29 Ottobre 2026, giovedì
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Dalla firma alla connessione: la giustizia svizzera valuta il controllo digitale per i Moretti

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C’è una linea sottile, sempre più mobile, che separa la presenza fisica dalla presenza giuridicamente verificabile. È lungo questa linea che si muove l’ultima iniziativa difensiva di Jacques e Jessica Moretti, al centro di uno dei procedimenti più complessi e delicati degli ultimi anni in Svizzera: quello relativo alla strage di Capodanno nel locale Constellation di Crans-Montana.

La richiesta è tanto semplice nella forma quanto innovativa nella sostanza: sostituire l’obbligo di firma quotidiano — misura classica di controllo cautelare — con un sistema di verifica a distanza basato su videochiamate con la polizia cantonale. Non più dunque la ritualità della presenza fisica presso un ufficio, ma una “presenza digitale” certificata in tempo reale.

L’ipotesi trova spazio nell’ordinanza del Tribunale di Sion che ha disposto la proroga delle misure restrittive fino al 9 ottobre. Un atto che, pur confermando la necessità di contenere il rischio di fuga, lascia intravedere una possibile evoluzione degli strumenti di vigilanza. Il giudice, infatti, si dichiara disponibile a riconsiderare la misura sostitutiva richiesta dalla difesa, subordinando però qualsiasi modifica a una verifica rigorosa di due parametri fondamentali: fattibilità tecnica ed efficacia giuridica.

Il contesto, del resto, non consente margini di leggerezza. I coniugi Moretti sono indagati, insieme ad altre tredici persone, per reati gravissimi: incendio colposo, lesioni aggravate e omicidio colposo. La tragedia — 41 morti e 115 feriti — impone un bilanciamento particolarmente stringente tra esigenze cautelari e diritti individuali.

È proprio in questo equilibrio che si inserisce il nodo tecnico-giuridico della proposta. La sostituzione dell’obbligo di firma con un controllo in videoconferenza solleva interrogativi precisi:
può una verifica a distanza garantire lo stesso livello di affidabilità di una presenza fisica? Qual è il grado di certezza sull’identità e sulla localizzazione del soggetto? E ancora: quali protocolli operativi devono essere adottati per evitare elusioni o manipolazioni?

A queste domande tenta di rispondere, in prima battuta, il servizio per l’applicazione delle misure, interpellato dal tribunale. Il parere tecnico traccia uno scenario operativo concreto: gli agenti della polizia cantonale di Sierre potrebbero effettuare contatti quotidiani tramite videochiamata, in modo discrezionale e non necessariamente preannunciato. I soggetti sottoposti a misura sarebbero tenuti a rispondere dal proprio domicilio o da un luogo previamente comunicato e registrato, consentendo così una verifica visiva immediata della loro presenza.

Dal punto di vista tecnico, il modello richiama sistemi già sperimentati in altri ordinamenti, dove il controllo a distanza si basa su tre elementi chiave: identificazione visiva, tracciabilità della connessione e imprevedibilità delle verifiche. Tuttavia, a differenza di strumenti più strutturati come i braccialetti elettronici, la videochiamata presenta un margine maggiore di discrezionalità operativa e, potenzialmente, di vulnerabilità.

Ed è proprio su questo terreno che si gioca la valutazione del giudice. L’efficacia della misura non dipende soltanto dalla disponibilità tecnologica, ma dalla sua capacità di replicare — o almeno avvicinare — il livello di controllo garantito dalla firma quotidiana. In altri termini, la questione non è se il sistema sia possibile, ma se sia sufficientemente affidabile da sostenere il peso delle esigenze cautelari.

La vicenda Moretti diventa così un banco di prova per una trasformazione più ampia: quella della giustizia penale nell’era digitale. L’introduzione di strumenti di controllo remoto non rappresenta soltanto un adattamento contingente, ma un possibile cambio di paradigma, in cui la tecnologia non sostituisce semplicemente le pratiche tradizionali, ma ne ridefinisce i presupposti.

