All’alba, nel cuore del Nord Salento, è scattata una vasta operazione antimafia che segna un punto di svolta nella lotta alla criminalità organizzata locale. I Carabinieri del Comando Provinciale di Lecce hanno eseguito 30 misure cautelari personali, emesse dal G.I.P. su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nell’ambito di un’indagine che coinvolge complessivamente 52 indagati. Ventisette persone sono finite in carcere, mentre per altre tre sono stati disposti gli arresti domiciliari. Alcuni dei destinatari sono stati rintracciati anche fuori regione, a conferma della ramificazione del gruppo.
L’operazione, che ha mobilitato oltre 200 militari, si è avvalsa del supporto di reparti altamente specializzati: dallo Squadrone Eliportato Cacciatori “Puglia” ai Nuclei cinofili, fino agli elicotteri del 6° Nucleo di Bari-Palese e alle unità operative di pronto intervento. Un dispiegamento imponente, proporzionato alla pericolosità del sodalizio colpito.
Al centro dell’inchiesta, denominata “Core” – dal soprannome ricorrente nelle intercettazioni – c’è la ricostruzione di un’articolazione attiva della Sacra Corona Unita, affiancata da una parallela organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. Le indagini, condotte dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri e avviate nel dicembre 2022 dopo un tentato omicidio, si sono concluse nel maggio 2024, restituendo un quadro dettagliato di un gruppo radicato nei comuni di Trepuzzi, Squinzano, Campi Salentina e Torchiarolo.
Secondo gli inquirenti, il sodalizio operava con modalità tipicamente mafiose: gestione del traffico di cocaina, hashish e marijuana, disponibilità di armi da guerra e sistematico ricorso alla violenza per mantenere il controllo del territorio. Le accuse contestate, a vario titolo, spaziano dall’associazione mafiosa al tentato omicidio, dal traffico di droga alla detenzione illegale di armi ed esplosivi, fino a reati come incendio, minacce e violenza privata, tutti aggravati dal metodo mafioso.
Uno degli aspetti più inquietanti emersi dall’indagine riguarda la sopravvivenza di rituali arcaici di affiliazione. I Carabinieri hanno documentato almeno tre summit clandestini, organizzati in una masseria abbandonata tra Squinzano e Torchiarolo e, in alcuni casi, in un’abitazione del centro storico di Lecce. In queste occasioni non solo si pianificavano le attività criminali, ma venivano celebrati veri e propri riti di ingresso nell’organizzazione.
Il rituale prevedeva l’incisione di una croce sul corpo dell’affiliando – sulla spalla, sul petto o sull’addome – seguita da un bacio sulle labbra tra i partecipanti. In alcuni casi, l’iniziazione era suggellata con la consegna di una collana con crocifisso e festeggiata con dolci e spumante. Elementi simbolici che rafforzano il senso di appartenenza e la coesione interna, dimostrando come, anche nelle strutture mafiose contemporanee, la ritualità resti un pilastro identitario.
Le intercettazioni hanno inoltre rivelato la prudenza e la diffidenza del gruppo. Emblematico un episodio del giugno 2023: durante le celebrazioni per la festa dell’Arma dei Carabinieri a Lecce, la presenza insolita di mezzi militari in città aveva fatto temere ai sodali un’imminente retata. Alcuni si allontanarono precipitosamente dalle proprie abitazioni, salvo scoprire poche ore dopo che si trattava semplicemente di un evento istituzionale.
L’inchiesta ha anche fatto luce su numerosi episodi di violenza armata. Tra questi, il tentato omicidio del 28 dicembre 2022 a Squinzano, quando un pregiudicato fu ferito a un piede mentre si trovava in un distributore di carburante insieme alla compagna e ai tre figli piccoli. L’agguato, ripreso dalle telecamere di sorveglianza, fu eseguito con un fucile d’assalto AK-47 Kalashnikov, arma da guerra che testimonia il livello di pericolosità del gruppo.
Nel corso delle indagini sono stati eseguiti anche 13 arresti in flagranza e sequestrati ingenti quantitativi di droga – circa 3,6 chili di marijuana, 1,5 chili di hashish e mezzo chilo di cocaina – insieme a un arsenale composto da pistole, revolver con matricola abrasa, fucili modificati, munizioni e polvere da sparo. Singolare il linguaggio interno: le armi venivano chiamate con nomi femminili, come “Giulia”, “Patrizia” e “Gisella”, a sottolineare un rapporto quasi rituale con gli strumenti della violenza.
L’operazione rappresenta un duro colpo alla criminalità organizzata del territorio. La capacità investigativa di documentare non solo le attività illecite ma anche i momenti simbolici – i summit e i riti di affiliazione – offre uno spaccato raro e significativo della struttura interna del sodalizio. Un’organizzazione che, pur evolvendosi nelle strategie criminali, continua a fondarsi su codici, simboli e rituali che ne garantiscono la tenuta e l’efficacia operativa.
