13 Luglio 2026, lunedì
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Intelligenza artificiale, l’allarme di Parisi: “La politica è in ritardo, serve una governance globale”

Dal Nobel per la Fisica un’analisi lucida sul futuro: tecnologia più veloce delle istituzioni, rischio per lavoro, democrazia e libertà. Dalla scienza alla visione etica, fino al richiamo del Papa, la sfida è riportare l’AI sotto il controllo dell’uomo

A cura di Salvatore Guerriero Presidente Nazionale ed Internazionale della CONFEDERAZIONE DELLE IMPRESE NEL MONDO – PMI INTERNATIONAL 

In una delle ultime interviste al professor Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica, emerge una delle analisi più lucide e profonde sul tema dell’intelligenza artificiale e sul destino delle nostre società. Non è soltanto una riflessione scientifica. È un richiamo culturale, etico, politico ed economico che il mondo non può più ignorare.

Da anni assistiamo a una crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale guidata principalmente dalle grandi aziende tecnologiche globali. Esse hanno prodotto innovazione, accelerazione digitale, trasformazione economica e nuove opportunità straordinarie. Tuttavia, insieme ai vantaggi, stanno emergendo interrogativi enormi che riguardano il futuro dell’uomo, del lavoro, della democrazia e persino della libertà individuale.

Il professor Parisi evidenzia un punto centrale che condividiamo pienamente: oggi la velocità dell’evoluzione tecnologica è molto più forte della capacità politica di governarla. Ed è qui che nasce la vera questione del nostro tempo.

L’intelligenza artificiale non è neutrale. Ogni sistema incorpora valori, criteri, priorità, modelli culturali e visioni del mondo. Dietro gli algoritmi vi sono persone, aziende, interessi economici, strategie geopolitiche e modelli sociali. Per questa ragione non possiamo lasciare che il futuro dell’umanità venga determinato esclusivamente da soggetti economici, per quanto potenti, innovativi o globali essi siano.

La politica, le istituzioni democratiche e le organizzazioni internazionali devono recuperare un ruolo centrale. Non in una logica di ostilità verso l’innovazione, ma in una visione di equilibrio e responsabilità. L’umanità non può diventare dipendente da sistemi che rischiano di orientare informazione, cultura, consumi, lavoro e persino il pensiero collettivo senza una governance condivisa. Le riflessioni di Papa Leone XIV si inseriscono con grande forza in questo scenario. La sua enciclica “Magnifica Humanitas” richiama il mondo alla necessità di “disarmare” l’intelligenza artificiale, cioè di ricondurre la tecnologia dentro un orizzonte umano, etico e spirituale. È una posizione di straordinaria modernità.

Oggi il Pontefice rappresenta probabilmente una delle poche voci realmente globali capaci di parlare nell’interesse dell’intera umanità e non di una singola parte economica, politica o geopolitica. La sua non è soltanto una riflessione religiosa. È una visione culturale, scientifica e sociologica della contemporaneità.

La fede, in questa prospettiva, non viene proposta come contrapposizione alla scienza o all’innovazione, ma come elemento capace di rafforzare quei valori universali senza i quali nessuna tecnologia potrà mai garantire giustizia, dignità e libertà.

Il rischio più grande non è l’intelligenza artificiale in sé. Il rischio è l’assenza di una visione globale capace di governarla. Ed è qui che emerge la debolezza della politica contemporanea. Mentre le grandi piattaforme tecnologiche avanzano rapidamente, gli Stati e le istituzioni internazionali procedono con lentezza, frammentazione e spesso senza una strategia comune.

Il tema non può più essere affrontato soltanto a livello nazionale o continentale. Serve una governance globale dell’intelligenza artificiale. Servono regole condivise, principi comuni, organismi internazionali autorevoli e indipendenti capaci di difendere i diritti delle persone, il valore del lavoro, la qualità della vita e la centralità dell’essere umano.

L’altro grande nodo riguarda il lavoro e la stabilità sociale.

Parisi coglie perfettamente il punto quando evidenzia il possibile impatto dell’intelligenza artificiale sul ceto medio e sui cosiddetti colletti bianchi. Quando la trasformazione tecnologica inizia a colpire le classi professionali, gli impiegati, il mondo intellettuale e produttivo, allora le tensioni sociali diventano inevitabili.

La storia insegna che ogni grande rivoluzione tecnologica produce progresso ma anche squilibri. Se tali squilibri non vengono governati, si trasformano in crisi sociali, economiche e democratiche. Per questo il problema non è fermare l’innovazione. Sarebbe impossibile e sbagliato. Il vero obiettivo è redistribuire i benefici della trasformazione tecnologica affinché nessuno venga lasciato indietro.

L’intelligenza artificiale deve diventare uno strumento per migliorare la vita dell’uomo, non per ridurre l’uomo a semplice componente marginale di un sistema economico automatizzato.

Come Confederazione delle Imprese del Mondo riteniamo che il futuro debba fondarsi su un nuovo equilibrio tra innovazione, sviluppo economico, dignità del lavoro, sostenibilità sociale e valori umani universali.

La tecnologia deve restare uno strumento al servizio della persona e non il contrario.

Abbiamo bisogno di una nuova alleanza globale tra scienza, politica, economia e cultura. Una visione capace di accompagnare l’innovazione senza perdere l’anima dell’umanità. Perché il vero progresso non si misura soltanto nella potenza degli algoritmi, ma nella capacità delle civiltà di proteggere la libertà, la dignità e il futuro delle persone.

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