Il caso Almasri torna a scuotere il confronto politico e riaccende lo scontro tra governo e opposizioni. Dopo mesi di polemiche, ricostruzioni contrapposte e accuse incrociate, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha trasmesso alla Procura generale di Roma il fascicolo della Corte penale internazionale relativo alla richiesta di arresto del generale libico. Una scelta arrivata dopo la pronuncia della Corte costituzionale, che ha chiarito l’obbligo di trasmissione immediata delle richieste di cooperazione provenienti dall’Aja.
Per Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle, si tratta della conferma politica di quanto denunciato fin dal primo giorno della vicenda: la liberazione di Almasri, poi riportato in Libia con un volo di Stato, non sarebbe stata un incidente procedurale, ma l’esito di una gestione opaca e contraddittoria da parte dell’esecutivo.
«Avevamo ragione, ora è ufficiale», afferma Appendino, ricordando di aver contestato già il 22 gennaio 2025 la versione fornita dal governo. Secondo l’esponente pentastellata, per un anno e mezzo il ministro Nordio e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbero offerto agli italiani spiegazioni parziali, chiamando in causa presunti errori altrui e attribuendo responsabilità ai giudici europei, mentre il fascicolo della Corte penale internazionale restava fermo.
Il nodo, per Appendino, è proprio questo: se l’invio degli atti è arrivato soltanto dopo l’intervento della Consulta, allora non sarebbe stato il senso delle istituzioni a guidare il Guardasigilli, ma la necessità di adeguarsi a una decisione che ha smentito la linea finora sostenuta dal ministero. «Non per senso del dovere né per rispetto delle vittime di Almasri, ma solo perché lo hanno costretto», sottolinea la deputata.
La conclusione politica è netta: per il Movimento 5 Stelle, il Guardasigilli non può restare al suo posto dopo aver atteso una pronuncia della Corte costituzionale per compiere un passaggio che, secondo Appendino, era «ovvio e doveroso» fin dall’inizio. «Le bugie hanno le gambe corte e il castello è crollato pezzo dopo pezzo», incalza l’ex sindaca di Torino. Poi l’affondo finale: «Ora Nordio si dimetta. Un ministro della Giustizia che deve essere costretto da una sentenza a fare ciò che avrebbe dovuto fare dal primo giorno non è degno di quel ruolo».

