Vertice riservato a Ginevra tra Stati Uniti e Ucraina: colloqui giudicati “produttivi”, ma il Cremlino sostiene di non essere stato informato. Zelensky accusa: “Il presidente russo vuole la legittimazione di ciò che ha sottratto”. Intanto attacchi incrociati da Mosca a Kharkiv e droni ucraini costringono allo stop negli scali della capitale.
Gli Stati Uniti e l’Ucraina parlano di passi avanti “significativi”, Mosca finge di non sapere nulla, l’Europa osserva e media, mentre sul terreno rimbombano ancora le esplosioni. La crisi russo-ucraina torna al centro della diplomazia internazionale con i colloqui riservati che si sono svolti domenica a Ginevra, un appuntamento attorno al quale si addensano riserbo, aspettative e diffidenze.
Washington e Kiev hanno definito il confronto “costruttivo, mirato, rispettoso e altamente produttivo”, sottolineando la comune determinazione a delineare un percorso verso “una pace giusta e duratura”, costruita su un principio che per l’Ucraina continua a essere intoccabile: la piena sovranità territoriale. Ed è proprio sulla questione territoriale che il presidente Volodymyr Zelensky ha puntato l’indice, accusando apertamente Vladimir Putin di voler ottenere “il riconoscimento legale di ciò che ha rubato”. Un’accusa che rilancia il nodo centrale dell’intero negoziato: la legittimazione internazionale delle aree ucraine occupate dalla Russia.
Dall’altra parte del fronte, però, il Cremlino si trincera dietro un gelido “non sappiamo nulla”. Il portavoce Dmitry Peskov ha dichiarato che Mosca non ha ricevuto alcuna comunicazione riguardo a un round negoziale con la partecipazione di Stati Uniti, Ucraina e Paesi europei. Una smentita che stride con l’entusiasmo prudente della Casa Bianca, la quale ha parlato di un “passo in avanti significativo”.
La convergenza espressa da Andriy Yermak, capo dell’Ufficio del Presidente ucraino, appare dunque come un segnale politico più che operativo: “Abbiamo fatto ottimi progressi e stiamo procedendo verso una pace giusta e duratura”, ha dichiarato, lasciando intendere che la trattativa entra in una fase più definita, anche se tutt’altro che risolutiva.
Ma la diplomazia corre su binari paralleli. A Johannesburg, dove ha partecipato al G20, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha raccontato di aver avuto una lunga telefonata con Donald Trump, insieme al presidente finlandese Alexander Stubb. La premier ha sottolineato “la disponibilità” del presidente statunitense, spiegando che si lavorerà “sul piano di Trump e non a una controproposta”. Una presa di posizione che sembra riconoscere al tycoon un ruolo crescente nella partita diplomatico-strategica, complice anche il possibile slittamento di una settimana della scadenza fissata dall’amministrazione Trump per delineare un primo schema di accordo.
Anche da Ankara arrivano segnali di movimento: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato un colloquio con Putin per lunedì, con l’obiettivo dichiarato di facilitare la ripresa del dialogo. La Turchia, già protagonista in passato degli accordi sul grano e dei negoziati per i corridoi umanitari, tenta nuovamente di accreditarsi come mediatore indispensabile.
Mentre le cancellerie si muovono, la guerra ricorda a tutti che la realtà sul campo resta feroce. Nella notte tra domenica e lunedì, un massiccio attacco di droni russi ha colpito Kharkiv: almeno tre le vittime e numerosi i feriti. A Mosca, invece, aerei civili costretti a terra: tre aeroporti della capitale russa – secondo le autorità locali – hanno sospeso le operazioni a causa di droni ucraini diretti verso il territorio metropolitano.
Il paradosso è tutto qui: un negoziato che cerca faticosamente di prendere forma mentre il conflitto continua a mutare, ora dopo ora, alimentando un quadro politico e militare che rimane estremamente volatile. Se il tavolo di Ginevra rappresenta davvero un primo varco verso la stabilizzazione, sarà il tempo a dirlo. Per ora, la distanza tra le dichiarazioni concilianti e le detonazioni sul fronte resta ancora abissale.