Se il Tribunale di Sion dovesse dare il via libera, si aprirebbe un precedente significativo: la legittimazione di forme di vigilanza “smaterializzate” capaci di incidere concretamente sulle misure cautelari. In caso contrario, resterebbe confermata la centralità della presenza fisica come garanzia insostituibile.

In attesa della decisione, una cosa è certa: il diritto, ancora una volta, si trova a inseguire — e a regolare — l’evoluzione degli strumenti con cui controlla la realtà.

Carburanti adulterati, Appendino (M5S): “Controlli necessari, ma basta scaricare colpe sui benzinai. Urso tagli davvero le accise”

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Il tema dei carburanti adulterati torna con forza al centro del dibattito pubblico, alimentando preoccupazioni tra consumatori e operatori del settore. Di fronte ai recenti casi emersi, la deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino invita ad affrontare la questione con rigore, evitando però facili scorciatoie politiche.

“I controlli sono sacrosanti e il lavoro della Guardia di Finanza è fondamentale – sottolinea Appendino – ma il governo non può sfruttare questa vicenda per addossare responsabilità ai gestori e distogliere l’attenzione dai propri fallimenti nella lotta al caro benzina”.

Secondo l’esponente pentastellata, infatti, i gestori degli impianti rappresentano l’ultimo anello della catena distributiva e non hanno alcun margine di scelta sulla qualità del prodotto. “Il carburante viene fornito in esclusiva dalle compagnie – spiega – e non esistono strumenti che consentano ai benzinai di verificarne la qualità prima dell’immissione nei serbatoi”.

Un elemento, questo, che troverebbe conferma anche nelle pratiche adottate dalle grandi compagnie petrolifere, che – ricorda Appendino – stipulano polizze assicurative proprio per coprire i danni derivanti da carburante contaminato distribuito sulla propria rete. “Segno evidente che l’origine del problema è ben nota”, aggiunge.

Da qui l’affondo politico nei confronti del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “Basta usare i benzinai come parafulmine. È il momento di intervenire davvero: attuare la riforma del settore, ridurre in modo strutturale le accise e garantire piena trasparenza lungo tutta la filiera”.

La richiesta è chiara: individuare le responsabilità nei punti critici del sistema, senza colpire chi opera a valle. “I responsabili – conclude Appendino – vanno cercati dove stanno davvero, non scaricati sull’ultimo anello della catena”.

Omicidio di Pinarella, svolta nelle indagini: quattro giovani fermati dai Carabinieri

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Una svolta significativa arriva nelle indagini sull’omicidio di Nicola Musiani, il giovane deceduto nella notte del 19 luglio a Pinarella di Cervia dopo un violento pestaggio. Nella giornata odierna, al termine di un’attività investigativa complessa e meticolosa, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Ravenna, affiancati dai militari della Compagnia di Cervia–Milano Marittima e coordinati dalla Procura della Repubblica di Ravenna, hanno eseguito quattro fermi di indiziato di delitto.

I provvedimenti riguardano altrettanti giovani ritenuti, allo stato attuale delle indagini, presunti responsabili del reato di omicidio aggravato in concorso. L’operazione è stata condotta attraverso un articolato dispositivo operativo che ha consentito di rintracciare i soggetti nella provincia di Forlì-Cesena, dove sono stati localizzati e successivamente condotti in carcere.

Le indagini si sono rivelate fin da subito particolarmente complesse. Gli investigatori, infatti, disponevano inizialmente solo di alcuni filmati che documentavano parzialmente la dinamica dell’aggressione e la sua estrema violenza, senza però permettere un’identificazione chiara degli autori.

A partire da questi elementi, i Carabinieri hanno avviato un lavoro di ricostruzione a ritroso, acquisendo e analizzando ulteriori immagini provenienti da sistemi di videosorveglianza pubblici e privati. Un’attività minuziosa, supportata dall’incrocio dei dati contenuti nelle banche dati delle Forze di polizia, da numerose testimonianze oculari raccolte nel corso delle indagini e da un’intensa attività tecnica.

Fondamentali si sono rivelate, infatti, anche le intercettazioni telefoniche e ambientali, oltre ai servizi di pedinamento, che hanno progressivamente consentito di delineare il quadro indiziario e di arrivare all’identificazione dei quattro giovani fermati.

