. Per il delitto è stato fermato un uomo italiano di 32 anni, attualmente ricoverato e piantonato in ospedale, mentre gli inquirenti lavorano per ricostruire con precisione dinamica e responsabilità.

Secondo una prima ricostruzione, tutto avrebbe avuto origine all’interno di un bar del paese, dove sarebbe scoppiato un acceso diverbio tra più persone. La tensione, anziché esaurirsi, si sarebbe trasferita all’esterno: il 32enne, dopo la discussione, avrebbe fatto rientro nella propria abitazione. Poco dopo, il 24enne si sarebbe presentato davanti alla casa insieme ai fratelli, con l’intento di chiarire quanto accaduto.

È in questo frangente che la situazione sarebbe precipitata. L’uomo sarebbe uscito armato di coltello, colpendo i presenti: un fendente alla gola ha raggiunto mortalmente il 24enne, mentre un secondo uomo è stato ferito all’addome e trasportato in ospedale. Un’escalation improvvisa che, secondo gli investigatori, si inserirebbe nel contesto di una rissa che ha coinvolto almeno tre persone.

Le indagini sono affidate ai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Cremona, con il supporto della compagnia cittadina e della stazione di Vescovato. Gli accertamenti sono in corso per chiarire ogni dettaglio, inclusa la posizione dei presenti e la sequenza esatta degli eventi.

Tra le ipotesi al vaglio emerge anche quella di un possibile movente di natura passionale. Secondo i primi elementi raccolti, una donna potrebbe aver avuto un ruolo indiretto nella vicenda: in passato legata sentimentalmente a uno dei protagonisti, oggi sarebbe la compagna di un altro. Si tratta tuttavia di una pista ancora tutta da verificare e che richiederà ulteriori riscontri investigativi.

Nel frattempo, la comunità locale resta scossa da un episodio che, partito da un confronto verbale, si è trasformato in un dramma irreversibile, segnando profondamente un piccolo centro dove simili fatti restano rari ma lasciano un segno duraturo.

L’impero del debito

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A cura di Gilberto Borzini

Venti anni fa Paul Wofowitz, numero due del Pentagono, affermava che le frontiere sarebbero scomparse a seconda delle caratteristiche che la nazione leader, gli USA, avrebbero assegnato ad ogni Paese. Oggi assistiamo allo sgretolamento del gigante d’argilla e del modello economico che rappresenta.

Ogni sistema politico dovrebbe disporre di un centro gravitazionale affidabile, e a maggior ragione ogni raggruppamento geopolitico che è anche, e forse soprattutto, un sistema economico omogeneo.

Tra economia e struttura politica il rapporto è solidale, costante e inseparabile e l’affermazione di Wolfowitz, riportata da Luis Sepulveda ne “la sporca storia” edito da Guanda, definisce lo strapotere statunitense nei confronti, in particolare, dei continenti americani.

Scollamento e Implosione

Con l’evoluzione del capitalismo contemporaneo post globalizzazione in tecnocapitalismo, l’impronta imperialista impersonata nelle presidenze Trump si è manifestata nelle sue dinamiche più becere e arroganti ma ha parimenti dimostrato la sua incapacità di trovare soluzioni politiche alle dinamiche sociali più drammatiche che attraversano le società capitaliste: un diffuso disagio psicologico, incertezza, precarietà, riduzione quando non carenza di servizi al pubblico, lavoro povero, inflazione elevata e una insopportabile ripartizione dei ricavi a favore di un’esigua minoranza di cittadini sono gli elementi più evidenti. Talmente evidenti che sarebbero in grado di sfociare in violente manifestazioni “di classe”, come anni fa accadeva in Francia con i Gilet Gialli, se solo i nuovi poveri, in larga parte ex membri della classe media, non avessero perduto la voglia di lottare percependosi ai margini di interessi contrapposti.

