29 Giugno 2026, lunedì
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Crans-Montana, lo scontro delle fatture: la Svizzera insiste, l’Italia respinge. “Non pagheremo mai”

Dopo il rogo di Capodanno nuove richieste di pagamento alle famiglie delle vittime e dei feriti. Berna invoca le norme europee sulla reciprocità sanitaria, Roma alza il muro. Il dolore dei genitori: “La vita dei nostri figli vale meno di una degenza”

Non si spegne l’incendio diplomatico acceso dalla tragedia di Capodanno a Crans-Montana. Anzi, rischia di alimentarsi con nuove scintille: dopo le prime richieste di pagamento, altre fatture sarebbero in arrivo per le famiglie dei giovani coinvolti nel rogo che ha segnato l’inizio dell’anno con una scia di morte e feriti.

La linea della Svizzera resta ferma. Le autorità federali non arretrano di un millimetro e richiamano il quadro normativo europeo: le spese sanitarie sostenute sul proprio territorio rientrano nei meccanismi di assistenza reciproca tra Stati. Tradotto: le cure si pagano, anche quando si consumano tragedie come quella di Crans-Montana.

Dall’altra parte, l’Italia alza un muro netto. “Non pagheremo né ora né mai”, taglia corto l’ambasciatore italiano a Berna, Gian Lorenzo Cornado. Una posizione che non lascia spazio a trattative e che trasforma la vicenda sanitaria in un caso politico e diplomatico.

Il nodo della reciprocità sanitaria

A chiarire la posizione elvetica è l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali, che richiama l’Accordo sulla libera circolazione delle persone tra Svizzera, Unione europea e Paesi dell’area AELS. Il principio è semplice: chi è assicurato in uno Stato membro ha diritto alle cure anche in un altro Paese aderente, alle stesse condizioni dei cittadini locali.

In questo schema, però, i conti non scompaiono: vengono anticipati dal sistema sanitario del Paese che presta le cure e poi rimborsati dall’assicurazione dello Stato di appartenenza del paziente. Le fatture, spiegano da Berna, non dovrebbero gravare direttamente sui cittadini, ma servono come documentazione di controllo prima del rimborso tra enti.

Un meccanismo tecnico, che però si scontra con la realtà emotiva e politica di una tragedia. Perché qui non si tratta di un incidente qualsiasi, ma di un evento che ha provocato morti e feriti, lasciando dietro di sé famiglie distrutte.

Il dolore che non si contabilizza

Ed è proprio da qui che nasce la protesta più dura. Le famiglie delle vittime parlano senza filtri, denunciando quella che percepiscono come una freddezza istituzionale difficile da accettare.

Michel Pidoux, padre di Trystan, 17 anni, morto nel rogo, affida la sua rabbia a parole che pesano come macigni: “Queste fatture sono uno scandalo. Una follia. Il nostro dolore non può essere contabilizzato”. Poi l’affondo: “Per i nostri figli scomparsi è stato riconosciuto appena un risarcimento di 10mila franchi. E ora si chiedono cifre simili per poche ore di ricovero”.

Una sproporzione che, per i familiari, assume i contorni della beffa. Anche Vinciane Stucky, madre del ragazzo, accusa: “Dovevano avere l’eleganza di non far pagare le cure. Invece qui si pensa solo al denaro”. E ancora: “Gli aiuti arrivano a fatica, spesso grazie alle associazioni”.

Il Canton Vallese ha previsto un primo indennizzo di 10mila franchi, con la promessa di ulteriori contributi. Ma per chi ha perso un figlio, ogni cifra appare simbolica, quasi offensiva.

Roma: “Nessuna trattativa, serve reciprocità”

Sul piano istituzionale, l’Italia non intende cedere. L’ambasciatore Cornado richiama un precedente preciso: durante l’emergenza, Roma ha messo a disposizione mezzi e strutture senza chiedere nulla in cambio.

Un elicottero della Protezione civile, il trasferimento dei feriti, i ricoveri prolungati in ospedali italiani come il Niguarda: un supporto che, secondo la Farnesina, dovrebbe bastare a chiudere ogni discussione economica.

“Pretendiamo reciprocità e non c’è nulla da negoziare”, ribadisce Cornado. E avverte: eventuali fatture inviate alle autorità italiane saranno rispedite al mittente.

Un caso ancora aperto

Sul fondo resta l’inchiesta penale, ancora in corso, che dovrà chiarire responsabilità e dinamiche del rogo. Un passaggio cruciale anche per stabilire eventuali risarcimenti più consistenti.

Ma la giustizia ha tempi lunghi, mentre la polemica corre veloce. E così, mentre le famiglie chiedono rispetto prima ancora che indennizzi, e gli Stati si rimpallano le responsabilità economiche, la tragedia di Crans-Montana continua a produrre effetti ben oltre quella notte di Capodanno.

Non più solo una ferita umana, ma un caso internazionale in cui diritto, diplomazia e dolore si intrecciano senza trovare, almeno per ora, un punto di equilibrio.

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