Le indagini, tuttavia, non si fermano. Sotto il coordinamento della Procura di Ravenna, i Carabinieri proseguono gli accertamenti con l’obiettivo di chiarire ogni dettaglio della vicenda e verificare l’eventuale coinvolgimento di ulteriori soggetti nel brutale omicidio che ha scosso la comunità locale.

Portici, il mistero dell’appartamento silenzioso: trovati morti zia e nipote

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Un appartamento chiuso, il silenzio protratto per giorni e una scoperta che apre più interrogativi che risposte. È il quadro che emerge da Portici, nel Napoletano, dove nei giorni scorsi sono stati rinvenuti i corpi senza vita di due persone: una donna di 82 anni e un uomo di 44, legati – secondo le prime ricostruzioni – da un rapporto familiare di zia e nipote.

Il ritrovamento è avvenuto in un’abitazione di Piazzale Divina Provvidenza. I due corpi giacevano a terra, ai piedi del letto, in una posizione che non lascia emergere elementi immediatamente riconducibili a un evento violento. Un dettaglio che, insieme all’assenza di segni di effrazione sulle porte dell’appartamento, orienta le indagini verso uno scenario ancora tutto da chiarire.

Secondo le prime valutazioni, il decesso risalirebbe ad alcuni giorni prima della scoperta, verosimilmente fino a cinque. Un lasso di tempo che spiega anche il ritardo nell’intervento dei soccorsi, giunti sul posto con diverse ambulanze dopo la segnalazione.

I carabinieri stanno conducendo accertamenti approfonditi per ricostruire le ultime ore di vita delle due persone e stabilire con precisione le cause della morte. Al momento, nessuna ipotesi viene esclusa: dagli eventi naturali a possibili fattori accidentali, fino a scenari più complessi che richiederanno verifiche medico-legali.

Su disposizione dell’autorità giudiziaria, le salme sono state trasferite all’obitorio del Policlinico di Napoli, dove saranno sottoposte agli esami necessari per fare luce su una vicenda che resta, almeno per ora, avvolta nel mistero.

In attesa degli esiti ufficiali, resta il dato più evidente: un doppio decesso consumatosi nel silenzio domestico, lontano da testimoni, e scoperto solo dopo giorni. Un caso che interroga e che, con ogni probabilità, richiederà tempo per essere pienamente compreso.

Schengen sotto tensione: Roma tira dritto, Madrid alza il tono

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La crisi migratoria esplosa a Ceuta si trasforma in un caso politico europeo e incrina gli equilibri tra Roma e Madrid. Al centro del braccio di ferro, la decisione italiana di reintrodurre controlli alle frontiere nei confronti dei cittadini di Paesi terzi provenienti dalla Spagna: una misura che il governo di Pedro Sánchez ha definito senza mezzi termini “ingiusta, discriminatoria e contraria allo spirito dell’Unione”.

Da Palazzo Chigi, tuttavia, la linea resta ferma. Nessun passo indietro, almeno nell’immediato. La sospensione dell’applicazione dell’accordo di Schengen — spiegano fonti governative — non sarà rivista prima del 15 agosto e comunque solo quando ogni rischio per la sicurezza nazionale sarà considerato definitivamente superato. Una posizione che, nei fatti, respinge l’ultimatum lanciato da Madrid, che chiedeva la revoca entro il 9 agosto, minacciando altrimenti misure “proporzionate”.

A rafforzare il messaggio è intervenuto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che liquida le critiche come “polemiche da respingere al mittente”. La decisione, insiste, risponde esclusivamente a esigenze di sicurezza: temporanea, selettiva e priva di effetti penalizzanti per i flussi regolari. “Quando il pericolo sarà cessato — assicura — saremo i primi a esserne soddisfatti: per la Spagna, per l’Europa e per l’Italia”.

Il nodo, però, resta Ceuta. Il 30 luglio, circa 50mila persone provenienti dal Marocco hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola, in gran parte via mare. Una pressione migratoria improvvisa e drammatica, che ha provocato anche vittime — tra cui un uomo precipitato mentre cercava di attraversare il confine con un parapendio, simbolo estremo di una disperazione che non conosce limiti né confini.

