La crisi industriale torna al centro del confronto politico e sociale, con la Toscana che si fa laboratorio di tensioni e proposte. Il primo sciopero unitario promosso da Cgil, Cisl e Uil sulle politiche industriali segna un passaggio simbolico e sostanziale: un fronte sindacale compatto che chiede risposte a un Governo accusato di immobilismo.
A raccogliere e rilanciare l’allarme è il Forum Industria del Partito Democratico, che in una nota invita l’esecutivo ad ascoltare “preoccupazioni e proposte” emerse dalla mobilitazione. Sul banco degli imputati c’è una strategia industriale ritenuta assente da anni, mentre il Paese – sottolineano i dem – scivola in una “deindustrializzazione strisciante” che colpisce in particolare i territori a forte vocazione manifatturiera.
La Toscana, in questo quadro, rappresenta un caso emblematico. Il sistema produttivo regionale, storicamente solido e organizzato nella gestione delle crisi, sta pagando un prezzo elevato, soprattutto per il crollo dei comparti moda, tessile e pelletteria. Settori che, insieme all’automotive, hanno inciso in maniera determinante su un calo della produzione industriale che prosegue ormai da 32 mesi consecutivi. Una dinamica che, senza un intervento strutturale, rischia di compromettere non solo la competitività, ma anche la tenuta occupazionale.
Per il Pd, il nodo è politico oltre che economico: “Un Paese senza industria perde la propria anima”, si legge nella nota, con un chiaro riferimento alla qualità del lavoro manifatturiero rispetto a quello legato al terziario e al turismo. Da qui la rivendicazione di aver posto le politiche industriali e la reindustrializzazione al centro dell’alternativa di governo, non come slogan ma come percorso già avviato attraverso il confronto con le parti sociali e strumenti come il Libro Verde presentato lo scorso anno. Un percorso che ha visto anche un focus specifico sulla filiera della moda, discusso nei mesi scorsi proprio a Firenze.
Parallelamente, il dossier più delicato resta quello dell’ex Ilva, simbolo delle difficoltà strutturali del sistema industriale italiano. A riaccendere i riflettori è Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, che parla di un Governo “scomparso dai radar”. Dall’ultimo incontro a Palazzo Chigi, datato 5 marzo, non ci sarebbero stati né convocazioni né aggiornamenti, a fronte di una vertenza che coinvolge migliaia di lavoratori.
Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm hanno già denunciato il ritardo accumulato e minacciato l’autoconvocazione nazionale entro metà luglio in assenza di risposte. Nel frattempo, la situazione si complica su più fronti: il rinvio sine die del verdetto sull’Autorizzazione integrata ambientale da parte della Corte d’Appello di Milano, lo stallo nella trattativa per la cessione e il silenzio sulla verifica della solidità finanziaria del fondo Flacks.
Il risultato è un clima di incertezza crescente per lavoratori diretti, indotto e amministrazione straordinaria, mentre Taranto resta sospesa in un limbo che intreccia questioni giudiziarie, industriali e ambientali. “Il più grande impianto siderurgico d’Europa non può essere gestito a colpi di rinvii e promesse mancate”, incalza Misiani, chiedendo al Governo di riaprire immediatamente il tavolo a Palazzo Chigi e mettere sul piatto un piano credibile che tenga insieme decarbonizzazione, rilancio produttivo e garanzie occupazionali.
La partita industriale, dunque, si conferma uno dei banchi di prova più impegnativi per l’esecutivo: tra pressioni sociali, crisi settoriali e grandi vertenze aperte, il tempo delle attese sembra ormai scaduto.
