16 Agosto 2026, domenica
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Unabomber, la decisione ancora rinviata: ombre e polemiche su un’inchiesta infinita

Gli atti tornano alla Procura di Trieste, chiamata a decidere se rendere pubblici i nomi dei due responsabili della contaminazione dei reperti o chiedere l’archiviazione. Elvo Zornitta, definitivamente scagionato, chiede solo di essere dimenticato dopo vent’anni di sospetto e dolore.

Non si chiude oggi, come molti si attendevano, il nuovo capitolo dell’inchiesta sul misterioso caso Unabomber. Gli atti dell’indagine sono rientrati alla Procura di Trieste, che dovrà ora scegliere come procedere: rendere noti i nomi dei due soggetti che avrebbero contaminato i reperti o, al contrario, chiedere l’archiviazione del fascicolo. Una decisione che, secondo le difese, richiederà ancora alcuni giorni.

Intanto, la vicenda continua ad alimentare polemiche e amare riflessioni sull’iter giudiziario di un caso che da oltre vent’anni rimane un nervo scoperto per la giustizia italiana.

Sessantatré indagati, nessun colpevole

Durante l’incidente probatorio, è emerso che l’inchiesta è stata estesa fino a coinvolgere 63 persone. Nessuna di esse, tuttavia, è risultata compatibile con le tracce di Dna rinvenute sui reperti. Un dato che, per le difese, avrebbe dovuto portare all’immediata comunicazione dell’estraneità dei primi undici indagati, evitando ulteriori sofferenze e costi legali elevati.

«Un anno e mezzo fa – ricordano gli avvocati – c’erano già i risultati che escludevano il coinvolgimento degli undici originari, tra cui l’ingegnere Elvo Zornitta. Eppure si è preferito mantenerli nel processo, con tutto il peso umano e giudiziario che questo ha comportato».

Zornitta, l’uomo simbolo di un errore

Dopo anni di sospetti e di indagini, Elvo Zornitta può finalmente dirsi libero da ogni ombra. La superperizia disposta nell’ambito della nuova inchiesta ha confermato in modo definitivo che il suo Dna non compare sui reperti analizzati. Per lui, è la fine di un incubo lungo più di vent’anni.

«Adesso dimenticatemi», ha detto con voce ferma l’ingegnere friulano, oggi sessantottenne. «La mia vita è stata rovinata per sempre. Il marchio di Unabomber mi è rimasto addosso come una cicatrice. È stato un incubo, durato troppo a lungo. Chiedo solo di poter vivere in pace, con la mia famiglia, guardando negli occhi le persone senza più paura di essere giudicato».

“Diciotto mesi di troppo”

Le sue parole, pronunciate dopo la diffusione della perizia, sono insieme un atto di sollievo e un atto d’accusa. Zornitta denuncia il ritardo con cui le conclusioni scientifiche – già note da un anno e mezzo – sono state comunicate, prolungando la sua odissea giudiziaria.

«Anche in questa seconda inchiesta la parola umanità è rimasta sconosciuta. Ci hanno fatto soffrire diciotto mesi in più del dovuto. Ma si rendono conto che dietro a ogni fascicolo ci sono persone, famiglie, vite reali?».

Un dolore condiviso, sottolinea, da sua moglie e da sua figlia, che lo hanno accompagnato in ogni fase di questa lunga battaglia. «Devo tutto a loro. Sono state le mie uniche ragioni di vita in un periodo che definire drammatico è poco. Capisco la necessità di completare un lavoro scientifico complesso, e ringrazio i periti per la loro serietà, ma qualcosa nel sistema deve cambiare. Diciotto mesi possono sembrare poco per chi vive una vita normale, ma per chi è stato di nuovo indagato come possibile Unabomber, dopo che un tribunale aveva già accertato la manipolazione delle prove, sono un’eternità».

Un caso senza fine

Il riferimento è al clamoroso episodio della prova manomessa, che anni fa aveva segnato una svolta nel processo, scagionando Zornitta e sollevando dubbi sull’intera conduzione delle indagini. La nuova inchiesta, avviata per far luce sulle contaminazioni dei reperti, avrebbe dovuto rappresentare un punto fermo di chiarezza. Invece, rischia di trasformarsi in un nuovo passaggio di incertezza e di tensione.

Mentre la Procura di Trieste valuta le prossime mosse, resta aperta la domanda che accompagna il caso sin dall’inizio: chi era davvero Unabomber, e quanto pesano, in questa lunga caccia, gli errori giudiziari commessi?

Zornitta, dal canto suo, ha scelto il silenzio. «Da quando mi sono sottoposto al test del Dna, due anni fa, ho contato i giorni che mi separavano da oggi», ha confessato. Ora, dopo decenni di sospetti, dice di voler solo tornare a una vita normale. Ma la normalità, per chi è stato per anni il volto involontario di un incubo collettivo, resta forse la conquista più difficile di tutte.

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