Sul fronte interno, la Spagna si muove per gestire le conseguenze umanitarie della crisi. La procura generale ha attivato un monitoraggio stringente sui minori non accompagnati, imponendo alle comunità autonome di garantire accoglienza e assistenza. Secondo i dati ufficiali, sono almeno 1.342 i giovani già inseriti nel sistema di protezione di Ceuta, molti dei quali ancora da identificare.

Eppure, al di là delle dichiarazioni ufficiali e delle legittime preoccupazioni per la sicurezza, il caso rivela anche un altro livello, meno dichiarato ma evidente. La postura del governo italiano — e in particolare del Viminale — appare a tratti più muscolare che strategica, quasi una prova di forza da esibire sul palcoscenico politico interno. Piantedosi e l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni alzano la cresta come galletti in un’aia mediatica affollata, pronti a rivendicare fermezza e controllo. Ma resta il sospetto, difficile da ignorare, che fino a pochi giorni prima molti di quei protagonisti non avessero nemmeno ben chiaro dove si trovasse Ceuta. Una geografia riscoperta all’improvviso, trasformata in simbolo utile per alimentare una narrazione securitaria che, per un quarto d’ora di propaganda, finisce per complicare rapporti diplomatici e dinamiche europee ben più delicate.

Il risultato è uno scontro che va oltre la contingenza. Da un lato, l’Italia rivendica il diritto — previsto dai trattati — di sospendere temporaneamente Schengen per ragioni di sicurezza. Dall’altro, la Spagna denuncia un atto unilaterale che rischia di minare la fiducia reciproca tra partner europei. In mezzo, un’Unione chiamata ancora una volta a fare i conti con le proprie fragilità: incapace di una gestione condivisa delle migrazioni e sempre più esposta a decisioni nazionali che, pur legittime, rischiano di incrinare il progetto comune.

Il 15 agosto si avvicina come una scadenza simbolica. Più che una data, un banco di prova: per capire se prevarrà la logica dell’emergenza o quella della cooperazione.

Frontiere Schengen, scontro Roma-Madrid: la Spagna chiede all’Italia di fare marcia indietro

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Sale la tensione diplomatica tra Italia e Spagna sul dossier frontiere. Madrid ha chiesto formalmente al governo italiano di revocare entro domenica 9 agosto i controlli reintrodotti ai confini nazionali il primo agosto, una decisione presa da Roma dopo l’emergenza migratoria esplosa a Ceuta e le conseguenti preoccupazioni sulla gestione dei flussi all’interno dell’area Schengen.

In una nota ufficiale, l’esecutivo spagnolo ha definito la scelta italiana “ingiusta”, “contraria agli interessi dell’Unione europea” e penalizzante nei confronti dei cittadini spagnoli. Secondo Madrid, il ripristino dei controlli sarebbe stato deciso senza un adeguato confronto preventivo con i partner europei, attraverso un atto considerato “unilaterale” e fondato su motivazioni che la Spagna giudica prive di basi concrete.

Il governo spagnolo sostiene infatti che le ragioni addotte dall’Italia non sarebbero compatibili con il Codice delle frontiere Schengen, il quadro normativo che disciplina la libera circolazione tra gli Stati membri. La contestazione riguarda soprattutto la proporzionalità della misura e il rischio che controlli temporanei possano trasformarsi in un ostacolo alla mobilità interna europea.

Roma, dal canto suo, ha motivato la decisione con la necessità di garantire maggiore sicurezza e monitorare possibili ripercussioni della pressione migratoria, dopo gli eventi registrati a Ceuta e le difficoltà nella gestione dei movimenti secondari dei migranti all’interno dell’Unione.

Lo scontro mette in evidenza una delle fragilità più evidenti del sistema europeo: il delicato equilibrio tra il principio della libera circolazione, pilastro dell’area Schengen, e la richiesta degli Stati membri di poter intervenire rapidamente davanti a situazioni considerate emergenziali.

