A cura di Gilberto Borzini
L’Agricoltura italiana, e in generale europea, soffre di crisi climatica, di carenza idrica, ma anche di Mercosur e, in prospettiva, dell’inserimento dell’Ucraina nell’UE. Il DDL Coltiva Italia proposto dal Ministro Lollobrigida è l’ennesima mancia elettorale attribuita alla categoria ma non affronta, né tanto meno sembra risolvere, la questione strategica, la prospettiva dell’agricoltura italiana.
Il DDL stanzia 1 miliardo di fondi a sostegno delle produzioni dell’olio e degli allevamenti e per frenare il fenomeno dell’Italian Sounding, ovvero di proposte alimentari illegittime poste in essere da filiere produttive senza scrupoli.
La Coldiretti, da sempre vicina al Ministro in carica, applaude mentre il PD, attraverso una nota di Camilla Laureti, responsabile agricoltura del partito, insorge.
Va detto subito che 1 miliardo per l’agricoltura è cifra alquanto modica e che stanziata “a pioggia” così come previsto tende a tappare alcuni buchi in settori che vanno dalla produzione olearia all’allevamento, dal contrasto all’agropirateria al piano olivicolo nazionale per il reimpianto della capacità produttiva fino all’istituzione di una struttura commissariale per la Xylella.
Un DDL manifestamente orientato a supportare le imprese del meridione, in particolar modo di Puglia e Calabria, che soffrono particolarmente una crisi che, come abbiamo scritto in un precedente intervento, mantiene oltre 200mila tonnellate di olio d’oliva ferme nelle cisterne dei produttori, senza riuscire a trovare un adeguato sbocco commerciale.
L’olio in crisi corre però parallelo alla crisi del Vino (7 miliardi di bottiglie ferme nelle cantine) e a molteplici altre microcrisi segmentali sulle spalle delle quali si proietta la Madre di tutte le crisi agrarie, la carenza idrica dovuta, si dice, al cambiamento climatico.
In una nota piuttosto critica Camilla Laureti, PD, afferma che “L’agricoltura italiana ha bisogno appunto di un piano di lungo periodo, non di interventi frammentati e spot che arrivano quando le emergenze sono già in atto e senza dare soluzioni strategiche”: è vero, ma sarebbe anche interessante sapere quali proposte potrebbe mettere in campo l’opposizione per fare fronte ad una crisi climatica che si annuncia strutturale.
Sovvenzioni o innovazione?
La crisi, come scriviamo da mesi, è strutturale e la vecchia politica delle sovvenzioni, comunque intese e definite, è cerottino pietosamente posto su manifestazioni terminali di un brutto male.
Gli elementi critici sono, come detto, il cambiamento climatico, la derivante crisi idrica, l’impossibile rapporto tra prezzi imposti dall’industria agroalimentare e costi di produzione, l’incombente concorrenza dei prodotti in arrivo dal Latino America (Mercosur) e, in prospettiva, l’inserimento dell’immensa produzione cerealicola ucraina nel mercato comunitario, con relativa sottrazione di risorse, contributi e sovvenzioni, al comparto attuale.
Di fronte a queste minacce,ognuna delle quali sufficiente a mettere in ginocchio il settore, un miliardo di euro offerti per far finta di proteggere una specificità regionale è ben misera cosa.
Ci aspetteremmo, piuttosto, indicazioni organiche per la creazione di invasi idrici, per la conversione di produzioni territoriali oggi divenute insostenibili a causa del cambiamento climatico, per il sostegno alla ricerca orientata a modelli produttivi o alla definizione di nuovi coltivi capaci di affrontare nel medio e lungo periodo l’emergenza climatica, la siccità o la carenza idrica.
Ci aspetteremmo un piano di riorganizzazione del comparto per rendere profittevole l’attività agraria già nella fase di produzione e vendita dei prodotti all’industria agroalimentare, dato il rapporto leonino che oggi avvantaggia l’industria capace di imporre prezzi d’acquisto inferiori ai costi di produzione.
Di questo, ovviamente, nel DDL non vi è alcuna traccia perché davanti ad una nuova minaccia strutturale le incompetenze, di ogni ordine e grado, si manifestano con estrema chiarezza.
Quello che serve oggi, e urgentemente, non è un piano di sostegno alle produzioni locali che generano sostegno elettorale, ma un’idea di agricoltura e di agroalimentare capace di futuro all’interno di una rivoluzione climatica che definisce in sé un nuovo modello organizzativo e produttivo oltre ad un nuovo scenario competitivo.
Quello di cui la nazione ha bisogno è un progetto di salvaguardia dell’agricoltura che consenta una sufficiente autonomia alimentare e la capacità di competere sui mercati internazionali da parte di prodotti davvero definiti nell’Eccellenza, e non solamente recanti un marchio la cui capacità di protezione dei prodotti si è dimostrata negli anni lacunosa e improduttiva.
L’Agricoltura italiana ha bisogno di un coraggioso progetto rivoluzionario, non di mancette o di nuove Commissioni definite con il primario obiettivo di offrire nuove poltrone in inconsistenti Consigli d’amministrazione.
Serve una rivoluzione culturale e sistemica perché il cambiamento climatico non è episodico ma strutturale, è un percorso avviato che non cambierà senso di marcia.
Non “siamo alla frutta” perché la frutta appassisce sugli alberi prima ancora di maturare: con le idee e le modalità del passato non si affronta né si governa il futuro.