L’implosione sociale generata e prodotta dal tecnocapitalismo, di cui osserviamo i primi vagiti, è propria dello scollamento della politica dalla “governance” sociale e dal nuovo matrimonio di interesse di tutti gli schieramenti partitici, inclusi quelli di sinistra, con gli attori  finanziari.

Attori finanziari che, siano essi gruppi di investimento, banche, assicurazioni o società finanziarie, acquisiscono tutti i servizi un tempo in capo allo Stato grazie alle privatizzazioni e penetrano come coltelli nel burro nelle vite individuali dei cittadini promuovendo acquisti, credito, indebitamento, rateizzazioni accompagnati dal controllo digitale dell’identità digitale e di ogni movimento del denaro digitale da loro stessi prodotto.

Il cosiddetto Occidente ha capitolato, sinistra tutta inclusa, davanti all’usura organizzata.

Negli USA la struttura è talmente cresciuta negli ultimi decenni da affrontare ormai da vicino la possibile esplosione di una bolla finanziaria di proporzioni planetarie con un debito pubblico insostenibile e un debito privato in cui uno scricchiolio potrebbe far crollare il castello.

Per mantenere il giocattolo, come scritto giorni addietro, gli USA possono solo “rapinare energia” in giro per il mondo per rivenderla ad alto prezzo, e vendere tecnologia, armi incluse, agli alleati dopo aver applicato dazi commerciali agli alleati stessi: insomma, gli USA raschiano il barile per fare fronte alla pessima condizione delle proprie finanze mentre più volte dalle parti di Wall Street c’è chi ha affermato che una Bolla Tecnologica potrebbe esplodere provocando un disastro tale da fare impallidire quello dei Junk Funds del 2008 (do you remember Lehman Bros?).

USA e Islam

Non sopportano l’Islam, gli Stati Uniti, e non lo sopportano gli alleati occidentali che agli USA fanno riferimento, e il motivo è finanziario prima ancora che culturale o religioso. Le donne velate sono un pretesto, ma la vera causa è che la Sharia islamica impedisce la cessione del denaro ad usura, tipica dell’impianto finanziario occidentale.

Nell’Islam le banche “partecipano” i progetti che finanziano e dalla partecipazione ricavano l’utile: non “prestano denaro” per interesse come fanno le banche occidentali.

Si tratta di un modello manifestamente in contrasto con l’intera arhitettura del denaro e dell’economia occidentale, ma di un modello che spiega peraltro come e perché la Cina penetri facilmente nelle relazioni africane proprio grazie al medesimo concetto di “partecipazione” nei grandi progetti di infrastrutturazione e urbanizzazione statali.

Nel vastissimo, e crescente, mondo BRICS il concetto di “partecipazione” si conferma come modello di un’economia alternativa a quella occidentale ancora farcita di colonialismo e praticata con mezzi imperialisti quali guerra, invasione e rapina.

Il sospetto

Le minacce sempre agitate e altrettanto ritirate di scatenare una tempesta di fuoco su Teheran trascinano nel ridicolo l’amministrazione Trump, sostenendo il sospetto di una debolezza strutturale statunitense sia nella disponibilità di armamenti sia nell’efficienza degli stessi, in particolar modo della flotta militare.

Un eccessivo utilizzo e un’altrettanto sconsiderato commercio necessario per capitalizzare il capitalizzabile avrebbero impoverito l’arsenale degli USA in misura talmente significativa da non concedere all’Ucraina i Patriot necessari, da ritirare le minacce all’Iran e da implorare un centinaio di miliardi di budget aggiuntivo per il Pentagono al senato statunitense.

Una condizione di debolezza inquietante in cui alla precarietà finanziaria si affianca la relativa carenza militare.

Gioca a favore degli USA il fatto che nessuno degli altri attori dello scenario planetario vedrebbe di buon occhio un crollo finanziario statunitense, considerando che gli incroci di interessi sono frequenti e che per Pechino gli USA rappresentano comunque il maggior mercato commerciale di riferimento, ma il gigante statunitense si dimostra ogni giorno che passa sempre più oscillante sotto al proprio peso, sempre più poggiato su piedi d’argilla, sempre meno affidabile e tanto meno credibile. E quando si perde la faccia, per quanto tu sia grande e grosso, tutti ti voltano le spalle.