Madrid ora attende una risposta da Roma e avverte che, in assenza di una revoca del provvedimento entro la scadenza indicata, saranno adottate “misure proporzionate”. Una formula che lascia aperto il ventaglio delle possibili reazioni diplomatiche e politiche, aumentando la pressione su un confronto destinato a coinvolgere anche le istituzioni europee.

La vicenda rischia così di trasformarsi da una disputa bilaterale a un nuovo banco di prova per la coesione dell’Unione europea sulla gestione delle frontiere, dell’immigrazione e delle regole comuni di Schengen.

Amanda Knox porta in scena “Cartwheel” e difende lo spettacolo: “È un tributo a Meredith Kercher”

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Amanda Knox torna al centro del dibattito pubblico, questa volta non per un’aula di tribunale ma per un palcoscenico. La 39enne statunitense ha deciso di raccontare la sua esperienza nello spettacolo teatrale comico “Cartwheel”, in programma all’Edinburgh Fringe Festival, il più importante festival mondiale dedicato alle arti performative. Una scelta che ha immediatamente riacceso polemiche e divisioni, tra chi considera l’opera una forma di narrazione personale e chi invece la giudica un’inopportuna trasformazione in intrattenimento di una tragedia che ha segnato profondamente una famiglia.

Knox ha respinto con fermezza le accuse di voler sminuire la violenza contro le donne. In un messaggio pubblicato sui social ha spiegato che lo spettacolo nasce con un intento opposto: rendere omaggio alla memoria di Meredith Kercher e riflettere sulla violenza subita da entrambe. “Cartwheel”, secondo la sua autrice, non sarebbe dunque una riscrittura ironica di un dramma, ma un tentativo di affrontare le conseguenze di una vicenda giudiziaria e mediatica che ha cambiato per sempre la sua vita.

La presa di posizione arriva dopo le parole di Stephanie Kercher, sorella di Meredith, affidate alla Bbc. La donna ha espresso il proprio dissenso sostenendo che portare sul palco una rappresentazione comica legata all’omicidio della studentessa britannica rischi di normalizzare e banalizzare la violenza contro le donne. Pur riconoscendo ad Amanda Knox il diritto di ricostruirsi un’esistenza dopo l’assoluzione definitiva pronunciata dalla Corte di Cassazione il 27 marzo 2015, Stephanie Kercher ha sottolineato come la scelta di trasformare quella tragedia in uno spettacolo rappresenti per la famiglia un’ulteriore sofferenza.

Un titolo nato da una controversia mai chiarita

Il nome dello spettacolo, “Cartwheel” — ovvero “La ruota” — richiama uno degli episodi più controversi e discussi della vicenda di Perugia del 2007: il presunto racconto secondo cui Knox avrebbe compiuto delle capriole in questura dopo l’omicidio di Meredith Kercher. Un dettaglio diventato nel tempo uno dei simboli della narrazione mediatica del caso, ma mai realmente confermato.

Attraverso il linguaggio della comicità, Knox punta a raccontare il peso dell’esposizione pubblica, il processo mediatico subito e il modo in cui la sua immagine è stata costruita e deformata negli anni. Una scelta narrativa che, proprio per il tema affrontato, si muove su un terreno estremamente delicato.

Lo spettacolo debutterà venerdì 7 agosto e resterà in cartellone per undici repliche consecutive. Nonostante le contestazioni, tutte le date risultano già esaurite, segnale dell’enorme interesse ancora suscitato da una delle vicende giudiziarie più seguite degli ultimi decenni.

La mobilitazione contro lo show

Parallelamente all’attesa per il debutto è cresciuta anche la protesta. Una petizione online chiede infatti la cancellazione dello spettacolo e ha raccolto oltre 4.400 adesioni. I promotori sostengono che la morte di Meredith Kercher non possa diventare materiale per uno spettacolo comico e hanno sollecitato anche un intervento del primo ministro britannico Keir Starmer.

La vicenda riapre così una domanda complessa: chi ha vissuto una tragedia ha il diritto di raccontarla attraverso qualsiasi forma artistica, anche l’ironia? Oppure esistono limiti etici quando il racconto personale si intreccia con il dolore ancora vivo di altre persone?

