16 Agosto 2026, domenica
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Caporalato nel cantiere del Consolato Usa a Milano: fermato il “caporale operativo”

Nuovi sviluppi nell’inchiesta sullo sfruttamento di operai indiani: paghe da due euro l’ora, minacce e trattenute illegittime. Il sospetto: stava per fuggire dal Paese

Milano — Un sistema strutturato di sfruttamento, costruito su intimidazioni, paghe irrisorie e trattenute forzate. È questo il quadro che emerge con sempre maggiore nitidezza dall’inchiesta della Procura di Milano sul cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti in Piazzale Accursio. Nella notte tra il 5 e il 6 giugno, i carabinieri hanno fermato un secondo uomo con l’accusa di caporalato aggravato: si tratta di un 51enne indiano, ritenuto dagli inquirenti la figura chiave operativa del meccanismo illecito.

Secondo quanto ricostruito dal pubblico ministero Paolo Storari, l’uomo avrebbe agito come intermediario diretto tra la manodopera e la multinazionale statunitense incaricata dei lavori, la Caddell Construction. Nelle testimonianze raccolte dal Nucleo ispettorato del lavoro dei carabinieri, viene descritto come una sorta di “cane da guardia” dell’organizzazione, incaricato di mantenere il controllo sugli operai e garantire il funzionamento del sistema.

Il fermo è stato disposto d’urgenza per il concreto pericolo di fuga: l’indagato, secondo gli investigatori, sarebbe stato pronto a lasciare l’Italia a bordo di un pullman. Una circostanza che ha accelerato l’intervento della magistratura, in attesa della convalida da parte del giudice per le indagini preliminari.

Al centro dell’inchiesta ci sono almeno cinquanta lavoratori indiani, impiegati nel cantiere con condizioni ritenute gravemente irregolari. Tra le accuse più pesanti, quella di aver imposto agli operai l’apertura di conti correnti italiani attraverso la firma di documenti in una lingua a loro sconosciuta. Su questi conti, ogni mese, sarebbero stati prelevati automaticamente circa 500 euro, sottratti agli stipendi per coprire i costi di alloggi situati nei residence Le Groane e Ripamonti.

Una prassi che, secondo gli inquirenti, violerebbe apertamente le norme sul distacco internazionale intra-societario, che obbligano invece il datore di lavoro a garantire vitto e alloggio ai dipendenti trasferiti all’estero.

Non solo. Il 51enne avrebbe anche imposto il pagamento in contanti di ulteriori 350 euro mensili per i pasti consumati in cantiere. Un sistema di prelievi paralleli, accompagnato – stando ai verbali – da minacce reiterate: licenziamento immediato e rimpatrio forzato in India per chiunque si fosse opposto o avesse sollevato obiezioni, soprattutto in caso di infortuni o richieste di riposo.

Proprio queste pressioni, unite al clima di intimidazione costante, costituiscono uno degli elementi alla base dell’accusa di caporalato aggravato.

Le indagini, coordinate dai pm Storari e Clerici insieme al Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, stanno facendo emergere anche tentativi di depistaggio. A partire dal 29 maggio, quando è scattato il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della società americana – indagata ai sensi della legge 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti – l’uomo avrebbe inviato messaggi nella chat collettiva degli operai, intimando il silenzio e chiedendo conto di eventuali dichiarazioni rese agli investigatori.

Un tentativo di contenere le fughe di notizie e blindare un sistema che, secondo la Procura, si estende lungo l’asse tra Nuova Delhi e Milano. Un’indagine ancora in pieno sviluppo, ma che già delinea i contorni di un caso emblematico di sfruttamento nel cuore di uno dei cantieri simbolo della presenza diplomatica internazionale in Italia.

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