L’Europa torna a muoversi su un crinale sottile, sospesa tra il rallentamento della crescita e una nuova fiammata inflazionistica. A lanciare il segnale d’allarme è Fondo Monetario Internazionale, che in una recente analisi pubblicata sull’Imf Blog invita a non sottovalutare i rischi: l’economia dell’Unione potrebbe avvicinarsi pericolosamente alla recessione, mentre l’inflazione torna a spingersi verso la soglia del 5%.
A tracciare il quadro è Alfred Kammer, responsabile del Dipartimento europeo dell’istituzione, secondo cui nessun Paese del continente può dirsi davvero al riparo. Il nuovo shock energetico — meno violento rispetto a quello del 2022 ma comunque significativo — affonda le radici nelle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e sta già producendo effetti tangibili: crescita indebolita e prezzi in risalita.
La risposta, ammonisce Kammer, non può essere improvvisata. Servono politiche economiche rigorose, capaci di proteggere le fasce più vulnerabili senza compromettere la stabilità dei conti pubblici. L’obiettivo è duplice: attenuare l’impatto immediato del caro energia e, allo stesso tempo, rafforzare la resilienza strutturale delle economie europee.
Non tutti, però, partono dalle stesse condizioni. Paesi con finanze solide e basso debito — come Danimarca e Svezia — dispongono di margini per interventi anticiclici. Più complessa la posizione di economie ad alto debito come Francia e Italia, dove ogni misura espansiva rischia di tradursi in ulteriori pressioni sui bilanci statali.
Il vero nodo riguarda la qualità degli interventi. La tentazione, già emersa durante la crisi energetica del 2022, è quella di ricorrere a strumenti immediati e politicamente appetibili: tetti ai prezzi, sussidi generalizzati, riduzioni delle accise sui carburanti. Misure che, tuttavia, il Fondo giudica imprudenti. Non solo per il loro costo elevato, ma anche per l’inefficacia redistributiva: il sostegno non selettivo finisce per favorire maggiormente le famiglie con redditi più alti, che consumano più energia.
I dati lo confermano. Nel pieno della crisi precedente, i governi europei hanno destinato in media il 2,5% del Pil a pacchetti di aiuti energetici, ma oltre due terzi di queste risorse non erano mirati. Una strategia più selettiva avrebbe consentito risultati migliori con costi inferiori: compensare integralmente il 40% delle famiglie più vulnerabili per l’aumento delle bollette sarebbe costato appena lo 0,9% del Pil.
Il messaggio del Fondo è chiaro: il problema non è solo quanto si spende, ma come. In una fase in cui i margini di manovra si restringono e le tensioni internazionali restano elevate, l’Europa è chiamata a una prova di equilibrio. Proteggere i cittadini senza alimentare squilibri, sostenere la crescita senza riaccendere l’inflazione: una sfida complessa, che richiede scelte politiche mirate e, soprattutto, lungimiranza.