Il debutto di “Cartwheel” non sarà soltanto un evento teatrale, ma anche un nuovo capitolo di una storia che, a quasi vent’anni dai fatti di Perugia, continua a dividere opinione pubblica e protagonisti.

Ceuta, la rotta del cielo miete la prima vittima

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Dalle onde del Mediterraneo al cielo sopra lo Stretto: la disperazione cambia traiettoria, ma non esito. A Ceuta si registra il primo decesso documentato lungo quella che già viene definita la “rotta aerea” della migrazione. Un giovane di origine subsahariana ha perso la vita dopo essersi lanciato con un parapendio dalle alture marocchine nel tentativo di raggiungere l’exclave spagnola.

Il corpo è stato recuperato nella mattinata di venerdì 7 agosto dalla Guardia Civil, che ha confermato la dinamica dell’incidente: il ragazzo si era procurato un parapendio, verosimilmente a noleggio, per sorvolare il confine tra Marocco e Spagna ed eludere i controlli terrestri e marittimi. Il volo, però, si è trasformato in tragedia pochi istanti prima dell’atterraggio, quando il giovane ha perso il controllo del mezzo precipitando in mare.

L’incidente è avvenuto attorno alle 8 del mattino, nei pressi della zona di Benzù, punto strategico per chi tenta l’accesso a Ceuta. Restano da chiarire le cause precise della caduta: tra le ipotesi principali, l’inesperienza nel pilotaggio del parapendio o condizioni tecniche e ambientali sfavorevoli.

Negli ultimi mesi, le autorità spagnole avevano già segnalato un aumento dei tentativi di ingresso “via aria”, soprattutto da parte di migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Una strategia estrema che si aggiunge alle rotte ormai tristemente consolidate via mare, ma che presenta rischi ancora più imprevedibili. Secondo fonti della Guardia Civil, diversi migranti avrebbero utilizzato parapendii senza alcuna formazione, esponendosi a incidenti gravi o fatali.

La morte del giovane segna un punto di svolta simbolico e drammatico: la frontiera non è più soltanto una linea da attraversare o un mare da solcare, ma anche uno spazio da sorvolare, con mezzi di fortuna e senza garanzie. E mentre cambiano le modalità, resta invariata la spinta che le alimenta: la ricerca di una vita diversa, anche a costo di sfidare il cielo.

Un miliardo all’agricoltura: sostegno o palliativo?

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A cura di Gilberto Borzini

L’Agricoltura italiana, e in generale europea, soffre di crisi climatica, di carenza idrica, ma anche di Mercosur e, in prospettiva, dell’inserimento dell’Ucraina nell’UE. Il DDL Coltiva Italia proposto dal Ministro Lollobrigida è l’ennesima mancia elettorale attribuita alla categoria ma non affronta, né tanto meno sembra risolvere, la questione strategica, la prospettiva dell’agricoltura italiana.

Il DDL stanzia 1 miliardo di fondi a sostegno delle produzioni  dell’olio e degli allevamenti e per frenare il fenomeno dell’Italian Sounding, ovvero di proposte alimentari illegittime poste in essere da filiere produttive senza scrupoli.

La Coldiretti, da sempre vicina al Ministro in carica, applaude mentre il PD, attraverso una nota di Camilla Laureti, responsabile agricoltura del partito, insorge.

Va detto subito che 1 miliardo per l’agricoltura è cifra alquanto modica e che stanziata “a pioggia” così come previsto tende a tappare alcuni buchi in settori che vanno dalla produzione olearia all’allevamento, dal contrasto all’agropirateria al piano olivicolo nazionale per il reimpianto della capacità produttiva fino all’istituzione di una struttura commissariale per la Xylella.

Un DDL manifestamente orientato a supportare le imprese del meridione, in particolar modo di Puglia e Calabria, che soffrono particolarmente una crisi che, come abbiamo scritto in un precedente intervento, mantiene oltre 200mila tonnellate di olio d’oliva ferme nelle cisterne dei produttori, senza riuscire a trovare un adeguato sbocco commerciale.