Appalti senza gara e soglie “furbe”: l’allarme corruzione torna a suonare in Campania

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Un campanello d’allarme che non può essere ignorato, né a livello nazionale né, soprattutto, nei territori più esposti. I dati dell’ultimo rapporto dell’Autorità nazionale anticorruzione riportano al centro del dibattito il tema della trasparenza negli appalti pubblici, con un focus che per la Campania assume contorni ancora più delicati.

A rilanciare la preoccupazione è Sandro Ruotolo, responsabile Informazione della segreteria nazionale del Partito Democratico ed europarlamentare, che invita a non abbassare la guardia proprio mentre aumentano i segnali di rischio. La regione, infatti, continua a figurare tra quelle più vulnerabili ai fenomeni corruttivi, in un contesto segnato da una storica pressione della criminalità organizzata sull’economia legale.

Il dato più significativo riguarda gli affidamenti diretti: secondo l’ANAC, circa il 95% degli appalti di servizi e forniture avviene ormai senza gara. Un numero che, di per sé, racconta una trasformazione profonda delle procedure pubbliche, ma che solleva anche interrogativi sulla tenuta dei principi di concorrenza e trasparenza. Ancora più eloquente è la concentrazione degli affidamenti appena sotto la soglia dei 140mila euro, un limite che sembra diventare un riferimento sistematico più che una coincidenza.

Per Ruotolo, si tratta di un’anomalia che rischia di spostare l’equilibrio dalle regole alla discrezionalità, aumentando le possibilità di distorsioni e riducendo gli spazi di controllo. Da qui la necessità di rafforzare i meccanismi di vigilanza, soprattutto in un’area come quella metropolitana di Napoli, destinata nei prossimi anni a gestire ingenti flussi di risorse pubbliche.

Il tema non è solo tecnico, ma profondamente politico e istituzionale. La prevenzione, sottolinea l’esponente dem, resta lo strumento più efficace nella lotta alla corruzione. In questo quadro, destano preoccupazione l’indebolimento dei presìdi di controllo e alcune recenti scelte normative, come l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, più volte criticata anche dal presidente dell’ANAC.

In gioco c’è molto più della regolarità delle procedure: c’è la qualità della democrazia, la credibilità delle istituzioni e la capacità dello Stato di impedire che il denaro pubblico venga intercettato da interessi opachi o, peggio, dalle organizzazioni criminali. La provincia napoletana, ricorda Ruotolo, ha già pagato un prezzo altissimo all’intreccio tra corruzione, politica e camorra. Tornare indietro, oggi, non è un’opzione.

Esodo estivo, traffico in crescita ma senza emergenze: Anas promuove il primo weekend di agosto

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Il primo grande banco di prova dell’esodo estivo si chiude senza criticità rilevanti. Il primo weekend di agosto, tradizionalmente tra i più intensi per la mobilità nazionale, ha confermato le previsioni di aumento dei flussi sulla rete Anas (Gruppo FS Italiane), ma senza generare situazioni di emergenza.

Tra venerdì e domenica si è registrato un incremento complessivo del traffico pari al +1,35% rispetto al fine settimana precedente e del +4,5% su base annua. A trainare i movimenti è stato soprattutto il Sud Italia, dove i volumi sono cresciuti del +3,26%, segnale di una domanda turistica in forte espansione verso le mete balneari e insulari.

La mattinata di domenica 2 agosto ha visto picchi significativi lungo alcuni degli assi principali della mobilità estiva: l’A2 “Autostrada del Mediterraneo” in prossimità di Sicignano degli Alburni, la statale 16 “Adriatica” all’altezza di Falconara Marittima e la statale 18 “Tirrena Inferiore” nei pressi di Vibo Valentia. Rallentamenti si sono registrati invece in Sicilia, sull’A29 “Palermo-Mazara del Vallo” e lungo la Tangenziale Ovest di Catania, in corrispondenza dello svincolo di Catania Nord.

