6 Ottobre 2026, martedì
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Riso Amaro per il Made in Italy: La crisi del riso e la sfida ambientale. Il Nord Italia davanti a un bivio che riguarda acqua, clima ed economia

La scarsità idrica, il cambiamento climatico e l’evoluzione dei consumi mettono in discussione la monocoltura risicola. Tra agrovoltaico, nuovi modelli produttivi e un Made in Italy da ripensare, il territorio deve scegliere come reinventarsi.

A cura di Gilberto Borzini

Ne scrivemmo prima della scorsa edizione di Risò, il festival vercellese del riso inaugurato in pompa magna dalla Presidente del Consiglio, e oggi anche il “giornalone” torinese riprende il concetto da noi esposto: coltivare il riso costa sempre di più e rende sempre meno, al punto da dover ripensare il modello agricolo padano e, più in generale, quello del Made in Italy.

Banalmente il riso italiano, prodotto che si vuole di eccellenza alimentare, trova sempre più difficoltà di vendita nei mercati mondiali dei cereali e costa sempre di più: a fronte di un crollo dei prezzi in un mercato soggetto alle sovraproduzioni orientali e sudamericane a cui si vanno affiancando rapidamente anche quelle africane, i costi di produzione crescono a vista d’occhio tra gasoli rincarati e fertilizzanti introvabili, al punto che non pochi coltivatori si dichiarano disposti a seminare solo a fronte di precontratti di vendita confermati.

Ambiente e risorse

Alle condizioni economiche di criticità risicola si aggiungono considerazioni ambientali significative: la scarsità idrica e le condizioni conclamate del cambiamento climatico hanno prosciugato i ghiacciai e i nevai alpini che storicamente alimentano i fiumi in pianura, mentre sul versante delle colture venete le dinamiche della risalita dell’acqua di mare nel delta del Po si vanno definendo in forma drammatica se non catastrofica.

In più non è superfluo indicare come la risorsa idrica intercettata da un acoltura particolarmente idrovora come quella del riso sottrae disponibilità ai centri abitati di prossimità le cui falde acquifere non sono affatto brillanti.

In pratica i coltivatori, da sempre, privatizzano il bene comune (acqua) e i ricavi economici, mentre al territorio non lasciano che le briciole come, nel caso dei risaioli, le modestissime condizioni economiche dei collaboratori, e al riguardo si ricorda che le 8 ore lavorative furono la prima grande conquista sindacale ottenuta dalle mondine piemontesi retribuite, al tempo, con 82 centesimi al giorno.

Siamo allora di fronte a una monocoltura i cui benefici sono riservati a pochissimi e che poco o nulla redistribuisce al territorio, generando inoltre possibili criticità nella disponibilità idrica degli abitati.

Elementi della crisi

Pchi giorni addietro sulle colonne de La Notte Online indicavamo come i cambiamenti nelle abitudini di consumo della Generazione Z  stiano generando serie difficoltà ad alcune linee di produzione caratteristiche di quel vasto argomento chiamato “Made in Italy”: il crollo delle vendite di vino, Prosecco escluso, riguarda soprattutto i vini più “pesanti”, i grandi rossi toscani e piemontesi, accompagnano un drastico calo delle vendite delle grandi firme della moda e, anche a causa dei dazi statunitensi, un altrettanto significativo crollo dell’export alimentare di alta gamma.

Nel suo piccolo il riso italiano non gode di popolarità essendo troppo lungo da cuocere, troppo ricco di amidi per preparati che non siano il “risotto” e, soprattutto, non venduto in confezioni “apri e mangia” per una generazione che, cresciuta a Mac-Qualcosa e Ordini online, con la cucina e il gusto ha una relazione fortemente conflittuale.

Si noti infine che il consumo di riso nel mondo è in crescita, ma sono proprio le caratteristiche della produzione nazionale, oltre ai suoi prezzi, a renderla meno appetibile rispetto a concorrenze più versatili e meno onerose, al punto che una delle maggiori imprese piemontesi del settore ha avviato con la Repubblica del Congo un accordo di produzione, voltando così le spalle piuttosto platealmente alla produzione locale.

Ripensare il Made in Italy

Nel territorio piemontese del riso è in corso una pressante battaglia tra conservatori e innovatori dove i primi non desiderano si definisca alcun cambiamento mentre i secondi premono per una conversione agrovoltaica dei terreni.

Mentre la vicina Lombardia reclama a grandissima voce energia a buon mercato e in alta disponibilità, la conversione dei terreni risicoli in agrovoltaici apporterebbe un significativo fenomeno economico, magari partecipato dalle aziende pubbliche del settore con benefici a ricaduta per i residenti tutti, la politica regionale piemontese non sembra particolarmente orientata a sostenere il cambiamento imponendo importanti limiti di consumo di suolo: l’installazione di impianti in aree agricole è consentita entro un massimo dello 0,8% della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) a livello regionale e del 2% per singolo comune (che sale al 3% per le configurazioni di autoconsumo o Comunità Energetiche Rinnovabili). Nel complesso le norme approvate dalla Regione Piemonte mirano a evitare la perdita di terreni fertili privilegiando tetti, parcheggi, cave dismesse e aree industriali, e ammettendo l’agrivoltaico solo se preserva la continuità della produzione agricola e pastorale.

Ripensare il modello produttivo

Una politica miope, ad avviso di chi scrive, quella espressa dalla Regione Piemonte che così facendo limita lo sviluppo economico territoriale ancorandolo a modelli di coltivazione oggi in evidente difficoltà commerciale.

Ma ampliando lo sguardo dobbiamo domandarci: se nel vercellese l’economia del riso è in calo che dire del tessile biellese, del vinicolo astigiano e dell’industria torinese?

La stessa domanda deve però essere posta in tutte le Regioni in cui le economie originarie sembrano essere poste in crisi dai cambiamenti, importanti e significativi, in corso sia nella dinamica ambientale e sia, soprattutto, nelle forme di approvvigionamento e acquisto.

Si tratta di una crisi strutturale avviata con le “quote latte” nei lontani anni ’80 e andata via via crescendo, ampliandosi e diversificandosi coinvolgendo sempre maggiori ambiti produttivi in un panorama che non tiene ancora conto dell’eventuale ingresso dell’Ucraina nella UE, quando la maggioranza dei contributi agrari saranno catalizzati dall’immensa e “povera” campagna orientale a scapito dei coltivatori oggi attivi nella UE.

Davanti a questo scenario è davvero urgente individuare nuovi e diversi modelli economici per i nostri territori insieme a nuove e significative produzioni agricole capaci di soddisfare le attese dei mercati di consumo senza alterare la pressione ambientale.

É una sfida complessa che temiamo l’attuale esecutivo non sia in grado di poter raccogliere.

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