L’olio in crisi corre però parallelo alla crisi del Vino (7 miliardi di bottiglie ferme nelle cantine) e a molteplici altre microcrisi segmentali sulle spalle delle quali si proietta la Madre di tutte le crisi agrarie, la carenza idrica dovuta, si dice, al cambiamento climatico.

In una nota piuttosto critica Camilla Laureti, PD, afferma che “L’agricoltura italiana ha bisogno appunto di un piano di lungo periodo, non di interventi frammentati e spot che arrivano quando le emergenze sono già in atto e senza dare soluzioni strategiche”: è vero, ma sarebbe anche interessante sapere quali proposte potrebbe mettere in campo l’opposizione per fare fronte ad una crisi climatica che si annuncia strutturale.

Sovvenzioni o innovazione?

La crisi, come scriviamo da mesi, è strutturale e la vecchia politica delle sovvenzioni, comunque intese e definite, è cerottino pietosamente posto su manifestazioni terminali di un brutto male.

Gli elementi critici sono, come detto, il cambiamento climatico, la derivante crisi idrica, l’impossibile rapporto tra prezzi imposti dall’industria agroalimentare e costi di produzione, l’incombente concorrenza dei prodotti in arrivo dal Latino America (Mercosur) e, in prospettiva, l’inserimento dell’immensa produzione cerealicola ucraina nel mercato comunitario, con relativa sottrazione di risorse, contributi e sovvenzioni, al comparto attuale.

Di fronte a queste minacce,ognuna delle quali sufficiente a mettere in ginocchio il settore, un miliardo di euro offerti per far finta di proteggere una specificità regionale è ben misera cosa.

Ci aspetteremmo, piuttosto, indicazioni organiche per la creazione di invasi idrici, per la conversione di produzioni territoriali oggi divenute insostenibili a causa del cambiamento climatico, per il sostegno alla ricerca orientata a modelli produttivi o alla definizione di nuovi coltivi capaci di affrontare nel medio e lungo periodo l’emergenza climatica, la siccità o la carenza idrica.

Ci aspetteremmo un piano di riorganizzazione del comparto per rendere profittevole l’attività  agraria già nella fase di produzione e vendita dei prodotti all’industria agroalimentare, dato il rapporto leonino che oggi avvantaggia l’industria capace di imporre prezzi d’acquisto inferiori ai costi di produzione.

Di questo, ovviamente, nel DDL non vi è alcuna traccia perché davanti ad una nuova minaccia strutturale le incompetenze, di ogni ordine e grado, si manifestano con estrema chiarezza.

Quello che serve oggi, e urgentemente, non è un piano di sostegno alle produzioni locali che generano sostegno elettorale, ma un’idea di agricoltura e di agroalimentare capace di futuro all’interno di una rivoluzione climatica che definisce in sé un nuovo modello organizzativo e produttivo oltre ad un nuovo scenario competitivo.

Quello di cui la nazione ha bisogno è un progetto di salvaguardia dell’agricoltura che consenta una sufficiente autonomia alimentare e la capacità di competere sui mercati internazionali da parte di prodotti davvero definiti nell’Eccellenza, e non solamente recanti un marchio la cui capacità di protezione dei prodotti si è dimostrata negli anni lacunosa e improduttiva.

L’Agricoltura italiana ha  bisogno di un coraggioso progetto rivoluzionario, non di mancette o di nuove Commissioni definite con il primario obiettivo di offrire nuove poltrone in inconsistenti Consigli d’amministrazione.

Serve una rivoluzione culturale e sistemica perché il cambiamento climatico non è episodico ma strutturale, è un percorso avviato che non cambierà senso di marcia.

Non “siamo alla frutta” perché la frutta appassisce sugli alberi prima ancora di maturare: con le idee e le modalità del passato non si affronta né si governa il futuro.

Esodo d’agosto, l’Italia si mette in viaggio: weekend da bollino nero e oltre 25 milioni di spostamenti

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L’Italia entra nel cuore dell’esodo estivo e lo fa con numeri da record. Il secondo weekend di agosto si apre infatti all’insegna delle grandi partenze, con una pressione eccezionale sulla rete stradale e autostradale. Secondo le previsioni di Viabilità Italia, già dalla giornata di venerdì il traffico ha iniziato a intensificarsi, ma è nella mattinata di sabato che si concentrerà il momento più critico, contrassegnato dal temuto bollino nero.