Traffico sostenuto anche nel Centro-Nord: nel Lazio, lungo la A91 “Roma-Fiumicino” in direzione aeroporto e sulla statale 148 “Pontina” verso il litorale; in Lombardia, sulla statale 36 “del Lago di Como e dello Spluga”, principale direttrice verso la Svizzera.

I dati confermano la pressione sulle principali arterie. Sulla A2 i transiti più elevati si sono registrati a Pontecagnano Faiano (273.900 veicoli), Salerno (231.000) e Battipaglia (196.061). In Sicilia spiccano i 182.657 veicoli sull’A19DIR a Palermo e i 182.977 sulla Tangenziale di Catania a Misterbianco. Nel Lazio, il Grande Raccordo Anulare ha superato i 326.000 passaggi nella tratta Laurentina–Castel di Leva.

Numeri importanti anche in Puglia, con oltre 330.000 veicoli sulla statale 16 “Adriatica” a Bari, e in Lombardia, dove la statale 36 ha registrato oltre 200.000 transiti a Monza. A livello regionale, spiccano i volumi dell’Emilia-Romagna (oltre 2 milioni di veicoli), della Puglia (quasi 2,4 milioni) e della Calabria (quasi 2 milioni).

Il pomeriggio di domenica è contrassegnato dal bollino rosso, complice la sovrapposizione tra ultime partenze e rientri di breve e medio raggio. Resta in vigore fino alle ore 22 il divieto di circolazione per i mezzi pesanti, misura volta a favorire la fluidità del traffico.

Anas invita gli automobilisti a pianificare gli spostamenti consultando in anticipo il calendario dei bollini e le informazioni sui cantieri, disponibili online, e a seguire alcune semplici ma fondamentali regole di sicurezza: controllo preventivo del veicolo, adeguata scorta d’acqua, rispetto dei limiti di velocità, uso delle cinture e massima attenzione alla guida. Fondamentale anche evitare distrazioni e fermarsi in caso di stanchezza.

Il primo grande esodo dell’estate 2026, dunque, archivia un risultato positivo: traffico intenso, ma gestibile. Un segnale incoraggiante in vista dei prossimi weekend, quando i volumi sono destinati a crescere ulteriormente.

Migranti, Madrid attacca: “Italia sotto pressione, ma la Spagna ha saputo reagire”

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La gestione dei flussi migratori torna a dividere le capitali europee, con Madrid che punta il dito contro Roma. Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha tracciato un confronto netto tra Italia e Spagna, sostenendo che il nostro Paese si trovi in una condizione di forte pressione, senza essere riuscito a mettere in campo soluzioni efficaci.

Intervenuto alla televisione pubblica spagnola, Albares ha descritto l’Italia come “inondatta” dai migranti, indicando in Lampedusa il simbolo di una crisi strutturale. Secondo il capo della diplomazia iberica, Roma rappresenta oggi il Paese europeo con il maggior numero di arrivi irregolari, un primato che – a suo dire – evidenzierebbe limiti nella capacità di gestione.

Il confronto con la Spagna è stato esplicito. Albares ha rivendicato la rapidità d’intervento adottata nella crisi di Ceuta, sottolineando come, nel giro di poche ore, la quasi totalità dei migranti entrati nella città autonoma sia stata rimpatriata in Marocco. Un risultato che il ministro presenta come esempio di efficienza e coordinamento istituzionale. “Anche l’Italia vorrebbe risolvere la situazione a Lampedusa”, ha aggiunto, suggerendo implicitamente una distanza tra le due strategie.

