16 Agosto 2026, domenica
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Veleni in famiglia, pista domestica nel giallo di Campobasso

Possibile movente legato a dinamiche familiari per il duplice omicidio di madre e figlia a Pietracatella. Gli investigatori stringono il cerchio tra testimonianze, analisi forensi e nuovi interrogatori

Un possibile movente prende forma nel caso che da mesi scuote Pietracatella, piccolo centro in provincia di Campobasso, dove a fine dicembre Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita hanno perso la vita per avvelenamento da ricina. Secondo quanto emerge da ambienti investigativi, l’attenzione degli inquirenti si starebbe concentrando su tensioni e dinamiche interne alla famiglia, un ambito delicato e complesso che potrebbe offrire la chiave per decifrare il duplice omicidio.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Larino, resta formalmente aperta contro ignoti per omicidio volontario, ma si muove ora lungo direttrici più definite. Negli uffici della Questura di Campobasso proseguono senza sosta le audizioni di persone informate sui fatti: un lavoro minuzioso di ricostruzione che punta a incrociare dichiarazioni, verificare alibi e far emergere eventuali contraddizioni.

Gli uomini della Squadra Mobile stanno passando al setaccio ogni dettaglio: relazioni personali, spostamenti nei giorni precedenti alla tragedia e comportamenti ritenuti anomali. In questo quadro, assume un peso crescente l’analisi della copia forense del telefono di Alice Di Vita, figlia maggiore della famiglia, già acquisita dagli investigatori. I contenuti digitali potrebbero infatti fornire elementi decisivi per chiarire contatti, conversazioni e dinamiche rimaste finora nell’ombra.

Parallelamente, proseguono le attività tecniche sui dispositivi sequestrati lo scorso 4 maggio nell’abitazione di via Risorgimento, rimasta sotto sequestro sin dal 28 dicembre. L’obiettivo è ricostruire con precisione tempi e modalità dell’esposizione alla ricina, una sostanza altamente tossica la cui presenza è stata confermata dalle analisi del Centro antiveleni Maugeri di Pavia. Un nodo cruciale riguarda la compatibilità tra l’assunzione del veleno e la comparsa dei sintomi: una discrepanza temporale che continua ad alimentare interrogativi e orientare le indagini.

Il fascicolo aperto dalla Procura comprende anche un secondo filone: cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso risultano indagati per omicidio colposo, nell’ambito degli accertamenti sulle cure prestate alle due vittime.

Intanto, un nuovo passaggio investigativo si profila all’orizzonte. Sarà nuovamente ascoltata Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, che dopo il sequestro dell’abitazione ospita l’uomo e la figlia Alice. La donna, insegnante di sostegno quarantenne e figura ritenuta molto vicina alla famiglia, è già stata interrogata tre volte: subito dopo i decessi, poi l’8 aprile – all’indomani del lungo interrogatorio di Gianni e Alice – e ancora il 17 aprile.

La nuova audizione, prevista tra venerdì e l’inizio della prossima settimana negli uffici della Squadra Mobile guidata da Marco Graziano, si svolgerà alla presenza della procuratrice di Larino, Elvira Antonelli. Un segnale della rilevanza attribuita al suo contributo.

Le domande rivolte finora si sono concentrate sui rapporti familiari e, in particolare, sulla cena del 23 dicembre, considerata uno snodo centrale dell’intera vicenda. È proprio attorno a quella sera che si addensano dubbi e incongruenze, soprattutto in relazione alla tempistica dell’avvelenamento.

In un’indagine che si muove tra silenzi, sospetti e dettagli ancora da decifrare, la pista familiare rappresenta oggi l’ipotesi più concreta. Ma la verità, come spesso accade nei casi più complessi, potrebbe nascondersi nei particolari: in una parola non detta, in una contraddizione sfuggita, in un frammento di vita quotidiana capace di ribaltare l’intero quadro.

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