Il quadro è quello di un Paese in movimento: famiglie, turisti e pendolari del weekend convergono verso le principali località balneari e di villeggiatura, alimentando flussi sostenuti destinati a proseguire anche nei giorni successivi. L’avvicinarsi del Ferragosto, con la tradizionale pausa di molte attività produttive, amplifica ulteriormente il fenomeno. E mentre le partenze continueranno per tutta la prossima settimana, si affaccia già all’orizzonte la prima fase del controesodo, attesa a partire da domenica 16 agosto, destinata poi a intensificarsi nella seconda metà del mese.

Numeri da esodo di massa

Le stime dell’Osservatorio Mobilità Stradale di Anas parlano chiaro: tra venerdì 7 e domenica 9 agosto sono previsti oltre 25 milioni di spostamenti di autoveicoli lungo la rete gestita dall’ente. Un volume che fotografa in modo evidente il picco della stagione estiva.

A pesare sull’intensità della circolazione sono soprattutto le uscite dai grandi centri urbani, i viaggi brevi del fine settimana e gli spostamenti verso le mete turistiche più richieste. Non a caso, per alleggerire il traffico, è stato disposto il divieto di transito per i mezzi pesanti in fasce orarie mirate: venerdì dalle 16 alle 22, sabato dalle 8 alle 22 e domenica dalle 7 alle 22.

Parallelamente, Anas ha sospeso ben 1.175 cantieri lungo le principali arterie nazionali, nel tentativo di garantire una maggiore fluidità della circolazione proprio nei giorni più critici. Come sottolineato dall’amministratore delegato Claudio Andrea Gemme, i giorni da bollino nero rappresentano il momento di massimo stress per la rete viaria e richiedono un surplus di attenzione da parte degli automobilisti.

Le arterie sotto pressione

La mappa del traffico evidenzia alcune direttrici particolarmente esposte. Al Sud, osservate speciali sono l’Autostrada del Mediterraneo (A2), le statali 106 Jonica e 18 Tirrena Inferiore in Calabria, così come la A19 Palermo-Catania e la A29 Palermo-Mazara del Vallo in Sicilia. In Sardegna, riflettori puntati sulla statale 131 Carlo Felice.

Nel Lazio, i flussi più intensi interesseranno la Pontina e la via Appia, principali collegamenti tra Roma e il litorale. Il corridoio E45, tra Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna, rappresenta un altro asse strategico ad alta densità.

Al Nord, l’incremento del traffico si concentrerà su alcune direttrici chiave: la statale 36 del Lago di Como e dello Spluga, la Romea tra Emilia-Romagna e Veneto, la statale 51 di Alemagna e i raccordi autostradali del Friuli-Venezia Giulia verso i valichi di confine. Senza dimenticare la statale 45 di Val Trebbia in Liguria e la statale 26 della Valle d’Aosta.

Carburanti: lieve respiro, ma non in autostrada

Sul fronte dei costi di viaggio, arriva un segnale timidamente positivo. Secondo i dati aggiornati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il prezzo medio della benzina in modalità self service sulla rete ordinaria si attesta a 1,99 euro al litro, mentre il gasolio raggiunge i 2,084 euro.

Una flessione lieve, ma significativa nel contesto estivo. Tuttavia, la situazione cambia sulle autostrade, dove i prezzi restano stabilmente sopra la soglia dei due euro: 2,065 euro al litro per la benzina e 2,159 per il diesel.

Un fine settimana decisivo

Il weekend in corso rappresenta dunque uno snodo cruciale dell’estate italiana: traffico intenso, partenze concentrate e infrastrutture sotto pressione delineano uno scenario complesso, ma ormai consueto. Per chi si mette in viaggio, la parola d’ordine resta una sola: pianificazione. Anticipare gli orari, monitorare i flussi e guidare con prudenza sono le chiavi per affrontare al meglio uno degli appuntamenti più impegnativi dell’anno sulla rete stradale nazionale.