29 Giugno 2026, lunedì
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Notte di terrore al gala della Casa Bianca: spari all’Hilton, Trump evacuato

Un 31enne armato apre il fuoco durante la cena con 2.600 giornalisti: ferito un agente del Secret Service. Il presidente: “Violenza inaccettabile, serve unità”. Indagini sulle falle nella sicurezza

Washington ripiomba per un’ora nell’incubo della violenza politica. Doveva essere la serata simbolo del dialogo tra stampa e potere, la tradizionale cena dei corrispondenti della Casa Bianca, e invece si è trasformata in un improvviso scenario di paura e tensione. Nella lobby del Washington Hilton, a pochi metri dall’area blindata dell’evento, un uomo armato ha aperto il fuoco mentre all’interno erano riuniti il presidente Donald Trump, la first lady Melania Trump, il vicepresidente JD Vance e circa 2.600 tra giornalisti e ospiti.

L’aggressore, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, originario della California, è stato rapidamente fermato dalle forze dell’ordine dopo aver esploso almeno tre colpi. Prima di essere immobilizzato, è riuscito a ferire lievemente al torace un agente del Secret Service, salvato dal giubbotto antiproiettile e dimesso poche ore dopo dall’ospedale.

Il panico e l’evacuazione

La sequenza si consuma in pochi minuti. Gli spari riecheggiano nella lobby, proprio nell’area dei controlli di sicurezza, dove gli invitati transitano prima di accedere alla sala principale. Scatta immediatamente il protocollo: il presidente viene evacuato insieme alla first lady e al vicepresidente. La macchina della sicurezza si chiude attorno al commander-in-chief, mentre all’interno dell’hotel si diffonde il panico.

Secondo le prime ricostruzioni, Allen era pesantemente armato: con sé aveva un fucile a canna liscia, una pistola e diversi coltelli. Agli investigatori avrebbe dichiarato di voler colpire “funzionari del governo”, rafforzando l’ipotesi di un’azione deliberata contro obiettivi istituzionali.

Il ritorno alla Casa Bianca e le parole di Trump

A circa un’ora dall’attacco, Donald Trump si presenta davanti ai giornalisti dalla Casa Bianca, ancora in smoking. Il tono è fermo ma segnato dalla tensione: “Ho parlato con l’agente ferito, sta bene. Il giubbotto ha fatto il suo lavoro”.

Poi la lettura politica dell’accaduto: “La mia impressione è che si tratti di un lupo solitario. Una persona malata che voleva uccidere”. Il presidente amplia il discorso al clima generale: “Non è la prima volta che esponenti politici vengono attaccati. Chiedo a tutti gli americani – repubblicani, democratici, indipendenti – di risolvere le differenze pacificamente. Nessun Paese è immune dalla violenza politica”.

Un ringraziamento pubblico anche alla first lady Melania Trump, “per il coraggio e la pazienza”, e l’annuncio che la serata sarà riprogrammata entro un mese.

Reazioni internazionali e allarme sicurezza

Tra i primi messaggi di solidarietà quello della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: “Sollevata che tutti stiano bene. La violenza non ha posto nella politica”. Un ringraziamento esplicito alle forze di sicurezza per la rapidità dell’intervento.

Proprio sulla sicurezza si concentrano ora gli interrogativi più pesanti. Il vice direttore del Secret Service, Matthew Quinn, ha definito l’episodio “il tentativo di un codardo di provocare una tragedia nazionale”, sottolineando che l’attentatore è stato fermato “al primo contatto”. Ma resta una domanda cruciale: come è riuscito un uomo armato fino ai denti ad arrivare fino all’area di controllo di un evento presidiato ai massimi livelli?

Le indagini coinvolgono l’FBI e la polizia di Washington. Gli agenti federali hanno già perquisito un’abitazione a Torrance, in California, ritenuta collegata al sospettato, mentre si cerca di ricostruirne movimenti, contatti e possibile radicalizzazione.

Un luogo simbolo segnato dalla storia

L’episodio riporta inevitabilmente alla memoria un precedente drammatico. Il Washington Hilton è infatti lo stesso albergo dove, nel 1981, il presidente Ronald Reagan fu gravemente ferito in un attentato da John Hinckley Jr..

A oltre quarant’anni di distanza, quello stesso luogo torna a essere teatro di violenza, seppur sventata. Un segnale inquietante in un clima politico già segnato da tensioni crescenti, che riaccende il dibattito sulla sicurezza e sulla radicalizzazione interna negli Stati Uniti.

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