La creatura amministrativa voluta da Donald Trump e affidata alla guida visionaria – e spesso divisiva – di Elon Musk è arrivata al capolinea. Secondo diversi media statunitensi, il Department of Government Efficiency, ribattezzato Doge in un gioco di acronimi che aveva fatto discutere fin dal debutto, sta per chiudere definitivamente i battenti. L’agenzia era nata con un mandato ambizioso: snellire la mastodontica macchina federale, ridurre l’estensione del governo e imprimere una svolta anti-burocratica a Washington.
L’esperimento, però, non ha retto all’urto della realtà. Molte delle sue funzioni sono già state assorbite dall’Office of Personnel Management, l’ente centrale che gestisce il personale federale e che, di fatto, ha recuperato le competenze che l’amministrazione Trump aveva provato a sottrarre pochi anni fa. La scelta viene letta come un riconoscimento implicito dei limiti del Doge, incapace di trasformarsi nel motore di efficienza promesso in origine.
La chiusura segna l’ennesimo inciampo per la Casa Bianca, reduce da settimane turbolente. Le dimissioni della deputata ultraconservatrice Marjorie Taylor Greene, travolta dal caso Epstein, avevano già scosso l’equilibrio politico interno al movimento trumpiano. Ora, un altro colpo arriva dai tribunali: una corte federale d’appello ha bloccato l’estensione della procedura di deportazione accelerata dei migranti, una misura a cui l’amministrazione puntava da tempo per irrigidire ulteriormente le politiche sull’immigrazione.
La decisione dei giudici impedisce alla Casa Bianca di applicare la rimozione rapida agli immigrati che vivono lontano dal confine meridionale, ampliando un dispositivo pensato per i casi immediatamente legati al punto d’ingresso. Il provvedimento era stato presentato come uno strumento per snellire le procedure e alleggerire il carico delle autorità di frontiera. Ma, per ora, resta congelato.
Nel giro di poche ore, dunque, Trump si trova a fare i conti con la dissoluzione di una delle sue strutture simbolo e con una battuta d’arresto nella battaglia sull’immigrazione, tema centrale della sua agenda. Due segnali che, nel quadro già instabile della politica americana, delineano un momento di difficoltà per la sua amministrazione, costretta a ricalibrare strategie e strumenti mentre il confronto politico resta acceso e imprevedibile.