Nel suo intervento non sono mancate critiche più dirette alla classe politica italiana. Albares ha parlato di governi “non all’altezza” della sfida migratoria, includendo l’Italia tra i casi emblematici. Allo stesso tempo ha invocato unità politica e solidarietà europea attorno a Ceuta e Melilla, definite “città spagnole ed europee”, ribadendo la necessità di una risposta compatta da parte dell’Unione.

Il ministro ha inoltre difeso il ruolo della Spagna come attore solidale nelle crisi migratorie che hanno coinvolto altri Paesi membri, ricordando il sostegno fornito in occasione delle emergenze a Lampedusa, lungo la frontiera orientale con la Bielorussia e durante l’esodo siriano. Una narrazione che punta a rafforzare l’immagine di Madrid come partner affidabile nel quadro europeo.

Elemento centrale della strategia spagnola, secondo Albares, è la collaborazione con il Marocco. Rabat – ha spiegato – avrebbe offerto sin dall’inizio un contributo decisivo per contenere i flussi verso Ceuta e favorire il rientro dei migranti. La “stragrande maggioranza” delle persone entrate nella città autonoma sarebbe già stata riaccompagnata oltre confine, mentre proseguono gli sforzi congiunti per completare i rimpatri.

Le dichiarazioni del ministro spagnolo riaprono così il dibattito sulla gestione europea dell’immigrazione, mettendo in luce approcci diversi e, soprattutto, tensioni politiche mai del tutto sopite tra gli Stati membri. Sullo sfondo resta una questione che continua a sfidare la coesione dell’Unione: come coniugare controllo delle frontiere, solidarietà e responsabilità condivisa.

Big Pharma verso un nuovo gigante: AstraZeneca–Bristol Myers Squibb, prove di fusione da 400 miliardi

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Un possibile terremoto strategico si profila all’orizzonte dell’industria farmaceutica globale. AstraZeneca e Bristol Myers Squibb starebbero valutando una fusione di proporzioni eccezionali, destinata – se concretizzata – a generare uno dei più grandi gruppi al mondo nel settore della salute, con una capitalizzazione complessiva prossima ai 400 miliardi di dollari.

Secondo indiscrezioni raccolte da fonti vicine al dossier, le due società avrebbero avviato da mesi un dialogo riservato per esplorare i contorni di un’aggregazione che avrebbe pochi precedenti per dimensioni e impatto industriale. Le trattative, riportate anche dal Financial Times, restano tuttavia in una fase interlocutoria: un accordo potrebbe arrivare nel breve periodo, ma non sono da escludere rallentamenti o addirittura un esito negativo dei negoziati.

Sul tavolo non c’è soltanto una questione di scala, ma una vera e propria ridefinizione delle strategie globali di Big Pharma. L’integrazione tra le pipeline di ricerca, le competenze scientifiche e le reti commerciali delle due aziende potrebbe rafforzare in modo significativo la capacità competitiva del nuovo gruppo, soprattutto nei segmenti ad alto valore come oncologia, immunologia e terapie innovative.

I numeri aiutano a comprendere la portata dell’operazione. AstraZeneca, attualmente seconda società quotata del Regno Unito per valore, vanta una capitalizzazione di circa 196 miliardi di sterline, pari a 260 miliardi di dollari. Bristol Myers Squibb, dal canto suo, si attesta intorno ai 133 miliardi di dollari. L’eventuale fusione collocherebbe il nuovo soggetto ai vertici della classifica globale, appena al di sotto dei leader assoluti del comparto.

Resta però da sciogliere un nodo cruciale: la complessità di un’integrazione transatlantica di questa portata, che comporterebbe non solo sfide regolatorie e antitrust, ma anche delicati equilibri manageriali e culturali. Per ora, il progetto resta un’ipotesi ambiziosa, sospesa tra opportunità industriali e inevitabili incognite.

Se l’operazione dovesse andare in porto, il panorama della farmaceutica mondiale potrebbe cambiare volto, segnando l’inizio di una nuova stagione di consolidamento tra i grandi player del settore.